Menù
Home
QT
Questotrentino
Mensile di informazione e approfondimento
Utente
Cerca

Storia di un piede rotto e di un Pronto Soccorso

Chiara Girardi

Una piccola disattenzione, un piede posizionato male, e la caduta dalle scale è servita. Non riesco a camminare. Tremo dal dolore al minimo contatto del piede col pavimento. Di peso vengo portata alla macchina e poi faccio gli ultimi metri verso Villa Igea su una carrozzina. Entro così al Pronto Soccorso l’11 dicembre alle 15.48. Il mio codice è verde e l’attesa totale sarà di due ore. Fatte le lastre, aspetto. La televisione è accesa ma io sono più interessata ai movimenti dell’altro schermo, tra codici colorati e pazienti in gestione e in attesa. E’ il mio turno. Aspettando il medico, mi guardo intorno. A destra vedo appese le mie lastre e subito lo vedo. Sembra il ‘pelucco’ di una maglia. E’ una "infrazione". Il medico bofonchia il nome tecnico, correggendosi dopo un’altra diagnosi. Le infermiere mi spiegheranno poi che l’osso non si è separato in due parti. Il medico ordina "Fatele una doccia gessata" e se ne va. Non lo vedrò più. Mi fanno togliere i jeans. Un’infermiera srotola delle bende gessate. Al contatto con l’acqua, la polvere di gesso diventa pastosa, copre le maglie della garza e solidificandosi diventa una struttura rigida che blocca piede, caviglia e imprigiona il polpaccio. Ora sono tre le infermiere ad occuparsi di me: tengono a 90 gradi il piede e srotolano la garza attorno alla struttura in gesso.

Ogni giorno dovrò farmi una puntura sulla pancia, una volta a destra ed una a sinistra per evitare trombi, dovuti all’immobilità. Un’infermiera mi dà le istruzioni pratiche: "Prendi la pelle tra le dita, e inserisci l’ago fino in fondo". Nessuna menzione al disinfettare, né prima né dopo.

Mi lasciano delle istruzioni con disegni di Lupo Alberto e tono tecnico: "Consigli per la sorveglianza di un apparecchio gessato arto inferiore". Devo tornare al controllo tra dieci giorni. Mi accompagnano fuori, dopo avermi dato un lenzuolo, col quale coprirmi le gambe, ma non le stampelle. Prima di tornare a casa, tappa in farmacia, dove il mio ragazzo noleggiare le stampelle. Sono strane. Le punture non sono invece disponibili. Arriveranno domani, in tempo per la nuova iniezione.

La mia casa è al secondo piano, preceduta da gradini esterni. Devo badare al lenzuolo-drappo, annodato in vita e cercare di salire le scale, con i "bastoni canadesi". In procinto di perdere l’equilibrio poggio il piedone. Il gesso impedisce ulteriori danni. Dopo venti minuti, varco la soglia di casa, che da rifugio si trasformerà in una prigione. L’intera gamba destra è costretta all’immobilità. Piegando il polpaccio verso la coscia, sento dolore. La doccia gessata comprime qualche nervo. Un’ex infermiera mi dirà: "Vuol dire che il gesso è stato fatto male". Questo implicherà la perdita di tono e ulteriori problemi quando riprenderò a camminare. In compenso la muscolatura della gamba sinistra lavora il doppio.

La sera prima della visita di controllo provo la discesa delle scale: Internet ci spiega come fare. L’adagio sull’uso delle stampelle per salire e scendere è chiaro: "Sale la sana, scende la malata", ma presuppone che io possa appoggiare il piede o la gamba destra. Le prove falliscono.

La mattina del giorno X, il 20 dicembre, il mio ragazzo si carica del mio dolce peso e ci muoviamo verso Villa Igea. Aspetterò due ore rispetto all’orario dell’appuntamento. L’infermiera parla a voce alta tra sé, indecisa sul da farsi: togliere la doccia gessata per poi rimetterla o lasciare tutto com’è? Forse non è normale, o meglio professionale, che mi confidi i suoi dubbi. Va nell’altra stanza a consultarsi col medico. Il quale, sorpreso della richiesta di un controllo a così poca distanza dal trauma, guarda le carte, ma nonostante le mie insistenze non legge il referto radiografico, importante confronto rispetto alla diagnosi del collega del Pronto Soccorso. Quel giorno infatti il radiologo era assente. Assenti ingiustificate nell’ambulatorio sono anche le mie lastre, che nessuno si occupa di far arrivare. La nuova diagnosi si basa solo su quanto riportato nella dimissione dal pronto soccorso: "Distorsione tibio tarsica destra con distacco parcellare scafoide tarsale". Il medico non fa togliere la doccia gessata, non tocca il piede, non verifica la mobilità delle dita, il loro colore, né si assicura che siano calde. Chiede solo: "Il piede fa male?". Questo basta per scrivere "Doccia gessata ben tollerata". E poi: "Le regaliamo un tutore": tra 10 giorni il mio medico dovrà posizionarlo, dopo aver tolto la doccia gessata. Prima di uscire dalla stanza, il medico mi chiede "Lei fa sport?". Rispondo di no e lui è già uscito. La domanda rimane sospesa, assieme al suo significato.

Resto con l’infermiera per avere il tutore, l’unico elemento che giustifichi ormai il senso di questa visita di controllo. Mi vuole dare una taglia M. Le chiedo di misurarla, suggerendole che sulla scatola dev’essere scritto come fare: date le mia modesta stazza, ritengo appropriata la misura più piccola. L’infermiera rigira tra le mani la scatola e alla fine prende la sua decisione: S, dicendomi: "Al massimo la chiuderai di meno". Le chiedo di aiutarmi, riportandomi le stampelle che ha messo dall’altra parte della stanza e di consegnare il tutore al mio ragazzo che aspetta fuori. Le spiego che non riesco a tenerlo in mano, reggere le stampelle e camminare. Scocciata, mi aiuta. Pago e torno a riprendere le mie carte. Chiedo all’infermiera dell’accettazione se con l’anno nuovo potrò caricare. Mi risponde "Cosa le ha detto il medico?". "Nulla". Guarda le carte e dice "C’è scritto ‘fino a ripresa del carico completo’, quindi deve caricare". Tutto chiaro?

L'ospedale traumatologico di Villa Igea.

Perplessa, chiamo il mio medico. Gli dico che dovrà togliermi la doccia gessata, mettermi il tutore e ordinarmi di camminare.. "Non se ne parla nemmeno, senza prima fare una lastra. Loro non si assumono la responsabilità e me la dovrei assumere io? E se la frattura non fosse consolidata?". Decidiamo il da farsi: dopo la sua visita a domicilio il 28 dicembre, ripasserò il 2 gennaio dal Pronto Soccorso, richiedendo con la sua impegnativa un’altra lastra. "Saranno costretti a fargliela. Si lamenteranno di me, ma non ci si comporta così. Sono venuti meno al loro compito". Gli chiedo anche consiglio sui futuri esercizi per mobilizzare la caviglia, consapevole dei tempi di attesa molto lunghi per la fisioterapia..

Arrivare al Pronto Soccorso non è però facile. Dovrei scendere le scale di casa, sempre senza caricare e attendere a lungo, trattandosi di una frattura non recente. Il mio ragazzo lavora, quindi non è disponibile. I miei amici: sono tutti dalle loro famiglie, lontani da Trento per le feste. Scarto l’ipotesi di chiamare i miei da Bassano: dovrebbero partire per Trento molto presto ma soprattutto non voglio farli preoccupare. Optiamo col medico per il servizio della Croce Bianca, che consente in questi casi i trasferimenti in ambulanza. Al numero verde mi richiedono l’orario dell’appuntamento, ma io devo andare al Pronto Soccorso: le due cose mal si conciliano. La prima telefonata con l’operatrice si conclude con un "Mi richiami quando ha un appuntamento". Il medico mi consiglia di dare un orario a caso, quello a me più comodo. Richiamo. La centralinista mi incalza: "Sedia o barella?". Non lo so e sull’impegnativa non c’è scritto. Per tutta risposta lei mi attacca il telefono. Richiamo. Mi risponde scocciata: "A casa sta seduta o sta sempre a letto?". Aspetta a mala pena la risposta e riaggancia. E’ il 28 dicembre. Non mi resta che sperare che il 2 gennaio la mia ambulanza arrivi. Nel pomeriggio il mio medico controlla il piede e si stupisce della mia reazione: il dolore è molto forte, non in sede di frattura e non sembra imputabile all’ematoma.

Ul 2 gennaio alle 8.30 aspetto l’ambulanza. Sono agitata. I portantini sono gentili e professionali, mi trattano con rispetto. Mi presento al Pronto Soccorso e spiego all’infermiera la situazione: il mio medico ritiene necessario un controllo radiografico prima di dirmi di riprendere a caricare. La risposta è chiara: "Dica al suo medico che queste cose non si fanno. Doveva chiedere una visita di controllo". Cominciamo bene. Col mio codice bianco, mi siedo e aspetto. Dalle 9 in attesa, entro in ambulatorio alle 10.30. Il medico mi fa: "Non capisco perché è venuta. A me pare tutto chiaro. Doveva farsi togliere la doccia e mettere il tutore". Rispiego che il mio medico ha chiesto una lastra. "Io qui non lo vedo". Lo invito a sfogliare la documentazione ed ecco apparire magicamente l’impegnativa. Si scusa. Fa recuperare i raggi e chiede di togliere la doccia gessata. Resto sola col mio piede violaceo e una doccia sporca. Vorrei piangere, per quel che resta del mio piede, e per l’imbarazzo di saperlo e sentirlo sporco. Nessuno lo lava. Il medico torna. Lo tocca centralmente e dice "Qui c’è una frattura". Ne ha conferma guardando le vecchie lastre. Mi manda nuovamente in radiologia, non prima di avermi chiesto di muovere le dita dei piedi. Si muovono molto poco: "Cerchi di muoverle altrimenti non le muoverà più". Sono spaventata: ho cercato di muoverle continuamente ogni giorno. Un amico anestesista mi spiegherà poi che la ridotta mobilità è causata dall’ematoma, che comprime il muscolo e impedisce il movimento.

L’infermiera mi dice di portare con me le vecchie lastre. Non posso tenerle fra le mani, impegnate con le stampelle. Per tutta risposta me le infila in malo modo tra la giacca e lo zainetto, dandomi una pacca: "Ecco, così può andare". Esco con cappotto, zainetto, stampelle e lastre, passando di fronte ai pazienti in attesa. Devo per forza sentirmi ridicola? Aiuta la guarigione? E’ rispetto per il paziente?

La lastra viene fatta velocemente, tanto da dimenticare le protezioni. Il radiologo mi chiede cosa vogliono vedere. Gli dico che non è stata diagnosticata una frattura. Borbotta: "Il piede ha 26 ossa. Sarebbe meglio che mi dicessero cosa devo guardare". Il nuovo referto, che mi farò spedire a casa, non diagnostica neanche stavolta la seconda frattura. Torno al Pronto Soccorso e aspetto fino alle 11. Il medico ribadisce la presenza di un’altra frattura. Dove? "Dove vede l’ematoma", ma non nomina l’osso interessato. "Si rende conto che se non fossi venuta qui, avrei caricato su una frattura?" gli chiedo. "Non è vero. Avrebbe sentito male e si sarebbe fermata". Sono basita. Di tutt’altro avviso il mio medico, a cui riferirò telefonicamente l’accaduto: "Le avrei detto che era normale sentire male. Se dopo 20 giorni il dolore non fosse cessato avremmo fatto una lastra".

Il medico del PS mi dice che devo mettere un tutore. Gli dico che me lo hanno dato al controllo. "Ah, glielo hanno pure dato!". Mi pare di capire che consideri la cosa poco opportuna. L’infermiera mi spiega come sistemarlo. Per fortuna ho portato delle calze, altrimenti dovrei fare conoscere al mio piede i rigori invernali. La scarpa invece non riesco a calzarla. Chiedo all’infermiera di avvisare l’ambulanza che mi riporti a casa, seguendo la procedura. Polemizza: "Stamattina è venuta con l’ambulanza? E perché?". Glielo spiego. Replica: "Ah, non aveva nessuno che potesse portarla; e non ha nessuno che possa venire a prenderla? Si chiami un taxi! Mi sembra un peccato chiamare l’ambulanza per una persona che sta bene. L’ambulanza è per le emergenze". Mi sento umiliata. Stranamente gli operatori non avevano espresso giudizi sulla necessità di un trasporto con l’ambulanza, né lo faranno poi.

Il tutore offre sotto la pianta la protezione pari ad una suoletta da scarpe indurita. Se dovessi perdere l’equilibrio, mentre salgo le scale (2 piani un po’ ripidi e stretti) con le stampelle, potrei farmi davvero male. Il tempo e la salute in gioco sono i miei. Perdo tempo a spiegarle la situazione e poi vado a pagare i miei 25 euro. Mentre mi avvio alla cassa, rifletto sulla stranezza di pagare per una pregressa frattura non diagnosticata. Prenoto il controllo al piano superiore e mi siedo ad aspettare l’ambulanza che mi riporterà a casa alle 16.30. Mi farà compagnia nell’attesa una signora anziana col marito, steso su una barella, in attesa dalle 10.30 del trasferimento al S. Chiara, per ulteriori controlli. Il suo volto, contratto dal dolore e dalla preoccupazione in una maschera tragica, rigata di lacrime, marcherà il silenzio e l’attesa fino alle 16. Fuori la neve colora la città e il Pronto Soccorso si trasforma in un mercato, tra passanti caduti e infortunati sugli sci.

Uelefono al mio medico, gli racconto l’accaduto e la mia intenzione di fare qualcosa: un reclamo, una segnalazione o altro. Lui si dice disposto a firmarla. A casa mi renderò conto che nella documentazione non c’è traccia della seconda frattura e nemmeno nella refertazione radiografica. Una strana mancanza. La mia parola su una dichiarazione verbale del medico del PS, contro quello che la carta canta. Nella relazione del Pronto Soccorso del 2 gennaio, si legge alla voce "esame obiettivo": "Piede dx ancora tumefatto dorsalmente, dolente in sede di frattura", ma non si specifica che il dolore non è nella posizione dello scafoide tarsale. Due punti del piede differenti e molto lontani tra loro. Nulla sulle carte sembra giustificare gli ulteriori 20 giorni di prognosi.

La mia quotidianità diventa ancora più cauta, terrorizzata dall’idea di perdere l’equilibrio e di non avere sufficiente protezione e con una nuova prospettiva: "Tra 20 giorni potrà fare della cyclette". Di camminare senza problemi quel medico non parla. Di mia iniziativa, memore di un’altra fisioterapia, ripesco dalla memoria qualche esercizio per le gambe, da fare a letto, sempre senza carico, per cercare di riprendermi parte della muscolatura.

Il 16 gennaio ecco la nuova visita di controllo. Il mio compagno mi aiuta a varcare la soglia di casa, direzione ospedale, sempre 1° piano. All’accettazione mi chiedono l’impegnativa. "Il medico del Pronto Soccorso non gliel’ha data? Non so se deve fare degli altri raggi. Qui non è scritto".

Mi chiamano. E’ lo stesso ambulatorio del 20 dicembre. Per fortuna l’infermiera e il medico sono diversi. Metto i piedi sul lettino e tolgo il tutore. Sento il medico che consiglia al paziente dell’ambulatorio a fianco due bagni al giorno di acqua e sale. Ora è da me. Mentre guarda la documentazione, accenno alla seconda frattura, ma lui ribatte: "Qui non c’è scritto. Forse era qui, dove c’è l’ematoma". La mia parola contro la loro. Rispetto alla terza prognosi, che fissava in 40 giorni totali il tempo di consolidamento della seconda frattura fantasma, mancano 5 giorni. Tocca il piede e solo in quella posizione il piede è dolente. Molto. Non sembra importante. "Provi a camminare". Muovo qualche passo barcollante. La muscolatura è sviluppata in maniera differente. Non controlla la correttezza dei movimenti, né da consigli.

Anche per me la soluzione consiste in bagni di acqua e sale e in non meglio precisate solette, in termini medici, come riportato sulle carte, "sottopiede morbido": "Le trova all’Upim". Nessun dubbio sulla necessità di una lastra. Nessuna necessità di verificare le mie parole. Nessuna menzione alla necessità della fisioterapia, nessun accenno a una tabella di progressione della deambulazione. Nessuno accenno alla terapia antitrombotica: da continuare o meno.

"Niente più tutore?" "No, non serve". Lo ripongo e mi metto calzini e scarpa. Lo chiamano al telefono. La nostra interazione è già finita. Chiedo all’infermiera se posso uscire dalla stanza camminando. Sorride e mi dice: "Meglio non esagerare". Inforco le stampelle ed esco, dirigendomi verso la cassa e poi a riprendere il mio cumulo di carte destinato ulteriormente ad aumentare. Nessuna fisioterapia prevista né alcun consiglio di esercizi per il potenziamento muscolare di una gamba rimasta immobile per 40 giorni. Strano, no?

Parole chiave:

Articoli attinenti

In altri numeri:
L’anestesista non c’è, operazione rimandata. E intanto…
I responsabili della malasanità
Antonio Pedrotti

Commenti (3)

sara

a me è successo di peggio..cadendo dalle scale mi sono rotta una gamba ma mentre cadevo il piede si è incastrato tra i buchi della ringhiera e ha fatto crak!!!!! mi sono rotta la gamba destra e il piede sinistro!!! ho dovuto usare la sedia a rotelle per 50 giorni. è una storia lunga...non ve la racconto!!!

lola

A me è accaduta una cosa analoga, ho avuto un distacco dello scafoide del piede e mi hanno fatto mettere un tutore.
Dopo 33 gg al controllo senza farmi fare raggi mi dicono di togliere tutto e incominciare a camminare perchè "in teoria la frattura si è consolidata".
Io dico ma ho il piede nero, freddissimo e dolorante.
E' l'ematoma che non è andato via. Non mi hanno dato cura anti trombosi e soprattutto non mi hanno fatto ulteriori lastre pur avendo pagato 30 euro di visita ortopedica senza guardare nemmeno il piede.
Arrivo a casa e rimuovo tutto ma il dolore è insopportabile, vado a fare i raggi e ho ancora la frattura. Chissà come finirà.

enrica

cavoli, e non hai potuto nemmeno denunciarli?
io ho lo stesso problema a letto con il piede sinistro ingessato tutto fino al ginocchio, per una frattura del terzo medio del quinto metatarso piede sinistro. Talvolta sento bruciori al tallone, alle dita , delle bolilicine al piede. Mi fa un male.. quindi è fatto male? e non lo rifanno il gesso? che.. come hai fatto dopo i 40 guorni , io 35 giorni
Scrivi un commento

L'indirizzo e-mail non sarà pubblicato. Gli utenti registrati non devono inserire altre verifiche e possono modificare il proprio commento dopo averlo inserito.

Riporta il codice di 5 lettere minuscole scritto nell'immagine. Puoi generare un nuovo codice cliccando qui .

Attenzione: Questotrentino si riserva la facoltà di cancellare commenti inopportuni.