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QT n. 4, aprile 2020 Cover story

La periferia ai tempi dell'epidemia

I comportamenti sconsiderati degli impiantisti e dell’Amministrazione provinciale hanno prodotto in Fiemme e Fassa una situazione proccupante

Mentre il governo italiano varava le prime misure ristrettive, il 5 marzo la chiusura delle scuole, il divieto di assembramenti, la sospensione di ogni attività pubblica, il mondo del turismo faceva spallucce: a dire di questi imprenditori non era possibile chiudere nonostante una stagione fino a quel momento straordinaria. La presidente dell’Associazione nazionale degli impianti di sci, Valeria Ghezzi, l’8 marzo dichiarava che “la neve è più forte del Coronavirus”. Due giorni prima si era appellata al governo perché venisse eliminato dalla normativa nazionale il limite degli accessi agli impianti a un terzo della capacità. Se simili dichiarazioni, pur significative di certa cultura imprenditoriale possono essere comprese, sono sconcertanti i comportamenti dei politici provinciali al governo. L’assessore al Turismo Roberto Failoni, mentre brindava a bollicine in un rifugio sul Grostè assieme a Francesco Totti, il 7 marzo dichiarava che il Trentino non è una destinazione a rischio. Il Presidente Fugatti invitava su Facebook e ovunque poteva a “visitare il Trentino, il Trentino è salute”. Solo il giorno dopo i sindaci della valle di Sole, ragionevolmente preoccupatii, scrivevano una lettera chiedendo con alla Provincia di chiudere la stagione sciistica.

Non c’è da meravigliarsi quindi se nella lettura dei dati della diffusione della pandemia in Trentino, come del resto in Sudtirolo, le zone più martoriate risultino quelle a vocazione turistica: le valli Giudicarie, Fassa e Fiemme, Vermiglio e oltre confine la Val Gardena. A passo Tonale sabato 7 e domenica 8 marzo gli impiantisti lombardi avevano chiuso tutte le strutture. Ma 20 metri più in là, in Trentino, le seggiovie traboccavano di sciatori. Nel giro del Sella di Superski Dolomiti, mentre nel versante del Veneto (Arabba) c’era una regolamentazione severa degli accessi, sugli impianti trentini e della Val Gardena si assaporava il pienone e gli impiantisti sfogliavano euro come da tempo non accadeva. E bar, chiostri in quota, voliere, ambienti travolti dalla solita musica sparata a volumi impossibili, distribuivano spritz e birre in quantità, con gli sciatori ammucchiati e felici.

I risultati di quei due giorni di follia li vediamo oggi. Nella provincia di Bolzano, al 29 marzo, i positivi al test di Coronavirus sono 1.292, lo 0,24% della popolazione, in Trentino il doppio, 2.427, lo 0,46%. E teniamo presente che in provincia di Bolzano si sono fatti quasi il doppio di tamponi che nel Trentino: oltre 10.640 a fronte di 5.600. A parità di controlli i dati trentini sarebbero sconvolgenti. Nei 4 comuni della Val Gardena (Castelrotto, Ortisei, Selva, Santa Cristina) si contano 160 contagiati, l’1% della popolazione. In valle di Fassa altri 167, l’1,67% della popolazione, con la punta drammatica di Canazei, 64 contagiati, il 3,6%. In valle di Fiemme le cose vanno un po’ meglio, siamo a 165 contagiati con una percentuale dello 0,9%. A Vermiglio, ai piedi del Tonale, i contagiati sono 47, il 2,5% dei residenti. Nelle Giudicarie i positivi risultano 290, lo 0,7%, a Vermiglio 47, il 2,5%.

In provincia di Bolzano la media è dello 0,24%, in Trentino dello 0,45%. A questi numeri, riguardanti le aree turistiche, vanno poi sommati le migliaia di dipendenti che sono si sono trovati costretti a lavorare, negli alberghi e nei bar, sugli impianti: la grande maggioranza sono immigrati dal Sud Italia o da paesi dell’Europa dell’Est. Nel mesto ritorno alle loro case diversi di loro sono stati agenti diffusori del virus. Ancora una volta nel settore del turismo sono prevalse l’incoscienza e l’arroganza. Si tenga anche presente - nei casi di Campitello e di Canazei certamente, ma è probabile anche nelle altre località delle periferie - che i numeri riportati sono solo quelli certificati da analisi con tampone: abbiamo raccolto informazioni sui territori che confermano come molti abitanti sono relegati in casa ammalati, anche in modo aggressivo, senza nemmeno venire visitati, e seguiti solo telefonicamente dai medici; anche in casi gravi non si provvede al ricovero o a un approfondimento. Molti medici di famiglia sono malati e devono comunque mantenere il loro presidio travolti dalle telefonate.

Abbiamo provato ad avere alcune statistiche nei comuni dei deceduti nei mesi invernali degli anni scorsi per paragonarli ai decessi attuali, ma è un lavoro al momento impossibile, in quanto i comuni stanno lavorando con il personale ridotto all’essenziale.

La situazione in termini di percentuali di ammalati nelle vallate turistiche è più grave che nelle città, con dati clamorosi che superano le percentuali delle province di Brescia e Bergamo. Se si escludono le case di riposo delle Giudicarie e della valle di Ledro, sembra che altrove, almeno in Trentino e in Sudtirolo, ci si sia difesi con maggiore efficacia. Rimane l’impressione che i sindaci non abbiano voluto potenziare i controlli diffondendo l’uso del tampone, forse anche perché consapevoli della preoccupante impreparazione sul tema dell’Azienda sanitaria. C’è la consapevolezza che l’emergenza non avrà termine in tempi brevi. Sarà da osservare fino a quando la popolazione resisterà ad un regime di chiusura tanto severo e a un controllo che potrebbe diventare insostenibile nel lungo periodo...

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