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QT n. 5, maggio 2026 Servizi

L’Università di Trento e Israele

Il genocidio dei palestinesi: da qui, possiamo fare qualcosa?

Dalla Rete Legalità per il Clima, rappresentata da quattro avvocati di Napoli, e dai sindacati di sinistra CUB e Sindacato di Base (rappresentati rispettivamente da Ezio Casagranda e Fulvio Flammini), è stata inviata all’Università di Trento una “Diffida a sospendere ed interrompere qualsivoglia rapporto di collaborazione con università, aziende e istituzioni legate allo Stato di Israele”.

Il documento può non essere condiviso in toto, ma è indubbiamente interessante, sia per la posizione che propone, sia per le argomentazioni che porta a supporto. Partiamo dai crimini internazionali commessi da Israele.

Partendo dalla situazione di Gaza, il documento porta dati Onu in parte pochissimo conosciuti. Quindi non solo i risultati del bombardamenti - quasi 70.000 palestinesi uccisi, oltre 170.000 feriti, il 92% delle case totalmente distrutte. Ma anche la catastrofe umanitaria successiva: decessi legati alla malnutrizione, agli attacchi indiscriminati dei civili ed agli ostacoli all’accesso agli aiuti: il 22% della popolazione si trova ad affrontare un livello di insicurezza alimentare “catastrofico”, mentre un ulteriore 54% si trova in una situazione di “emergenza” (dati dell’United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA).

The Lancet, una delle più autorevoli riviste scientifiche del mondo, ha pubblicato una lettera firmata da oltre 3.300 studiosi internazionali che denuncia una delle conseguenze più drammatiche dell’offensiva su Gaza: il crollo dell’aspettativa di vita nella Striscia, ridotta di ben 35 anni. Un deterioramento dell’aspettativa di vita peggiore di quello registrato durante il famigerato genocidio in Ruanda nel 1994: il collasso del sistema sanitario (sistematicamente distrutto dall’esercito israeliano), la malnutrizione indotta, la carenza d’acqua indotta, il permanere di uccisioni indiscriminate.

Questo, come é noto, ha portato la Corte Penale Internazionale a emettere un ordine di arresto con l’accusa di crimini contro l’umanità nei confronti di Benjamin Netanyahu e di Yoav Gallant, rispettivamente Primo Ministro ed ex Ministro della Difesa dello Stato di Israele.

Passando alla colonizzazione dei territori occupati, ed in particolare in Cisgiordania, divenuta ormai sistematica e sempre più feroce, la Corte Internazionale di Giustizia ha intimato agli Stati membri di non fornire a Israele alcuna assistenza utilizzabile per gli insediamenti nei territori occupati e di interrompere l’importazione di prodotti da tali aree, estendendo anche ai privati – ovvero ai soggetti diversi dallo Stato – l’obbligo di cessare le loro attività all’interno o in connessione con gli insediamenti israeliani (qui i firmatari usano il grassetto, sottintendendo che quest’obbligo riguarda anche le università).

Che fare?

A questo punto qualcuno può dire: Onu? Corte Penale Internazionale? Diritti Umanitari? E allora? Sono organismi superati, se mai hanno contato qualcosa, ora non contano nulla, siamo nell’era in cui, in maniera chiara, esplicita, si sa che a contare è una sola cosa: la forza.

Troviamo triste che si possa ragionare così, che ci si rassegni a rinunciare ai diritti dell’umanità. E lo troviamo stupido, se a farlo sono i cittadini di un paese come il nostro, che forza non ne ha, e se dovesse essere quella la misura del mondo saremmo ridotti, se va bene, al ruolo di miseri vassalli.

Per questo (nel mentre, magari come Unione Europea, sarebbe bene che comunque ci rafforzassimo), è indispensabile riconoscere, nei fatti, la validità degli organismi e del diritto internazionale, contrastare le plateali violazioni dei basilari principi umanitari - tra le quali, atroce, il genocidio dei gazawi – attraverso le sanzioni, l’isolamento economico, commerciale e culturale di chi ne è responsabile.

Partendo da queste basi la Diffida analizza nel dettaglio i rapporti tra l’Università di Trento e università, aziende e istituzioni legate allo Stato di Israele.

E’ un’analisi molto vasta ed approfondita, moltissimi sono questi legami, magari all’interno di progetti cui concorrono diverse realtà scientifiche europee. Ora, se alcuni progetti possono essere integrati all’interno della ricerca funzionale all’apparato militare, altri invece si configurano come “”dual use”, vale a dire “potenzialmente idonei a produrre risultati utilizzabili anche in operazioni militari o comunque di violazione dei diritti umani”.

Qui il discorso quindi, si amplia. Perché praticamente tutto, dal computer all’autocarro, può prestarsi ad essere usato anche in ambito militare o di controllo della popolazione. Per cui la questione non riguarda più solo la collaborazione con l’apparato militare, ma si allarga, si fa etico-politica: insomma, si intende o meno interrompere qualsiasi rapporto con Israele finché prosegue nella sua azione di distruzione della popolazione palestinese?

Così conclude la diffida: “Il Rettore (di Trento, Flavio Deflorian, n.d.r.) ha più volte ribadito che l’Ateneo ha sospeso e congelato alcuni accordi con università israeliane (ad esempio, quelli con l’Università di Haifa), ma che non può sospendere, o peggio uscire, da accordi che dipendono dall’Unione Europea, pur ammettendo la gravità dei crimini commessi da Israele e che alcuni dei partner dei progetti – ad esempio, IBM Israel – sono integrati nell’apparato militare e di sicurezza dello Stato di Israele.

Nel comunicato stampa UNITN del 22/10/25 si legge che il Senato accademico ha “espresso la sua più ferma condanna nei confronti delle autorità israeliane per i gravissimi crimini di guerra messi in atto che hanno portato alla fondata accusa di genocidio, sostenuta da autorevoli enti internazionali, ai danni della popolazione palestinese”

Così si conclude il documento: “Facciamo fatica a comprendere come possa l’Università continuare tali collaborazioni e considerare ‘illegale’ la possibilità di interromperle, pur sapendo che le attività criminali in atto da parte dello Stato di Israele possono essere facilitate dalle risultanze dei progetti in atto, o che – in ogni caso – lo Stato di Israele se ne possa comunque avvantaggiare”.

Di qui la diffida al Rettore, pena il ricorso anche alla via giudiziaria, a interrompere qualsiasi collaborazione, e ad uscire dalla partecipazione di qualsiasi progetto nel quale siano presenti partner israeliani.

Il Rettore Flavio Deflorian

Fin qui il documento. Aggiungiamo solo una brevissima considerazione: ci rendiamo conto dell’imbarazzo del Rettore: ridimensionare o addirittura troncare progetti di ricerca per la perdita di un partner essenziale, significa mettere in crisi il lavoro e le aspettative di tante persone. Può essere una scelta anche molto dolorosa. D’altronde, ormai lo si sa, le sanzioni hanno impatti negativi anche su chi le emette.

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