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QT n. 3, marzo 2020 Servizi

Il cittadino Renzo Leonardi

Non solo uno scienziato e un precursore: i rapporti fra Questotrentino e un personaggio dal grande spessore umano e civile.

Renzo Leonardi

Questotrentino non è propenso ai facili elogi funebri. Anzi, di fronte a sperticati encomi di personaggi pubblici passati a miglior vita, e subito accreditati di meriti e qualità eccezionali quando magari si erano invece distinti per opacità o peggio, non abbiamo resistito alla tentazione di contravvenire alla pur saggia massima latina “De mortuis nihil nisi bonum”, dei morti non si parli, se non bene. D’accordo, però calma, non confondiamo l’educazione con il conformismo.

Ora però, di fronte ai pubblici ricordi sulla figura del prof. Renzo Leonardi, padre di tante cose in Trentino, non possiamo non associarci agli elogi. Il Leonardi scienziato, precursore, organizzatore, ma anche umanista e raffinato critico d’arte (un mix che rimanda ai grandi studiosi di secoli addietro) è stato ottimamente rievocato in una sentita cerimonia organizzata presso il Centro di ricerca in fisica nucleare ECT* da lui fondato; qui invece, riandando ai rapporti che QT e chi scrive ha avuto con lui, intendiamo – con una narrazione non a caso in prima persona - metterne in luce le non comuni qualità umane e civiche, di persona sempre attentissima alle conseguenze sociali delle proprie azioni. Cosa, questa, che dovrebbe essere doverosa in uno scienziato e che invece purtroppo è tutt’altro che scontata.

Chernobyl

Il numero di Questotrentino del 1986 in cui si informava sulle conseguenze della contaminazione nucleare dopo Chernobyl

Il mio primo impatto con il professore si ebbe nel lontano 1986, ai tempi del disastro nucleare di Chernobyl. La conseguente contaminazione, ben più grave di quella dovuta all’attuale coronavirus, era stata interpretata – nei rapporti tra politica, scienza e informazione – in modalità grottesche.

Da un’iniziale pubblica derisione dei media sovietici (si era ancora nella divisione in blocchi contrapposti), che colpevolmente minimizzavano il disastro e le devastanti conseguenze sanitarie, si era passati, man mano che la nube radioattiva si approssimava all’Europa occidentale, a imbarazzatissime minimizzazioni della contaminazione in casa nostra, utilizzando spesso le stesse locuzioni ipocrite sbeffeggiate quando erano utilizzate dai sovietici.

La pubblica opinione ne risultò frastornata ed impaurita, di fronte ad un nemico molto più sfuggente del coronavirus in quanto non percepibile (nessuna febbre, tosse, malore) e che avrebbe portato la morte (per tumore) in un futuro non lontano. Ad aggravare il tutto, l’organizzazione sociale si mostrava inattendibile, sul versante dell’informazione, della politica, della scienza, tutte per di più condizionate dall’allora potente lobby nucleare.

In questo frangente il Trentino seppe affrontare al meglio la situazione. Con un ruolo particolare di questo giornale.

Chi scrive si mise in contatto con il responsabile politico in Provincia, il vicepresidente e assessore all’ambiente Walter Micheli: fu una telefonata di mezz’ora, intensa, anche aspra, alla fine della quale Micheli (che poi diventò amico personale e prezioso redattore di QT) cambiò impostazione: il panico nella popolazione lo si poteva evitare non selezionando e centellinando le informazioni, ma al contrario, esibendo il massimo di trasparenza. Mi suggerì di sentire Renzo Leonardi, che era stato messo a capo del pool scientifico che sovrintendeva le misurazioni e suggeriva le contromisure.

I primi contatti con l’équipe di Leonardi avvennero a un dibattito pubblico, e furono molto burrascosi: gli accademici spesso fanno gli spocchiosi, e in quell’occasione i fisici si sentivano (ed erano) sotto attacco, novelli apprendisti stregoni. Finì a urlacci e male parole.

Leonardi allora volle incontrarmi, nel suo studio. Parlò a lungo, con toni piani, parole limpide: convenne che doveva esserci il massimo dell’informazione, e studiammo assieme le modalità di veicolarla. Il professore aveva in mente un obiettivo ambizioso: non solo far capire l’entità reale dei pericoli, ma anche mettere in atto interventi che, se seguiti dalla popolazione, avrebbero ridotto le conseguenze più nefaste. E Questotrentino aveva una consolidata fama di giornale non addomesticabile: sarebbe stato ascoltato.

Iniziammo così una martellante campagna stampa fornendo tutti i dati delle contaminazioni e concentrandoci su due fonti di pericolo: il Cesio 137, meno letale ma più persistente, da cui dovevamo stare in guardia per trent’anni; e lo Iodio 131, che sarebbe svanito dopo poche settimane, ma era pericolosissimo. “Il latte, – diceva Leonardi – il latte. Se le mucche mangiano foraggio contaminato, la radioattività passa al latte e ai bambini

La Provincia si attivò per fornire mangimi e importare foraggi non contaminati, gli agricoltori e gli allevatori coscienziosamente seguirono le direttive.

Sei anni dopo Leonardi mi chiamò: “Vieni a trovarmi, ho delle cose da farti vedere”. Erano dei grafici ricavati dai dati sulla mortalità infantile per tumori alla tiroide, in Trentino e nel resto d’Italia. Mentre in Italia la mortalità si impennava cinque anni dopo Chernobyl (il tempo minimo di azione della radioattività da Iodio), in Trentino non si riscontrava alcuna variazione. “Le azioni che abbiamo intrapreso hanno avuto effetto” commentò con sobria soddisfazione.

Dobbiamo farlo sapere – risposi – Si dimostra che informando la popolazione, si ottengono risultati”.

No, non rendiamo pubblico niente. I dati sono troppo pochi per trarne conclusioni scientificamente corrette. Ma noi, in coscienza, possiamo essere contenti di quanto abbiamo fatto”.

Il marcio in Comune

Il numero di QT sull’edificazione selvaggia in collina

Diversi anni dopo mi propose un’altra collaborazione: intendeva aprire una denuncia sui comportamenti del Comune di Trento. L’abitazione contigua a casa sua, nella collina est del capoluogo, era stata acquistata da un’immobiliare, che intendeva demolirla e al suo posto costruire una palazzina dalle dimensioni spropositate, subito approvata dal Comune senza batter ciglio. Leonardi si era messo di traverso: aveva spulciato il Piano Regolatore, le delibere, le approvazioni, e aveva scoperto che quello, come peraltro diversi altri progetti, erano contrari allo spirito e ai dettati del Piano. I tecnici del Servizio Urbanistica facevano quello che volevano, non applicavano le prescrizioni, addirittura se ne impippavano di sentenze del Tar cui il professore era ricorso con successo.

Mi tenne per delle ore ore mostrandomi cartografie, prescrizioni, sentenze. Dapprima ero sempre al limite della sopportazione, poi lui riuscì a coinvolgermi e ad appassionarmi. Scoprivamo il marcio che allignava nell’amministrazione cittadina e che stava portando a un’urbanizzazione selvaggia, con la fattiva collaborazione degli Uffici comunali, il disinteresse del debole sindaco, l’omertà dell’assessore.

Il partito dei palazzinari gli propose un patto vergognoso: avrebbero rinunciato alla palazzina a fianco di casa sua, in cambio di una non belligeranza su tutto il resto. Me ne parlò schifato, con il labbro superiore inarcato in una smorfia di disgusto.

Iniziò così la campagna stampa di Questotrentino contro “il marcio in Comune”, che avrebbe portato a nuove norme, un minimo di pulizia negli Uffici, un robusto stop all’edificazione selvaggia.

In uno dei nostri incontri mi parlò del suo progetto sulla Protonterapia, il sogno di una vita: una cosa all’avanguardia europea, che si sarebbe ripagato da solo - credeva -, avrebbe dato impulso alla ricerca scientifica in Trentino e reso curabili diversi tumori, soprattutto infantili. Era un progetto, però, che anche per i suoi grandissimi costi (oltre cento milioni) aveva bisogno di un forte sostegno politico, che poteva essere messo fortemente a rischio dalla nostra battaglia contro il marcio in Comune, in quanto attaccava alla base il rapporto simbiotico tra politica e immobiliaristi.

Non è che poi tu ti tirerai indietro? – gli chiesi senza tanti peli sulla lingua – Ti metteranno di fronte all’alternativa: se vuoi la Protonterapia, lascia perdere le tue denunce”.

Se succederà, lascerò perdere la Protonterapia” disse, guardandomi negli occhi. Era anzitutto un uomo libero. E con la schiena diritta.

Il grande progetto in mano ai mediocri

Il Centro di Protonterapia di Trento.

Sulla Protonterapia non so esprimere un giudizio definitivo. Leonardi, a capo dell’Agenzia che doveva costruire il sito, installare e far operare i macchinari, riuscì a gestire in maniera ottimale gli appalti, invero molto complessi, completando i lavori nei tempi e ai costi previsti. Per lanciare il Centro, aveva tessuto contatti e previsto meeting con i massimi studiosi mondiali. Fu invece estromesso, gli fu impedito, con apposita circolare, perfino l’accesso all’istituto che aveva creato.

La Protonterapia trentina, orfana di Leonardi, snobbò il lato scientifico e vivacchiò nella mediocrità: nessuna risonanza internazionale, poca nazionale. Era previsto il trattamento di 1.000 pazienti all’anno per raggiungere l’auto-sostentamento economico; ben presto si abbassò l’obiettivo a 700 pazienti; oggi si celebra come un successo la quota di 350.

Non abbiamo la controprova di cosa sarebbe stata Protonterapia con il prof. Leonardi. Sappiamo cosa è senza di lui; e possiamo concludere che il Trentino, inteso come direttori, assessori, dirigenti sanitari, non è stato assolutamente all’altezza di un progetto di quel livello.

Sporco bianco fetente

Sul Leonardi umanista, attento alla società, di cui si è così convincentemente parlato nella commemorazione all’ECT*, vorrei aggiungere un piccolo ricordo, risalente a 20 anni fa, in occasione di una cena fra amici. Mi disse che aveva saputo di un mio imminente viaggio in Giappone.

Ti capiterà un’esperienza sgradevole – mi disse – Come è capitato anche a me, per quanto protetto dal mondo accademico. L’esperienza di venire discriminato per la razza; di venire trattato come un nero, anzi come un negro, un essere inferiore”.

E così successe. A Kyoto. Ero entrato in uno splendido ristorante all’aperto, con i tavolini sul greto di un torrente, un’atmosfera magica. Mi ero appena accomodato sedendomi all’orientale, quando la titolare mi si rivolse in maniera decisamente brusca: “Devi andare via”. Non capii, pensai di avere sbagliato qualcosa, di non avere calzato correttamente le babbucce d’ordinanza... “Nooo. No. Tu qua proprio non puoi stare” Sporco bianco fetente, non lo disse con la voce, ma con lo sguardo sprezzante e rabbioso.

Fui cacciato con ignominia. Uscii dal locale ed entrai in quello a fianco. Ero intimidito, mi feci avanti timoroso, con le orecchie basse, come se il colore della mia pelle e il taglio degli occhi fossero una colpa, in ogni caso un segno di inferiorità: “Io... posso entrare...?” chiesi timidamente.

Mi ricordai le parole di Renzo “A noi bianchi, fa bene un’esperienza del genere. Ci fa capire il male che siamo stati capaci di fare”.

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