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QT n. 5, maggio 2020 Cover story

Tutto il mondo è paese

In Italia si sono fatti tanti errori, ma siamo in ottima compagnia.

Laura Mezzanotte

Che siamo tutti nella stessa barca ormai l’abbiamo capito. Ma non nel senso che tutte le persone vivono allo stesso modo la quarantena e il rischio Covid, ché anzi su questo le differenze socio-economiche si sentono con forza dirompente, quanto piuttosto che siamo tutti alla mercé di governi che sono stati colti di sorpresa, hanno sottovalutato e hanno lasciato aperte voragini nel loro frenetico lavoro per arginare i danni.

Partiamo dai morti negli ospizi (termine più appropriato, in questo momento, del politically correct residenza per anziani o casa di riposo).

Il 16 aprile il New York Times riporta la notizia che una casa di riposo del Queens “nasconde” i morti. Ufficiali 27, reali molto probabilmente 60, secondo le dichiarazioni degli operatori che ci lavorano. Con il consueto corollario di parenti lasciati per giorni e giorni senza notizie dei loro cari. Aggiunge che in un altro ospizio la polizia, arrivata dopo una soffiata anonima, ha trovato 17 morti che non erano stati conteggiati. Solo dopo un ordine perentorio del governatore Cuomo le case di riposo cominciano a dare informazioni ai parenti.

Infine, sempre dal New York Times, un trafiletto degli stessi giorni rivela che negli stati di New York e New Jersey le pompe funebri “non riescono a tenere il passo con le morti che provengono da una casa di riposo dietro l’altra”.

Sempre il 16 aprile El Pais dice che i morti nelle Rsa spagnole sono fino a quel momento 11.600. Non si sa quanti già compresi nelle statistiche ufficiali, ma siccome nelle case di riposo non fanno tamponi…E poi, guardate un po’, ogni Comunidad - le nostre Regioni - conta i morti a modo suo. Insomma, facile che al conto ufficiale si debbano aggiungere varie migliaia di vecchietti morti.

Al momento in cui scriviamo, 20 aprile, sappiamo inoltre dal Guardian che il conto ufficiale dei decessi in Inghilterra non comprende le morti negli ospizi. Che sarebbero circa 7.500. Sempre a questa data la Germania sta traccheggiando sui decessi nelle case di riposo. Tutti i paesi, in un modo o nell’altro li hanno “scoperti”. L’ufficio di statistica tedesco invece fa fatica a cacciare i numeri. Non sia mai che si appanni l’immagine di gestione perfetta che Berlino ha saputo ritagliarsi in questa epidemia.

Tenete bene a mente che questa non è una lista esaustiva: è una selezione fior-da-fiore delle notizie che girano.

Con i vecchietti morti negli ospizi poi arrivano anche le procure.

Il 15 aprile il Los Angeles Times riporta che la procura di Bay Area (San Francisco) ha aperto un’inchiesta sulla morte di 13 anziani in una casa di riposo. Non vi tedio coi dettagli, potete fare copia/incolla con le notizie italiane. Garantito che ce ne saranno altre, man mano che i parenti dei defunti si svegliano dallo choc e vanno diretti in procura.

Mascherine e dintorni

È stato il tormentone dei giorni peggiori, ma noi, forse, pian piano, ci siamo organizzati. Gli Stati Uniti invece sono qualche settimana dietro a noi.

Il 15 aprile il solito New York Times riporta che il dipartimento per i veterani di guerra (che, apprendo dall’articolo, è il più grande sistema sanitario pubblico americano e gestisce ospedali e centri sanitari) dice ai suoi dipendenti: “Riutilizzate le mascherine, perché non ce ne sono abbastanza”. Il grido di dolore di medici e infermieri sulla mancanza di mascherine, dispositivi di protezione in genere e ventilatori per i pazienti sale praticamente da ogni giornale non trumpiano degli Stati Uniti.

Il Regno Unito si allinea all’amico americano: il 18 aprile un ordine dell’NHS, il Servizio sanitario Nazionale inglese, intima al personale di “non usare i grembiuli protettivi sanitari” e di adoperare invece grembiuli normali. Motivo: che altro, se non che sono praticamente finiti? Poi mancano anche mascherine...

Un’ultima notizia, sempre New York Times, del 19 aprile. A proposito di efficienza del sistema - noi che ci lamentiamo da matti del nostro - parliamo del mitico CDC (Center for Disease Control), quello che doveva gestire l’epidemia, quello che abbiamo visto in innumerevoli film partire alla caccia del virus mortale con tecnologie quasi fantascientifiche e virologi belli e coraggiosi.

Il CDC doveva produrre i tamponi per tenere sotto controllo il virus. Trump aveva rifiutato quelli offerti dall’OMS, perché “Americans do it better”. Hanno speso giorni preziosi per produrli e quando li hanno usati hanno scoperto che… davano risultati sbagliati. Questa cosa si sapeva da qualche settimana. Ma ora si è capito il perché: nel produrre i tamponi autarchici il mitico CDC non ha seguito attentamente i propri protocolli di sicurezza. Li ha prodotti in ambienti dove si analizzavano già tamponi col virus, con ricercatori che entravano e uscivano dai laboratori senza cambiarsi e via dicendo. Morale della favola: i tamponi nuovi erano contaminati.

Parliamo di soldi

Se pensavate che il grande impero americano, così devoto all’efficienza e alla rapidità potesse risolvere in un attimo il problema dei suoi 22 milioni di disoccupati rimasti alla fame vi sbagliate.

Il bonus da 1.200 dollari promesso da Trump non arriverà prima di maggio. O anche dopo. Come dice il New York Times il 15 aprile scorso. La causa: il presidente Trump ha preteso che su ogni assegno da 1.200 dollari inviato alle famiglie ci fosse scritto per esteso il suo nome. Nemmeno il vecchio Achile Lauro (l’armatore e politico napoletano, non il cantante) sarebbe arrivato a tanto. E manco fossero soldi suoi. Ma, dice il giornale, non è solo questo: il meccanismo finanziario per la distribuzione è vecchio e non regge la mole delle richieste. E poi ci lamentiamo dell’Inps. (Chi pensasse di obiettare: sì, però da noi solo 600 euro, è invitato a fare una comparazione del costo della vita, soprattutto se per caso dovesse andare dal medico).

Qualche giorno prima, il 7 aprile, dalla stessa fonte, apprendiamo che l’agenzia che si occupa di distribuire fondi alle piccole imprese è ingolfata. Ci vorranno settimane prima che eroghi i soldi.

Da ultimo un piccolo assaggio di federalismo ai tempi del virus. Il 16 aprile El Pais riporta che quattro Comunidad (Madrid, Castiglia Leon, Andalusia e Paese Basco) dichiarano che non seguiranno le indicazioni del governo rispetto a quali alunni passeranno l’anno e quali no (in Spagna sono stati adottati dei parametri e non passano tutti).

La Germania potrebbe teoricamente avere lo stesso problema, come dice il Guardian del 15 aprile, perché la materia è competenza dei Länder. Ma siamo sicuri che non lo avranno. Come non hanno avuto nessun problema a coordinare le politiche sanitarie, benché anche la sanità sia di competenza esclusiva dei Länder.

In cambio il leader catalano Quim Torra sembrava il gemello del lombardo Fontana (almeno fino a pochi giorni fa). Il 18 aprile El Pais riporta che ogni giorno Torra attacca il governo di Madrid e dice a destra e a manca che la Catalogna avrebbe già risolto il problema se l’avessero lasciata fare da sola. La Catalogna è tra le aree col maggior numero di contagi e decessi della Spagna. (Nota esplicativa: in Spagna la sanità è regionale, ma in forza della legge di emergenza il governo ne ha ripreso il controllo).

I numeri tedeschi

Questo è solo un estratto estemporaneo delle notizie, senza pretesa di uniformità e completezza. Ma lo vediamo ogni giorno che molti Paesi sembrano fare gli stessi errori, salvo la solita Germania? Beh, fateci fare due conti in dettaglio. Andiamo a vedere il tasso di contagio della Germania, che ha messo in campo tutta la potenza organizzatrice teutonica per contenere il virus: il conto è che si è contagiato circa lo 0,17 per cento della popolazione.

Bene. Adesso vediamo il tasso di contagio sulla popolazione delle nostre regioni del sud, che hanno avuto, come la Germania, un po’ di tempo in più rispetto al nord Italia.

Lazio: 0,09 per cento della popolazione; Campania: 0,06 per cento; Molise: 0,09 per cento; Basilicata: 0,06 per cento; Puglia: 0,08 per cento; Calabria: 0,05 per cento; Sicilia: 0,05 per cento; Sardegna: 0,07 per cento.

Certo, si dirà che comunque il tasso di mortalità, al nord, è decisamente alto, tra l’8 e il 9 per cento, mentre la Germania ad oggi è al 3,15. Però è partita dallo 0,6 ed ha continuato a salire. Quindi, diamole tempo.

Che poi, quando avranno tirato fuori i numeri dei morti negli ospizi - e magari anche quelli dei morti con il Covid ma con altre patologie importanti che sembra non vengano inclusi - faremo i conti precisi precisi.