Il Trentino delle deroghe
I piani regolatori comunali sono carta straccia..
La giunta provinciale di Maurizio Fugatti non va per il sottile. Il partito del fare, mantiene una ferma coerenza. È sufficiente che si proponga un investimento, possibilmente ricco di cemento, e arriva il consenso, anche se per realizzarlo si devono sconfessare un piano regolatore comunale e il piano urbanistico provinciale. Le considerazioni ambientali, sociali, il tema dei cambiamenti climatici, le osservazioni dei tecnici vengono accantonate: per questa giunta nemmeno meritano risposta. Si deve fare, consumare suoli pregiati, offendere il paesaggio: questa in sintesi l’azione dei governi Fugatti.
Succede sul Cermis. Il Comune di Cavalese, o meglio la società Funivie Alpe del Cermis, chiede un nuovo bacino di innevamento, un devastante campeggio di lusso nel fondovalle, l’aumento di volumetrie degli alberghi in quota? Nulla si nega, nel nome dello sviluppo, del turismo si stracciano i valori di paesaggi, di naturalità, aree pascolive e forestali.
Andiamo a monte dell’Avisio, a Pozza di Fassa e a Predazzo, e soffermiamoci su due recenti deroghe che hanno dell’incredibile.
Il rifugio Buffaure: Diventerà un albergo di lusso
Siamo in alta Val Jumela, la zona oggetto di uno scontro severo quasi trenta anni fa, con la giunta di centro sinistra-ambientalista di Lorenzo Dellai. Sostenevano le associazioni ambientaliste e la SAT: “Se si concede quell’area all’industria dello sci, negli anni l’intera montagna verrà paesaggisticamente distrutta”. E così è stato, “tacon per tacon”, dicono i trentini, vi si è aggiunto un qualcosa sempre ritenuto minimale.

Lorenzo Dellai, con un sorriso irridente, spiegava allora che si sarebbe trattato dell’ultimo sacrificio ambientale in favore dello sci. Fin da subito, però, lo stesso presidente si smentiva: pochi mesi dopo nella sede del parco Adamello Brenta (ulteriore sfregio istituzionale) approvava il collegamento sciistico Pinzolo-Campiglio e poco dopo dava il via alla devastazione dell’altopiano di Folgaria. Sempre a sostegno dell’industria dello sci. Ricordare la storia è utile, ma veniamo all’attualità.
Siamo in alta Val Jumela-Buffaure (Comune di Sèn Jan), verso il Ciampac. Dagli anni '75 è in funzione un modesto rifugio escursionistico a 2050 metri di quota, in legno, il rifugio Buffaure. In febbraio il Consiglio Comunale di Sèn Jan ha approvato un progetto di demolizione e ricostruzione dell’edificio per fare posto ad un nuovo “rifugio”.
Per realizzarlo è necessario ricorrere a una deroga del PRG comunale. Il progetto presentato è oltremodo impattante. Contrasta con le schede tecniche del PRG che prevedono per gli edifici in quota solo il risanamento conservativo, con definiti minimali indici di ampliamento, con l’area destinata a pascolo e ritenuta zona di elevata naturalità. La locale commissione edilizia lo scorso anno bocciava il progetto.
Per il sindaco di Sèn Jan non c’è tempo da perdere e porta in Consiglio Comunale la deroga al PRG del 2015, chiedendo l’approvazione della delibera. E così è stato, all'unanimità.

L’edificio sarà in legno blockbau, su quattro livelli. Un garage seminterrato per il gatto delle nevi, e le motoslitte, locali tecnici, tre camere con bagno per il personale, area welness. Al piano terra ci sarà la sala bar e il ristorante per 120 posti a sedere, la cucina, nove servizi igenici, la reception, l'accesso all’area notte e una terrazza esterna per altri 150 posti. Al primo piano ci saranno cinque suite da due posti letto ciascuna, una sauna privata, una terrazzo e due sale servizi. Il secondo piano ospiterà l’appartamento dei gestori e quattro camere del personale più servizi.
La superficie occupata dalla struttura sarà di 2391,73 metri quadri, con un aumento del volume approvato del 450%. Per mantenere il nome di rifugio è necessario rendere agibile un bivacco invernale. Nessun problema, grazie ad una nuova deroga si abbatterà l’attuale piccola baita e in prossimità, su un'area oggi libera, si costruirà il nuovo. Teniamo presente che la legge sulla montagna per i rifugi prevede che offrano una “sobria ospitalità”.
Si tratta di un’ennesima deturpazione del territorio. Ma nonostante questo, la Provincia ha approvato il nulla osta. Nel concreto si sposa l’overturismo; del resto l’assessore Failoni nega vi sia questo problema, si tratta di un regalo offerto all’industria dello sci. Non è un caso che sia appena stata sostituita la vecchia seggiovia del 1997: da una capacità di trasporto di 1.800 utenti si passerà a 2.600. Non è casuale che la pista di sci potenziata passi appena sotto il rifugio. Altro che l’interesse generale invocato! Qui si risponde solo a esigenze privatistiche. Gli amministratori, comunali e provinciali, si propongono come servitori di pochi soggetti afferenti l’industria dello sci. E questo avviene in un comune dove i residenti non travolti da conflitti di interesse nel settore del turismo sono ormai una silenziosa e minacciata minoranza.
Non si dimenticano gli allevatori
Il secondo esempio ci porta nel settore agricolo. Siamo nel Comune di Predazzo, appena a monte della piana, zona “Campagna”. Il versante dà ospitalità a più stalle, tutte di sproporzionate dimensioni, i cui allevatori locali devono acquistare fuori regione il 50% del foraggio necessario all’alimentazione dei capi bovini. Un dato che dovrebbe portare a qualche riflessione: in valle le aree destinate al foraggio, le zone agricole di pregio, sono sempre meno e dunque intelligenza vorrebbe che si conservasse quel poco rimasto.

In questo caso l’Azienda Mas dei Zalune, di proprietà di Valentino Bosin e figli, propone un ampliamento della stalla, costruita negli anni ‘70, ritenuta oggi inadeguata (80 capi, dei quali 50 da latte); in Alto Adige un’azienda di 30 capi è già ritenuta fuori scala. Sono animali da latte e singoli capi da carne o da riproduzione. Si propone di arrivare ad una stalla di circa 100 capi, l’edificio sarebbe su quattro piani, due dei quali interrati: concimaia per liquami e solido e altri servizi. Fuori terra rimarrebbe la stalla, un ampio garage e nel sottotetto un ufficio (60 metri quadrati, per un’azienda agricola). Il progetto è in contrasto con il Piano Regolatore comunale. Si passa dagli attuali 6340 metri cubi a 11.137 (4.796 in deroga). La superficie occupata passa da 25.717 mq. a 45.493, l’altezza dell’edificio sarà di sette metri.
Anche in questo caso la Provincia è stata solerte nel concedere il nulla osta.
Qualcuno si indigna?
Siamo in presenza di due deroghe alla pianificazione comunale che nelle dimensioni hanno dell’incredibile. Vi si deve riflettere. Questi comuni, quando affrontano la loro nuova pianificazione territoriale, sicuramente hanno affidato l’incarico a dei tecnici di qualità. Questi ultimi, per giustificare le scelte, avranno dovuto ricorrere a esperti di paesaggio, di ambiente, a persone che conoscono la realtà sociale; avranno coinvolto gli operatori economici, forse anche i residenti. Tutti passaggi che hanno dei costi, che hanno visto maturare le decisioni urbanistiche su conoscenze specifiche, anche identitarie e storiche. E dunque si rimane sconcertati del sostegno offerto a deroghe di simile entità. Già di per sé la deroga è una scelta che offende la democrazia, il cittadino.
Nei due casi di cui abbiamo parlato a offendersi dovrebbero essere prima di tutto gli amministratori che avevano sostenuto la pianificazione, compresi gli amministratori provinciali che l’avevano avallata. Ma anche i professionisti che erano stati chiamati a lavorarvi.
Si rimane sorpresi da simili scelte anche per il fatto che nelle maggioranze che le hanno approvate non c'è stato un accenno di discussione sul turismo, sulla qualità del territorio, sul valore della montagna.
Nel caso della stalla nessuna riflessione è stata fatta sulla mancanza di foraggio in valle, sulla scarsità dei prati produttivi, sul paesaggio, sui problemi sempre più severi che coinvolgono la gestione di queste enormi stalle e il crollo del prezzo di vendita del latte, della reale capacità di vendita del prodotto di seconda lavorazione, il formaggio.
Lo scandalo cade sulle spalle di chi sta governando questa provincia. Pur di mantenere un sostegno clientelare diffuso si fa carta straccia di pianificazioni e regolamenti.
Mai come oggi è invece urgente avviare una nuova programmazione territoriale che sia capace di offrire risposta, non tanto alle esigenze del mondo produttivo (senza per questo trascurarle), ma agli effetti dei cambiamenti climatici in atto, alla caduta di biodiversità, alla qualità dei paesaggi, alla scarsità di risorse fondamentali come l’acqua, alla gestione delle aree protette, al tema della sicurezza territoriale, idraulica e della montagna, della mobilità. Si deduce, da queste decisioni, che la giunta provinciale lavora in senso opposto ai problemi che l’immediato ci presenta. Ne siamo certi: la giunta affronterà la stesura di un nuovo Piano Urbanistico Provinciale: ma con una visione opposta. Per privarlo di ogni possibile vincolo, per renderlo strumento agile che possa facilitare ulteriori assalti al territorio e al paesaggio.
Un capitolo, questo, che il mondo politico trentino oggi all’opposizione dovrà affrontare con determinazione, cultura e coraggio.