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QT n. 4, aprile 2026 Servizi

Federazione cooperative: sempre peggio

Gli oligarchi della cooperazione hanno vinto. E non hanno più alcun ritegno

Da mesi la Federazione delle Cooperative è alle prese con il problema dominante di ogni organismo schiettamente burocratico: l’elezione del presidente. Un presidente c’era, Roberto Simoni, che veniva da due mandati espletati con assoluto grigiore, quindi senza scontentare nessuno. Ci si aspettava – lui si aspettava – un rinnovo della carica. Invece niente, il suo consiglio di amministrazione gli ha voltato le spalle: se il grigiore non aveva creato scontenti, non aveva nemmeno suscitato entusiasmi, ritornava quindi in auge il gioco della corsa alla poltrona più alta, diventata disponibile.

Bene, si potrebbe dire. Almeno c’è un cambiamento. Sì, però… Innanzitutto il cambiamento sembra del tutto fine a se stesso: non c’è nessuno scontro di idee, presentazione di progetti, si avanzano o si ritirano (o si tengono coperti) solo dei nomi: Maurizio Maffei (Cassa rurale Vallagarina), Italo Monfredini (cooperative sociali), Silvio Mucchi (anch’egli dal credito), Mario Tonina (l’assessore provinciale, vecchia volpe democristiana che infatti ha subito negato, per ora, poi si vedrà). Qualche nome indica una qualche direzione programmatica, o addirittura strategica? Non risulta. A ognuno dei candidati in pectore vengono associati questo o quell’alleato, oppure settore, disposto – forse, poi vediamo – a sostenerlo, ma di idee non si parla proprio.

Beh, niente di nuovo, sembra un partito politico, dirà qualcuno. Vero. Un partito che vivacchia.

Ma c’è di peggio. Una cartina di tornasole che brutalmente evidenzia il reale stato di salute del movimento.

Tra i candidati, anzi forse il più papabile, c’è infatti Renato Dalpalù, presidente del Sait. E Dalpalù (su cui molto ha scritto QT (vedi “Dalpalù e la BTD” del maggio 2015 oppure “Sait, un posto per l’oligarca?” del novembre 2020) non solo ha avuto una gestione molto controversa di Sait, ma non dovrebbe avere le carte a posto: ha infatti patteggiato un anno di reclusione per il fallimento della Btd Servizi Primiero, azienda di costruzioni di cui era il dominus, e inoltre per la stessa vicenda è stato sospeso per 18 mesi dall’Albo dei Commercialisti.

Come è possibile che si pensi di investire della massima carica del movimento cooperativo una persona con un tale passato?

E’ possibile. Il merito evidentemente non conta niente. E neanche la trasparenza, la correttezza. Stiamo parlando infatti di oligarchi che rispondono solo a se stessi e al loro ristretto cerchio magico, entro cui deve essere rinchiuso il potere.

Per fare un altro nome che gira ancora nel grande palazzo della Federazione, ed è influente: Diego Schelfi, il presidentissimo che riuscì ad imbullonarsi sulla poltrona facendo modificare lo statuto e facendosi eleggere a un quarto (quarto!) mandato; e che ora è molto attivo nei giri di affari più discussi, come la penetrazione in terra trentina del trio Benko-Hager-Signoretti sotto inchiesta per associazione a delinquere di stampo mafioso.

E’ in questo quadro che va visto il benservito a Roberto Simoni.

Rinnovamento? Ma per favore, Dalpalù è suo coetaneo. E’ solo un giro di poltrone tra i soliti noti. Che non si sono ancora accordati, ma lo faranno, con le usuali modalità, in vista dell’assemblea del prossimo 12 giugno.

I problemi inevasi

Roberto Simoni
Mauro Fezzi
Renato Dalpalù

Il fatto è che il movimento cooperativo avrebbe vitale bisogno di ridefinire se stesso. I problemi infatti sono enormi, e strutturali. In una parola: che senso ha oggi la cooperazione, perché il consumatore dovrebbe preferire la Famiglia Cooperativa a Poli, oppure i vini di Cavit al Ferrari? La differenza dovrebbe essere nel trattamento dei dipendenti, nell’attenzione al territorio, nello schema sociale che la cooperazione rappresenta, con il contadino che coltiva la vite, è socio e quindi gestisce la cantina sociale che vinifica, e poi questa è socia e gestisce il consorzio che commercializza il vino.

Ma questo è in gran parte teoria. La burocratizzazione della struttura capovolge la piramide: il socio non conta nulla, il presidente del Consorzio è il boss. Con il che molte cooperative funzionano egregiamente, “ma la spinta ideale non c’è più” ci dicono.

Negli scorsi anni si era tentato di rompere il circolo vizioso, ampliando il ruolo dei soci e arginando lo strapotere degli oligarchi attraverso la limitazione del numero dei mandati e quello, per i consiglieri di amministrazione della federazione, degli incarichi retribuiti (non più di tre, mentre ora sono millanta) all’interno del sistema cooperativo.

Era stata una ventata riformatrice, prima con la presidenza di Mauro Fezzi, poi di Marina Mattarei, poi con la candidatura di Geremia Gios. Una stagione troppo breve. Causa errori e divisioni, i riformatori persero la partita. E gli oligarchi ritornarono a spadroneggiare. Le prime timide riforme sono state travolte: adesso la limitazione del numero di mandati è scomparsa, ci sono i presidenti a vita e anche il numero degli incarichi per i membri del cda retribuiti è liberalizzato: c’è chi ne ricopre venti-trenta, non solo per accumulare indennità, ma per gestire il potere, controllare le persone.

E’ appunto un’oligarchia. I dissidenti, nella sconfitta si sono dispersi, e gli oligarchi ora fanno quello che vogliono. A costo di rischiare di tagliare il ramo su cui (comodamente) siedono. La Federazione infatti sta perdendo senso: la crescita del peso dei presidenti dei consorzi porta la politica a rapportarsi direttamente con loro e bypassare la Federazione, valutata come ininfluente e quindi inutile. E’ il movimento che perde senso e inizia a disarticolarsi.

Anche dal punto di vista etico. Nel resto d’Italia, soprattutto al sud, cooperativa vuole spesso dire malaffare, sfruttamento, ad esempio di migranti. “Ora succede anche da noi. A iniziare da certe coop di pulizie – ci dicono dall’interno del movimento - Le organizzazioni centrali, Lega, Confcoop, Federazione, chiudono un occhio. Come peraltro fanno in tanti, compresi i consumatori finali, che trovano utilissimi i rider che quasi gratis ti consegnano il pacco Amazon a casa. Ma la cooperazione, o è diversa da Bezos, oppure non è”.