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QT n. 19, 10 novembre 2001 Monitor

Eva Yerbabuena: riflessioni critiche

Dopo lo spettacolo di flamenco "5 mujeres 5", intervista alla danzatrice spagnola, sull'onda di un notevole successo artistico (da non confondere con quello del flamenco folkloristico-modaiolo).

Che il flamenco sia una delle danze da qualche anno più amate dal grande pubblico europeo è ormai un dato di fatto, confermato anche a Trento dal tutto esaurito registrato al Teatro Sociale per "5 mujeres 5", spettacolo di flamenco, appunto, che ha inaugurato la stagione di danza del Centro Santa Chiara. Ma questo spettacolo aveva un merito in più, ossia Eva Yerbabuena, danzatrice e coreografa di Granada che, secondo la critica specializzata, è l’esponente più significativa del nuovo flamenco.

Eva Yerbabuena.

Poco più che trentenne, Eva Yerbabuena è già stata invitata a proporre i suoi spettacoli nei centri fondamentali della danza europea, tra cui Wuppertal (da Pina Bausch) ed alla Biennale di Venezia, chiamata da Carolyn Carlson. I motivi di questo successo artistico, da distinguere da quello di massa e di stampo modaiolo che invece sorride al coetaneo Joaquìn Cortés, vanno cercati nel modo della Yerbabuena di trattare la tradizione rispetto alle innovazioni che danno nuovo smalto a questa arte antica, troppo spesso irrigidita in un floklore da cartolina. Lo spettacolo "5 mujeres 5" proponeva infatti un flamenco formalmente molto sobrio, stilizzato, con abiti lunghi ma senza orpelli, mentre il virtuosismo tecnico sia nella musica che nella danza non era mai fine a se stesso, ma subordinato all’esperssività.

In questa estetica essenziale si riflette il mondo interiore della danzatrice che, attraverso la danza, ha voluto esprimere l’evoluzione sentimentale di un personaggio femminile, caratterizzato da una straordinaria intensità drammatica dei gesti e dello sguardo.

Questa posizione rigorosa è emersa anche nell’incontro col pubblico che Eva Yerbabuena ha tenuto nel pomeriggio dello spettacolo al Sociale: minuta e delicata, vestita con maglietta e pantaloni di pelle nera, la danzatrice ha parlato del significato che ha per lei oggi il flamenco: "Prima di essere una delle maggiori espressioni culturali della Spagna, il flamenco è innanzitutto vita, esprime il modo di essere della gente andalusa. Come la vita cambia continuamente - prosegue Eva Yerbabuena - così anche il flamenco deve trovare nuove vie di espressione e di comunicazione se vuole arrivare agli altri".

Allora è significativo che nell’ultima generazione di artisti ci siano molte donne, rispetto alla precedente tendenza decisamente al maschile?

"Il maschilismo nel flamenco c’è ancora, soprattutto nel campo dei chitarristi, dove le donne non si sono ancora affermate anche se, in generale, la donna si sta sempre più realizzando".

Qual è il ruolo della figura femminile nel flamenco?

"Nel mio caso, visto che sono molto timida, è quello di comunicare. Ricordo inoltre che quando ero piccola mi portarono ad un festival di flamenco e rimasi colpita nel vedere delle donne normali completamente trasfigurate sulla scena: il flamenco è la possibilità di apparire in un altro modo e, attraverso il travestimento, scoprirsi per poter comunicare tanta forza".

Come mai in questo suo balletto non usa gli abiti tradizionali del flamenco?

"Per me l’abito è una seconda pelle e in ‘5 mujeres 5’ per parlare del percorso sentimentale di una donna non volevo usare abiti spettacolari, a pois. Mi sono invece ispirata agli abiti più semplici che ho visto in vecchie fotografie, indossati da grandi ballerine prima di diventare famose".

Di lei hanno scritto che possiede il misterioso "duende". In cosa consiste?

"Il duende è difficile da definire e da raggiungere: diciamo che è quella magia che ogni tanto si sprigiona dalla danza e che crea una comunicazione profonda tra l’artista ed il pubblico".

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