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Economia: un Festival poco plurale?

Un festival che riscuote successo da 16 anni e forse avere posizioni più variegate e discussioni più animate potrebbe essere un bene (anche se crediamo che non fosse questo il diktat di Fugatti)

Via Belenzani addobbata per il Festival dell'economia

La Giunta Fugatti, con discrezione, ha chiesto ai co-promotori del Festival dell’Economia (Comune di Trento e soprattutto Università) e al soggetto organizzatore (la casa editrice Laterza) di rendere la kermesse più “pluralista”: in soldoni, che siano più presenti relatori e idee di destra e\o sovranisti.

“Beh, non la metterei in questi termini – ci dice Andrea Fracasso, ordinario di Politica Economica, direttore della Scuola di Studi Internazionali e delegato dell’Università per le attività connesse al Festival - Fugatti ha raccomandato che ci sia sempre più pluralismo, non mi sembra che si sia lamentato per una sua assenza. Raccomandazione che accogliamo: il comitato editoriale del Festival cerca sui vari problemi di mettere a confronto le diverse tesi”.

Noi non sappiamo cosa realmente intenda Fugatti. Però, pur non condividendone le idee di fondo, ci sembra di poter dire che esse non sono adeguatamente rappresentate.

Per semplificare al massimo, il Festival dell’Economia si muove ormai da 14 anni attorno a un’idea forte: essere buoni conviene; un’economia, una società più equa, è anche più produttiva, più razionale. Benissimo, chi scrive concorda pienamente. Ma... è questo che sta avvenendo nella realtà, è in questa direzione che si sta muovendo, da decenni ormai, il mondo? E come mai i fautori di questa altra visione, che predica e senz’altro pratica la disuguaglianza come motore della società, come mai si sentono poco al Festival? Pur essendo poi le loro teorie ad essere messe in pratica?

“L’idea che le istituzioni debbano regolare il mercato è risultata effettivamente prevalente nel Festival, e difatti questa è l’impostazione del direttore scientifico Tito Boeri – risponde Enrico Zaninotto, già preside a Economia - Ma non è vero che non ci siano stati altri punti di vista: al Festival abbiamo visto anche dei Chicago Boys (i fautori del neoliberismo, n.d.r.) duri e puri. Poi, che sia stato proprio il neoliberismo a trovare consenso e influenza sulla politica, è indubbio, anche se la dominanza del pensiero della destra di Chicago è diminuita dopo la crisi”.

“Il mondo va avanti sul neoliberismo? È un dibattito vecchio. – risponde Fracasso - Oggi la discussione è concentrata sui singoli aspetti e su quanto al loro interno le disuguaglianze siano tollerabili. Ad esempio, su crescita e tecnologia, il dibattito è sugli effetti dell’introduzione dei robot. E su questo, come su altri temi, c’è chi postula come ineluttabile che ci sia più disuguaglianza e più inquinamento”.

Insomma, c’è poco da stare allegri. Come spettatori del Festival, però, vorremmo che queste idee – per quanto da noi poco gradite – apparissero con più forza, si scontrassero apertamente.

“In effetti a volte abbiamo visto dibattiti tra due persone che erano troppo d’accordo – ci dice il Rettore Paolo Collini, ordinario anch’egli ad Economia - ma non era voluto. E concordo: dibattiti animati sarebbero più interessanti, e anche graditi al pubblico”.

Potremmo continuare su altri temi: la globalizzazione, il multilateralismo, presentati al Festival con accenti del tutto favorevoli, ed oggi contrastati nei fatti, da Trump, dai sovranisti, dalla Brexit.

“Era la grande maggioranza degli economisti ad essere favorevole allo sviluppo del commercio internazionale – prosegue Collini – E il Festival è rimasto su questa linea, anche se oggi ci sono correnti più prudenti. D’altra parte quest’anno, l’intervento finale di Raghuram G. Rajan (dal titolo esplicativo, “La comunità dimenticata da Stato e mercati”, n.d.r.) ha messo sul tavolo profonde e motivate obiezioni”.

Noi aspettiamo di vedere, magari già dalle prossime edizioni, confrontarsi al Festival i guru del sovranismo, anti euro ed anti tutto, come Alberto Bagnai e Claudio Borghi: indubbiamente perché ci piacerebbe vederli annaspare, ma anche perché è bene misurarsi con tutte le idee.

Ma se il Festival può essere criticato da destra, lo può essere anche da sinistra.

“A seguito della dominanza del liberismo, i metodi di analisi della teoria economica sono oggi inadeguati – ci dice Stefano Zambelli, anch’egli ordinario di Economia Politica - Un principio base è che le forze del mercato portano ad un’allocazione ottimale delle risorse, se lasciate libere di agire secondo la destra e i liberisti, se adeguatamente controllate secondo la sinistra. Mentre invece ci sono studi che contestano questo assunto”.

Sono diversi i temi su cui si lamenta una sorta di filtro ideologico da parte del Festival. “Ad esempio, lavoro e occupazione – afferma ancora Zambelli.- Nel 2018 era già presente a Trento, da me invitato, il prof. Randall Wray, editor di una rivista importante come il “Post keynesian economics”, che avanza la proposta del lavoro (non del reddito) garantito, cioè garantire il lavoro a tutti, presa in seria considerazione da una larga parte del Partito democratico americano, da Bernie Sanders ma non solo. Ho proposto la partecipazione a Boeri, ma la ha rifiutata con la motivazione che non riguardava il tema del Festival”.

Non la facciamo lunga. Diciamo solo che, da sinistra, si sente la carenza di un dibattito sulle tasse, che oggi sono una parolaccia per il pensiero dominante (e per il nostrano Partito Democratico, che solerte si accoda), mentre “la tassazione di per sé, e in quanto finanzia il welfare, redistribuisce i redditi – concorda il rettore Collini – Non è vero che gli economisti siano tutti per togliere le tasse confidando così di avere più sviluppo, le posizioni sono variegate...”. Insomma, bisognerebbe parlarne, mettere in discussione un assioma oggi dato per scontato. “Sarebbe un ottimo tema per una prossima edizione” - afferma Collini.

Concordiamo con una valutazione del prof. Zambelli: “Dobbiamo ricordarci che il Festival registra una partecipazione che stupisce, nella quantità e anche nella qualità delle persone che partecipano. Dopo 16 anni sarebbe bene cambiare l’organizzazione, ma con qualcuno all’altezza”.

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