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QT n. 5, maggio 2023 Seconda cover

“Perfido”: i testi che non ricordano

Al processo la sfilata degli smemorati. A ribadire che la (pur presunta) locale ‘ndranghetista incute ancora tanto timore.

“Non ricordo...”, “non so...”, tutta una serie di negazioni, anche contro l’evidenza. Come in un film – guarda caso - di mafia, le deposizioni dei testi al processo “Perfido” hanno riproposto le reticenze, i timori, talora un autentico smarrimento: di chi si trova spaurito, stretto tra il potere degli organismi giudiziari da una parte, e quello di gente che sa incutergli timore (e che in paese è ancora difesa e riverita, come raccontiamo nelle pagine successive).

Erano testimoni della difesa, quelli chiamati a deporre il 12 e 13 di aprile. Oltre agli avvocati di Mario Nania (uno degli uomini di spicco dell’organizzazione), sono in scena quelli di Pietro Battaglia, tesi a scinderne le responsabilità da quelle del fratello Giuseppe, “amministratore delegato” dei business dei presunti ‘ndranghetisti nostrani, secondo l’accusa. Non sappiamo se questa divaricazione processuale sia una tattica concordata tra i due fratelli: di sicuro Giuseppe era la mente del sodalizio, quello che aveva praticato e imposto “l’infiltrazione silenziosa” – come la descrive il giudice Borrelli – e aveva teorizzato e messo in opera la “riduzione in schiavitù” degli operai immigrati – come gli addebitano gli inquirenti – ma aveva anche e forse soprattutto lavorato per sé più che per l’organizzazione, come spesso lamentava appunto Pietro con gli altri sodali: “Giuseppe si è mangiato circa 50 miliardi”. Come che sia, nel processo Pietro Battaglia intende figurare come mero prestanome del fratello, delle cui pratiche era completamente all’oscuro.

Le escussioni dei testimoni tendono a dimostrare questo assunto. Pietro Battaglia era solo “un palista”, un operatore di mezzi meccanici, lavoratore di livello basico, lui e Nania erano “un bravo ragazzo” “un amico”, non trattavano mai male nessuno. Nelle intercettazioni invece più volte Mario Nania sbeffeggia gli operai o le loro mogli che, talora con accenti disperati, gli chiedono i pagamenti dovuti ma al banco dei testimoni l’uomo viene descritto come un padrone esemplare.

Gli omoni grandi e grossi. E intimoriti

Fanno sinceramente tenerezza questi lavoratori: spaccapietre, e quindi degli omoni grandi e grossi, dai muscoli in rilievo, che si prodigano nel parlare bene dei loro datori di lavoro. Su altri fatti, biascicano parole imbarazzate, e soprattutto nulla ricordano.

Vediamo un esempio. All’operaio albanese viene ricordata una sua telefonata – intercettata - del pur lontano 2015. Il Pubblico Ministero gli ricorda: aveva chiamato Nania dicendogli: “Vieni qua in cava subito che c'è Carabinieri, molto pericolo, molto pericolo”.

TESTE – Io? Non è vero.

PM: Mi lasci finire che le leggo, dice: “Il camion ha caricato bancali alti, capisci?”.

TESTE– Prego?

PM – “Il camion ha caricato bancali alti, capisci?”, questo è il testo.

TESTE – Questo sì, ma…

PM – Perché c’era…? I Carabinieri facevano dei controlli lì? Sarà capitato che i Carabinieri hanno fatto dei controlli lì, questo se lo ricorderà.

TESTE – Ma non mi ricordo questo qua.

PM – Se lo ricorda che i Carabinieri hanno fatto dei controlli?

TESTE – No, non mi ricordo.

La cosa non sarebbe secondaria. “Bancali alti” vuol dire fuori regola. L’allarme per il controllo era poi cessato, quando i sodali avevano appurato che i controllori erano sì i Carabinieri, ma quelli di Albiano, “i nostri Carabinieri”. Il fatto è molto ben documentato nelle intercettazioni – e quindi risulta acclarato in mancanza di prove contrarie – comunque il PM evidentemente vorrebbe arrivare ad approfondirlo anche partendo dalla testimonianza dell’operaio. Ma non c’è niente da fare, per quanto oltre al PM anche il Presidente della Corte chieda, stimoli, ricordi le sue telefonate, il teste ha perso la memoria.

E così per tanti altri fatti.

Queste reticenze, e il relativo raccontino dei datori di lavoro esemplari, svaporano, quando i Pubblici Ministeri passano alle paghe, documentate dalle carte, le buste paghe da una parte, i bonifici bancari dall’altra, tutti documenti in possesso dell’Accusa. Di qui non si scappa. E giocoforza le testimonianze, tutte uguali, descrivono il sistema di spoliazione dei lavoratori.

Gli operai andavano nell’ufficio della cava, dove prendevano la busta paga, ma non i soldi. Quelli andavano a prenderli in banca.

PM – Cioè il bonifico.

TESTE – Il bonifico, sì.

PM – Il bonifico era non tutto lo stipendio.

TESTE – No.

PM – Era un acconto.

TESTE – Raramente tutto.

PM – Raramente tutto.

TESTE – Raramente tutto, sì.

PM – E dopo il resto come veniva pagato?

TESTE – Niente, io non ho preso…

PM – Poi dopo non prendeva il resto.

TESTE – Ancora da prendere.

PM – Lo deve ancora prendere?

TESTE – Sì.

PM – Ha fatto un conto di tutto quello che dovrebbe prendere?

TESTE – Sì, sì.

PM – Quanto è il conto totale?

TESTE – Più o meno sui 14.000.

Questo per tutti gli operai. I padroni modello pagavano solo una parte dello stipendio, talora saltavano delle mensilità, non operavano mai il conguaglio.

E quando i PM chiedono se di questo avevano parlato con gli altri operai, cala il sipario

PM - Di questa situazione busta paga e bonifico diversi lei si è confrontato con qualcun altro dei suoi colleghi? Avete messo a confronto: “Ma ti capita anche a te questa cosa?”, e se sì chi?

TESTE – A qualcuno sì.

PM – Qualcuno, però mi dice i nomi?

TESTE – E adesso… era come mia situazione anche.

PM – Quanti degli altri? Quanti?

TESTE – Ma io non chiedo.

PM – Va bene, lei lo saprà se erano due persone, tre persone, una persona.

TESTE – Non è che chiedevo a tutti.

PM – Lo capisco.

TESTE – Io parlo per me ho questa situazione, altri…

PM – Quindi lei non si è confrontato con nessun altro. Magari era solamente a lei che allora facevano questo trattamento; io mi sarei confrontata però se lei ha deciso diversamente. Io glielo sto chiedendo.

TESTE – No, io confrontato però non mi ricordo con chi, era stessa situazione mia.

A questo punto interviene il Presidente: – Ma erano più colleghi che erano nella stessa situazione? Uno solo? Perché mi sembra un tema importante per voi operai, no? Cioè dice: “Io vado ogni mese, vedo che mi arriva sul conto metà - per dire - di quello che devo avere; ne parlo con i colleghi”, mi sembrerebbe naturale.

Il teste non si smuove.

Eppure c’era stata un’estorsione

Certe cose però non si possono nascondere più di tanto. C’era stato a suo tempo un processo per estorsione, a carico di Mario Nania, che aveva fatto firmare agli operai un documento in cui dichiaravano di non avere più crediti nei confronti della sua società.

L’avvocato Giovanazzi di Parte Civile, chiede: Si ricorda questo documento?

TESTE– Sì, mi ricordo.

Parte Civile – E lo ha firmato?

TESTE– Quando il Mario l’ha portato quel documento abbiamo avuto di non chiudere la cava, di non perdere il posto di lavoro perché con la famiglia in Italia come fai a vivere senza paga?

Parte Civile – Ha ragione.

TESTE– E abbiamo firmato per un piacere all’azienda da non chiudere.

Parte Civile – Okay. È stato Mario, il signor Nania Mario a farvelo firmare?

TESTE– .

Qui si accavallano due avvenimenti: il processo per estorsione di Nania ai suoi operai, e le contemporanee intercettazioni dei ROS che stavano investigando in quella che poi risulterà l’Operazione Perfido. Un’intercettazione fa emergere un tentativo di Mario Nania e Pietro Battaglia di far deporre gli operai in maniera da minimizzare i danni, facendoli ricadere (un anticipo dell’attuale processo?) su Giovanna Casagranda, moglie di Giuseppe Battaglia.

Questa l’intercettazione, come letta dal PM: “Battaglia Pietro dice ai presenti che sicuramente chiederanno (i giudici ndr) che ruolo aveva Mario là sopra e loro devono rispondere che per quello che sapevano era un dipendente come loro; se chiederà chi dava gli ordini loro devono rispondere che loro lo hanno visto sempre lavorare, che non andava ad ordinare ma andava a dire come fare le piastrelle piuttosto che altro ma comunque non dava ordini da capo, che effettivamente è come sono andate le cose. Mario dice che praticamente devono incolpare a lei, Giovanna Casagranda, e c'è poco da fare perché ha già le sue colpe per i fatti suoi”.

A questo punto il PM chiede al testimone: Si ricorda questa discussione?

TESTE – No.

PM – Perché era presente lei qua a questa discussione.

TESTE – Sì, però non mi ricordo niente.

PM – Non se la ricorda?

TESTE – No.

Che dire di questo muro di “non ricordo”? Ribadiamolo: gli operai sono testimoni della difesa, chiamati a dipingere Mario Nania e Pietro Battaglia come angioletti, e in ogni caso come meri esecutori, subordinati alla coppia Giuseppe Battaglia\Giovanna Casagranda. Lasciamo al lettore, e naturalmente ai giudici, il compito di valutare se queste testimonianze abbiano corroborato tale tesi difensiva.

Per parte nostra sottolineiamo un altro aspetto, più sociale, che spesso rimane in ombra nelle aule giudiziarie: il timore. Fa impressione vedere questa gente a suo tempo molto torteggiata, ed ora molto spaventata. Non sappiamo se questo sia un elemento che giuridicamente può concorrere a provare l’esistenza di un’organizzazione criminale: di sicuro però è qualcosa molto grave, che si dovrebbe tutti, in Cembra e non solo, avere ben presente.

Gli imprenditori con le spalle al muro

Non sono solo gli operai ad apparire intimiditi. Anche gli imprenditori che hanno avuto a che fare con il gruppo della (presunta) locale ‘ndranghetista.

Anche qui, come per gli operai, per un rispetto delle persone non facciamo i nomi, raccontiamo i fatti.

Un giovane imprenditore nel settore del legname si trovava in difficoltà, causa l’inadempienza dello Stato, che aveva sì deliberato di sovvenzionare delle lavorazioni ecologicamente all’avanguardia, ma poi non aveva proceduto alle relative liquidazioni. Con l’acqua alla gola, l’imprenditore cerca chi gli compra l’azienda.

Si fanno avanti i compari Mario Nania e Antonino Quattrone, ed hanno prima un incontro a Civezzano (al termine del quale Nania così commenta: “Gli dobbiamo portare via… la fabbrica” ) poi uno a Novaledo, a vedere l’azienda. Il progetto sfuma, forse perché Quattrone si sente attenzionato dagli investigatori.

Il nostro imprenditore è ora testimone, e viene interrogato anche dalla Pubblica Accusa. Che gli chiede se si ricorda di avere incontrato Quattrone. Lui svicola. Ci sono le intercettazioni. Il teste è in imbarazzo, cerca di dire che non ricorda. Il PM gli fa presente che dovrebbe ricordarsi di una persona con cui era stato in trattativa per vendere l’azienda, e gli chiede se riconosce Quattrone, presente in aula. L’imprenditore non riconosce nessuno. Il PM allora fa alzare Quattrone, lo fa posizionare a cinque metri di distanza, di fronte al teste. Il quale ancora non lo riconosce.

Il PM dice: “Basta così”.

L’imprenditore rischia un’incriminazione per falsa testimonianza.

Infine un altro imprenditore, questa volta del porfido. O meglio, ex-imprenditore, la sua azienda è passata nelle mani di Giuseppe Battaglia, il fratello Pietro, la moglie Giovanna Casagranda e Mario Nania. Così lui, in un’intercettazione, commenta: “H o lavorato una vita per creare quello che ho adesso ed in un attimo Giovanna (Casagranda, che funge da contabile del gruppo ndr) me l’ha ‘mangiato fuori’ “.

Si è ridotto a fare il galoppino della congrega, anche nei rapporti con gli operai. E così si è preso un’imputazione per assistenza ad associazione mafiosa e per riduzione in schiavitù.

Chiamato a testimoniare su queste vicende, per lui doppiamente dolorose, stretto tra il martello della legge e l’incudine degli associati, non regge.

Si mette a piangere.