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QT n. 3, marzo 2020 Trentagiorni

Lo scivolone di Zaia

Migliaia di persone si sono ritrovate in difesa del parco naturale regionale della Lessinia che si vuole ridurre l'area protetta di quasi il venti percento

Foto di Luigi Pecora
Foto di Luigi Pecora

Diecimila persone, in una fredda domenica invernale, dopo una nevicata notturna, si sono ritrovate sui monti Lessini per chiedere alla Regione Veneto di ritirare il disegno di legge che nelle intenzioni della destra avrebbe dovuto ridurre di 1.700 ettari il Parco naturale regionale della Lessinia su un totale di 10.000 ettari, quasi il 20% del territorio interessato dall’area protetta. È un parco che coinvolge nella gestione due province, Verona e Vicenza, 15 comuni in tutto. Dopo i conflitti sulla presenza del lupo, l’intero pregiato areale ritorna protagonista nella scena nazionale grazie a un lungo serpentone di persone multicolori che ha attraversato i pascoli della montagna veneta il 22 gennaio (Bosco Chiesanuova); è un territorio che da sette anni ospita un branco di lupi (quello che ha colonizzato le Alpi del nord-est).

Si è trattato di un successo inatteso, nonostante fosse forte dell’adesione di 122 associazioni e comitati e malgrado il fitto tam-tam sostenuto dagli organizzatori sui social.

Vedere una tale moltitudine passeggiare ordinata sui sentieri della montagna veneta è stato incredibile. Risultato: la Giunta regionale veneta ha ritirato in gran fretta il progetto.

Il disegno di legge era stato approvato in seconda commissione regionale con un colpo di mano, una accelerazione istituzionale che nelle intenzioni della Lega avrebbe dovuto far passare la legge nel silenzio e imporsi su un diffuso humus culturale che invece il parco lo viveva come un’opportunità, un valore. Nel breve spazio di una settimana il disegno di legge approvato in Commissione era già calendarizzato per l’approvazione definitiva in Consiglio regionale.

Una legge striminzita, sostenuta in due paginette di relazione, presentata da Stefano Valdegamberi, Enrico Corsi e Alessandro Montagnoli, fortemente voluta dai sindaci locali e perfino dal presidente dell’ente, Raffaelo Campostrini. Una decisione che a detta di questi personaggi avrebbe permesso alla gente di rimanere a vivere in montagna.

La Lega motivava infatti la proposta con la volontà di aiutare i residenti, che volevano una più efficace lotta al cinghiale, divenuta presenza selvatica sempre più insostenibile.

Quella dei cinghiali è probabilmente una scusa, che però incide profondamente nella emotività di tanti coltivatori. Occorre tener presente che appena fuori dal parco viene applicato nientemeno che il piano di eradicazione del selvatico; ma nonostante ciò, la sua diffusione è in continuo aumento. Lo stesso Parco aveva ormai concluso una pianificazione che permettesse il contenimento della specie.

È quindi molto probabile che l’obiettivo risultasse più ambizioso: superare le norme del Parco che tutelano il territorio per fare in modo che anche in alta quota la lunga sequenza di capannoni, oggi per lo più abbandonati (messi in fila, 1800 chilometri), che caratterizza il Veneto, potesse diffondersi.

Qualora approvato, il disegno di legge avrebbe avuto un triste primato in Europa: quello del primo provvedimento del continente teso a sancire una riduzione di un’area protetta. Eppure è una regione che vanta appena il 5% di territorio a parco, contro il 10% del profilo nazionale (il 33% del Trentino) e il 20% in Europa.

Si tratta di un territorio di grande pregio naturalistico. Non è stato un caso che il primo nucleo di lupi che ha colonizzato il nord-est delle Alpi italiane si sia insediato proprio su questi monti. Un ambito di pascoli estesi, ricchi di essenze foraggere diverse, straordinario nella sua biodiversità. A mezza costa si scende in ripidi versanti boschivi caratterizzati da castani, carpini, ontani, versanti che a picco portano in canaloni selvaggi, veri e propri canyon (i vaj) costituiti da un calcare bianco ingentilito di venature rosse e azzurre, unico in Italia. Sono i sassi che sono stati utilizzati fin dal 1500 per costruire le malghe d’alta quota, i ripari dei pastori e dei transumanti e specialmente i paesi di mezza costa,. Un Parco prossimo alle città d’arte venete, un Parco che ancora oggi evidenzia le fatiche sostenute dagli allevatori e agricoltori che lo hanno abitato e ancora lo vivono.

Ma questa incredibile “forza gentile”, come è stata definita la massiccia presenza in montagna dei manifestanti, ha messo alle corde il Presidente della Regione Luca Zaia, costringendolo, livido di rabbia nei confronti della superficialità dei suoi consiglieri, a ritirare la legge.

Dopo questa prima reazione, obiettivo della manifestazione, sono poi arrivate le offese contro gli organizzatori della protesta, come quella del promotore della legge, Valdegamebri, che ha ridotto il tutto a una manifestazione di ambientalisti da salotto. Altri, come la consigliera Cristina Guarda, vi intravvedono invece un momento di rilancio di nuove opportunità per il parco, grazie ad una assunzione di responsabilità collettiva e a progettualità che dovrebbero trovare sintesi in una politica di recupero ambientale e conservazione.

Luca Zaia ha invece finto di essere arrabbiato verso i tre firmatari, persone comunque non secondarie nella politica regionale, visto che sono capigruppo delle forze politiche che sostengono il governatore leghista. Va anche ricordato a Zaia, evidentemente privo di memoria, che già il 30 dicembre 2016 aveva tentato “con una riforma scritta con i piedi” come afferma il consigliere PD Andrea Zanoni, di ridimensionare il Parco. Come non va dimenticato lo sconclusionato tentativo della Lega di ridurre il territorio dell’altro Parco, quello dei Colli Euganei, le terre del Petrarca.

Ma siamo a pochi mesi dal voto e Zaia è rimasto scosso da questa mobilitazione. Si era dato una verniciata di ambientalista con il patrocinio UNESCO imposto in modo discutibile alle terre del Prosecco. E già si trovava in difficoltà con il dossier ambientalista contro la Fondazione Dolomiti UNESCO. Non aveva certo bisogno di incorrere in questo increscioso scivolone.

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