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QT n. 3, marzo 2024 L’editoriale

Il mito di Giorgia

Grande festa a sinistra per la vittoria in Sardegna. Condividiamo. Si è sostenuto una candidata adeguata, anzi forse, a quanto si dice e al suo curriculum, più che adeguata. Per converso il centro destra ha voluto promuovere Paolo Truzzu, impopolare sindaco di Cagliari, quando peraltro l’alternativa era Christian Solinas, pessimo presidente della Regione.

Su questo vale la pena fermarsi. Non si tratta di un incidente, di un “errore” un po’ casuale, come Meloni ha, sia pur a denti stretti, ammesso il giorno dopo.

Si tratta di un metodo: ricordiamo per il centrodestra i candidati a sindaco di Roma e di Milano, ma anche le inaspettate sconfitte di Vicenza e Verona, con candidati bolsi o improbabili. Meloni e soci, come si vede in maniera eclatante a livello nazionale, hanno evidenti problemi di classe dirigente. Quello che da giovane si vestiva da SS, quello che sparacchia alla festa di Capodanno, quello che fa fermare il treno perché vuole scendere, quello che, per fare un discorso ad effetto in Parlamento, divulga i documenti dei Servizi, quello che su un braccio si tatua “TRUX”.

Tutto questo appariva secondario, perché coperto dalla grande popolarità del leader, ossia Giorgia Meloni. Che difatti, per vincere in Sardegna, ha tappezzato l’isola con la sua faccia, trasformando le elezioni regionali in un referendum su lei stessa. Ma i sardi, che appunto sono sardi, cioè prima di tutto orgogliosi, non hanno gradito.

A questo punto il risultato va oltre la Sardegna. Perché si è rotto l’incantesimo. Giorgia l’underdog, la piccola tenace militante di un bistrattato piccolo partito, che ha rotto il tetto di vetro, arriva alla guida del paese, governa con saggezza popolana, conquista la pubblica opinione, diventa elettoralmente invincibile.

Un incantesimo, appunto. Che quando si rompe, disvela la realtà. I favori a piccole, privilegiate ma rognose categorie come i tassisti e i balneari; i segnali ambigui verso i corrotti con le “riforme” sulla giustizia; in generale la complicità con gli evasori; i conseguenti disinvestimenti in settori dolenti come la sanità; le imprese costose e strampalate come il ponte sullo Stretto; i pasticci – o peggio, le disumanità, vedi la tragedia di Cutro - sul tema migranti, decisivo all’opposizione e ora derubricato a secondario, oppure gestito con fallimentari iniziative in Tunisia o in Albania; le controverse, avventurose riforme istituzionali; le pulsioni securitarie che producono sciocchezze come il decreto sui rave party o le vergognose cariche poliziesche sui ginnasiali; le indulgenze verso le risorgenze nostalgiche e para-post-fasciste.

Anche la politica internazionale, condotta su una linea atlantica ed europeista molto apprezzata dalla grande stampa, è però in stridente contrapposizione con i tanti anni in cui Giorgia sbraitava predicando l’esatto opposto.

Sono tutti temi su ognuno dei quali di sicuro c’è una parte di popolazione che concorda. Ma messi insieme rischiano di scontentare una larga maggioranza, soprattutto se va in frantumi il mito della giovane popolana invincibile. Lo abbiamo visto con altri populismi, lo abbiamo visto con Renzi e con Salvini: rotto l’incantesimo, il declino è molto rapido.

E la sinistra?

A nostro avviso deve stare attenta, non può cullarsi nell’attesa del crollo degli avversari. Perché, se non diventa credibile, forse batte Giorgia Meloni, ma sarà ricacciata dal prossimo populista.

Qui noi vediamo due segnali opposti. Uno, fortemente negativo, la querelle sul terzo mandato di sindaci e governatori. Noi non lo riteniamo un punto essenziale, però vedere plenipotenziari come De Luca (e tantissimi altri) che strepitano per mantenere il loro potere personale, e che trovano amplissima eco ai livelli dirigenziali, evidenzia un punto basilare: il PD è un partito orientato alla poltrona, alla tutela della carriera di professionisti della politica. E’ questo che lo ha ridotto in minoranza e lo rende fragilissimo di fronte ai populismi.

Il lato positivo? L’opposta scelta di una candidata come Alessandra Todde, ma anche - a suo tempo - di Tommasi a Verona o Possamai a Vicenza o altri ancora. E soprattutto il presentare progetti legislativi e sociali per ridurre le disuguaglianze, vero motore del populismo e di tutte le insorgenze irrazionali che stanno attraversando l’Europa. Su questo tema, che è quello decisivo, abbiamo visto la proposta di legge sul salario minimo (non a caso bocciata dalla “popolana” Meloni). Per ora è un inizio, solo un inizio. Speriamo che si prosegua..