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I giudizi di 50 anni dopo

1968, Roma
1968, Parigi
1968, Berlino
1968, Città del Messico
1968, Praga

Erano attenti e un po’ perplessi gli studenti, quando entravamo in classe a parlare del nostro sondaggio. Chiedevamo la loro opinione – cosa che un po’ li lusingava – su argomenti e fatti di cui poco e nulla conoscevano, come avremmo poi verificato. Ci eravamo raccomandati con gli insegnanti di non introdurre il tema (a noi interessava quale fosse la conoscenza tra i giovani del - mitico? - ‘68, non quale fossero i risultati di un insegnamento) e quindi i ragazzi apparivano un po’ incerti. Poi invece, leggendo le domande, addentrandosi nelle tematiche, via via acquisivano interesse, quasi gli si aprisse un mondo nuovo, di idee, di comportamenti in gran parte sconosciuti – dal grembiule obbligatorio all’ugualitarismo, dalle vacanze con gli operai al sogno di dar vita a una nuova società – ma che li affascinavano.

Utopie affascinanti. Ma che pure intimoriscono: la loro traduzione nella pratica, nella società, non fu certo facile, diede luogo a esiti e reazioni le più svariate, talora tremende. I ragazzi di oggi si trovano a giudicare quelle (per loro) lontane idee alla luce dei cinquant’anni successivi. Di qui un susseguirsi di adesioni, anche inaspettate, spesso entusiaste, a quei principi; e prese di distanza, disincantate e realiste, talora timorose.

Vediamo nel dettaglio, iniziando dalla conoscenza di quegli avvenimenti. Che, come dicevamo, è molto limitata: in genere (molto) meno di uno studente su cinque dichiara di “conoscere abbastanza” un certo argomento. I picchi negativi si riscontrano per le vicende del movimento cattolico e anche per le ripercussioni politiche e la democrazia diretta. Picchi (relativamente) positivi invece per la conoscenza delle vicende internazionali e soprattutto delle tematiche femministe, conosciute dal 40% delle ragazze. Un discorso a parte per la strategia della tensione. Si riscontra il massimo della conoscenza, quasi il 45%: a indicare che del ‘68 sono rimasti sepolti motivazioni e valori, è rimasto il ricordo del terrorismo.

Ed ecco appunto che all’attenzione dei ragazzi il sondaggio pone proprio quei misconosciuti valori.

Il primo, nel sondaggio e nella storia di quegli anni, è un tema classico della vita dei giovani: il conflitto con l’autorità, allora diventata battaglia contro l’autoritarismo. Che fu declinata in termini oggi ancor più evidenti: contro il divieto a portare i jeans, l’obbligo per le ragazze a indossare un grembiulaccio nero, la repressione sessuale e relativa “doppia morale”. Tutte battaglie vinte, ed approvate dai ragazzi di oggi. Ma non da maggioranze oceaniche: tranne per la libertà di gestire il proprio look, sostenuta dall’83%, la lotta al grembiule-burka viene approvata solo dal 63%, quella per la liberazione sessuale rimane sotto il 60%.

Evidentemente pesano le successive evoluzioni giudicate non positive: una minoranza non vede bene l’allentarsi dell’autorità (“la scuola si fonda sull’ordine anche esteriore e sull’autorità – rappresentata anche nel vestiario – di chi la dirige” è approvata dal 35%); e forte, maggioritario, è il timore di fronte a libertà che si ritengono malamente gestite, soprattutto nella sfera della sessualità (“si è passati da un estremo all’altro” è approvato dal 70%, e ancor maggiore è la denuncia di un persistere della “doppia morale” per i maschi e per le femmine).

A questa dinamica se ne sovrappone un’altra: le differenze di giudizio tra ragazzi e ragazze e con il crescere dell’età. È un fenomeno pressoché costante, che si ripete in quasi tutte le risposte: i diciottenni sono più vicini ai valori del movimento dei quindicenni, e le femmine lo sono più dei maschi (e non solo sugli ovvi temi della sessualità e parità di genere). Per cui una ragazza di quinta dimostra una cultura molto più vicina al movimento rispetto a un ragazzo di seconda (per esempio la libertà di pensiero per i giovani conquistata attraverso il processo al giornale studentesco “La zanzara” – vedi domanda 4 – viene considerata positivamente dal 79% delle femmine contro il 59% dei maschi; dal 74% dei diciottenni contro il 63% dei quindicenni). Entrano evidentemente in gioco due fattori. Con il crescere dell’età aumenta la consapevolezza: delle proprie potenzialità, del proprio posto nel mondo, della necessità di difendere la propria dignità. Aumenta anche la capacità di giudizio; e, nel valutare battaglie ritenute giuste, di non lasciarsi intimorire da esiti discutibili, come la lotta agli autoritarismi quando sfociata in appannamento delle istituzioni, o la libertà sessuale in perdita dell’etica.

Analogo discorso per le ragazze. In tutte le ricerche (come la nostra del settembre 2013 sui consumi culturali degli studenti, non a caso intitolata “La rivincita delle ragazze”) come pure dai semplici risultati scolastici, da anni ormai le femmine hanno superato i maschi: in applicazione, studio, cultura.

Qui vediamo che i fatti del ‘68 li conoscono meno dei maschi (o almeno, questi dichiarano di saperne di più), ma poi, praticamente in tutto il questionario, nell’approvare o disapprovare i commenti, evidenziano una sintonia decisamente maggiore rispetto alla cultura del movimento.

Questo lo si vede anche nelle valutazioni sull’impatto del movimento su scuola e università. Le occupazioni (domanda 1) viste come maniera per elaborare autonomamente un proprio sapere; la protesta (domanda 5) finalizzata al rinnovamento della cultura e apertura di orizzonti; l’opportunismo del 6 politico (domanda 6), condannato in quanto errore ma non ritenuto molla fondamentale del movimento, sono tutte valutazioni condivise a larga maggioranza, dal 67 a quasi l’80%, a evidenziare una vicinanza dei giovani d’oggi agli aspetti più propositivi del movimento. E in tutti i casi le ragazze sopravanzano i maschietti. Anche la questione forse più ambigua per degli studenti, e la proposizione un po’ birichina (“Volere che la scuola punti ad insegnare senza bocciare, era giusto. In Italia si continua a bocciare troppo”) viene approvata tra gli studenti d’oggi, solo da una minoranza (35%), che si riduce ulteriormente, per i diciottenni e per le ragazze.

Rimandiamo al prossimo numero l’analisi riguardante i rapporti con il mondo cattolico e il femminismo da una parte, gli operai, l’egualitarismo, la politica dall’altro, troppo importanti per essere trattati in uno spazio ristretto. Come pure le differenze tra gli studenti di valle e di città, quelli delle varie scuole, e il livello d’istruzione dei genitori.

Qui vediamo i giudizi finali, quelli sull’avanzare delle stragi di Stato, del terrorismo, e l’esaurirsi del movimento, a livello mondiale e italiano.

Anche in questi giudizi gli studenti esprimono la loro adesione agli ideali sessantottini. Di fronte alle lotte operaie del ‘69, alla successiva strage di stato con le bombe alla Banca dell’Agricoltura di Milano, e alla conseguente rapida chiusura di contratti positivi per i lavoratori (domanda 19), una cospicua maggioranza (67%) ritiene che fu “l’attenuazione dell’ineguale distribuzione della ricchezza il risultato più importante”. In parallelo però analoga maggioranza denuncia “il clima di caos e confusione, da cui non poteva nascere nulla di buono”.

E così (domanda 21) sul problema dell’illegalità e anche della violenza – diventato centrale nelle valutazioni degli storici sul ‘68, a nostro avviso troppo spesso appiattite sulla deriva terroristica – una larga maggioranza (oltre il 75%) approva, anzi ne fa una questione di onestà intellettuale “la disponibilità a difendere il cambiamento, anche con il sacrificio, anche con la violenza”. E parallelamente questa stessa proposizione viene subito dopo bocciata come “propria di tutti gli integralismi: quando si sdogana la violenza, si sa dove si inizia, non dove si finisce”. Perché questa contraddizione?

E così (domanda 22) il commento sulla mondialità del movimento, esteso dalla rivoluzione culturale cinese alle Pantere Nere americane, da Che Guevara al Cile: si approvano due valutazioni divergenti se non addirittura contrapposte: “la mondialità del movimento, e la sua capacità di investire ogni aspetto della cultura… testimonia della sua profondità” (75% concordano, e fra essi il 23% concordano totalmente) ma anche “fu il lato emotivo… a prevalere sulla razionalità” (più modesto ma significativo 55%).

A nostro avviso in queste contraddizioni ci sono le difficoltà da parte dei nostri studenti di valutare un fenomeno complesso come il ‘68, segnato anche dalle letture che i media ne hanno successivamente dato enfatizzando il momento del terrore (su cui quasi la metà si dichiara informata). Il risultato è che gli studenti di oggi aderiscono agli ideali di allora, e contemporaneamente temono che quegli slanci utopistici non possano che portare al peggio. Una posizione che ha la sua saggezza.