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QT n. 7, luglio 2019 L’editoriale

Trento oggi e in prospettiva

Alcuni anticorpi l'hanno salvata da alcuni obbrobri speculativi, speriamo siano ancora efficaci con chi arriverà dopo Andreatta

Le prossime elezioni, l’uscita di un libro (“La Trento che vorrei” di Federico Zappini e Alberto Winterle), le fasi finali di una variante (minimale) al Prg: tutti fatti, concatenati, che spingono a una riflessione sulla città di Trento. Che, come rileva il Corriere del Trentino, esce da un trentennio caratterizzato da tre sindaci, Dellai, Pacher e Andreatta, uno vicesindaco dell’altro e succedutogli sullo scranno più alto di Palazzo Thun quando il predecessore passava allo scranno di piazza Dante.

A dire il vero, anche queste successioni (dinastiche no, ma per cooptazione un po’ sì) sono in parte indicative di un percorso. Il capo vero è stato Dellai, il capostipite, che ha segnato non solo Trento ma anche il Trentino; Pacher ne è stato l’emulo, in grado di gestire la città ma non la Provincia; Andreatta è stato l’ultimo pallido epigono, e di lui nessuno sogna una prosecuzione a piazza Dante.

Questo lento declino ha comportato un parallelo appannamento della città? Qui il discorso si fa più articolato. Trento, dagli anni ‘80 in poi, ha beneficiato di due indirizzi strategici impostati dalla Provincia: la valorizzazione dei centri storici da una parte, la centralità di università, ricerca e cultura dall’altra. Due scelte lungimiranti, di grande momento. In parte però immiserite dalle contiguità delle amministrazioni con la speculazione, soprattutto col non compianto sindaco Adriano Goio, oggi oggetto di pelose rivalutazioni; ma anche con Dellai, attentissimo ai rapporti con i poteri forti: dai tempi dell’espansione edilizia dell’Università negli anni ‘80, fino ai giorni nostri con lo spostamento della biblioteca universitaria; e pure il dibattito sulla normativa che avrebbe dovuto favorire il permanere dei residenti nel centro storico, oggi superato dal subentro degli universitari. Grandi scelte, quindi, appannate solo in parte da uomini non all’altezza: oggi Trento è una città bella, che la bellezza la sa capitalizzare, come è pure riuscita a far fruttare gli investimenti in cultura ed istruzione.

Un altro fronte si è poi aperto. Con la nuova centralità, lo sviluppo demografico e l’espansione non propriamente controllata della città, i borghi di periferia hanno progressivamente perso le loro caratteristiche di villaggio, per diventare quartieri bene (in collina) o più spesso periferici (Gardolo soprattutto), o non-luoghi (Trento nord). Le amministrazioni, dopo aver lasciato briglia sciolta alla speculazione (parola tabù in tanti ambienti; ricordiamo una lettera teneramente naïve che ci scrisse il sindaco Pacher: “Noi siamo onesti, quindi la speculazione è irrilevante”; oppure, a un convegno, un sorrisetto di scherno di un noto architetto progressista: “C’è poi chi ancora parla di speculazione!”), sono intervenute ex-post, con cospicui investimenti per ricucire urbanisticamente (Clarina) e socialmente attraverso vari servizi (piscine, palestre, parchi giochi, teatri ecc, da Gardolo a Meano a Mattarello).

Uno sforzo tardivo ma lodevole, con risultati non ancora definiti. Se prendiamo come indice di disagio i risultati elettorali, vediamo che le periferie (Gardolo e Meano soprattutto) premiano il centro destra leghista da sempre all’opposizione, mentre il resto della città (per primi il centro e i quartieri bene), compatto per il centro sinistra, promuove le amministrazioni.

Questa la situazione attuale. Che però va vista come punto di partenza per le prospettive future. E qui il discorso si fa ancora ambivalente.

L’amministrazione Andreatta infatti, di tutti succube ed indecisa a tutto, ha plasticamente evidenziato i punti di incertezza: non è riuscita a gestire i minimali problemi di sicurezza, ha permesso che nascesse un’evitabile contrapposizione tra i giovani che vogliono divertirsi e i residenti che vogliono riposare e soprattutto non ha trasmesso, perché non ce l’ha, un’idea di città adeguata ai nuovi cambiamenti. Di qui la farsa di una revisione del Piano Regolatore da anni invocata e mai seriamente avviata.

Certo, la città non coincide con l’amministrazione.

Ricordiamo come sia stata la città ad opporsi ad alcuni obbrobri speculativi (dal Centro direzionale al posto del Parco Santa Chiara negli anni ‘70 ai recenti pasticci sull’ex Italcementi a Piedicastello); a impedire (con l’impegno del compianto – lui sì – Adriano Rizzoli) l’inceneritore, contro la pervicacia di Dellai, e la complicità di chi oggi si riempie la bocca con parole come “sostenibilità”; a promuovere, nelle sue vaste aree coltivate (Trento è il comune con la più ampia area agricola) un distretto dell’agricoltura sostenibile; è ancora la città a sostenere una miriade di iniziative – teatri underground, dibattiti, feste di quartiere, complessi musicali – che la rendono estremamente ricca e vivace; ed è sempre la città che supplisce, con molteplici interventi del volontariato, alle strette xenofobe del nuovo cattivismo provinciale.

In conclusione, Trento si trova a dover cambiare. Confidiamo che prenda spunto dal nuovo che già c’è, non da qualche riesumazione di una stagione da consegnare alla storia.

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