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QT n. 12, dicembre 2021 Cover story

Piccoli e l'Adige, la storia ad usum Delphini

Dietro le celebrazioni dei 70 anni del giornale: i giochi politici del presente e un marchiano revisionismo storico

Ho letto con estrema attenzione le due pagine che il 16 novembre scorso l’Adige ha dedicato alla celebrazione dei 70 anni del giornale.

Cosa dite? Non vi siete accorti che era il compleanno del giornale? E ci credo! In tutta la parata messa in campo si è parlato quasi solo di Flaminio Piccoli, a partire da quel titolo a tutta pagina, in corpo di guerra (quello che normalmente si usa per eventi tipo: “E’ scoppiata la terza guerra mondiale” oppure “A Mattarello sono sbarcati gli alieni”).

Le ho lette e rilette quelle due pagine, ma da nessuna parte ho trovato una parola che, per verità storica, avrebbe dovuto esserci: fallimento. Tutti gli interventi hanno lisciato il pelo all’idea di un Flaminio Piccoli grande ricostruttore del Trentino nel dopoguerra nonché direttore prima e grande patron del giornale poi. Lui e lui solo, nella storia dell’Adige.

Lo ha fatto in nome della famiglia il nipote Paolo Piccoli; lo ha fatto l’editore attuale dell’Adige Michl Ebner; lo ha fatto, forse in memoria di bei tempi ormai molto andati, l’ex senatore democristiano Giorgio Postal; lo ha fatto a modo suo il vicepresidente della giunta Mario Tonina, capace come sempre di evitare le mine di qualsiasi terreno. Lo ha fatto ad abundantiam e per noi incomprensibilmente, il nostro sindaco Ianeselli.

Alla vera storia del giornale, alla cesura politica, sociale e ormai anche storica, che dice come l’Adige sia stato sul punto di scomparire all’inizio degli anni ’80 quando i libri furono portati in tribunale per un fallimento che era ad un tempo economico ed editoriale, nessuno degli oratori ha fatto cenno. (Solo un breve riferimento a una generica crisi, nella ricostruzione giornalistica della storia dell’Adige a firma di Fabrizio Franchi. Nessuno ha ricordato come il giornale fosse andato sempre più a fondo - economicamente e in termini di credibilità - perché in via Verdi, dove allora si trovava la sede, le veline arrivavano direttamente da via San Francesco, sede della DC. E la linea del giornale la decideva ogni sera Flaminio Piccoli con una quotidiana telefonata da Roma.

Quando Francesco Gelmi lo comprò all’asta fallimentare e poi se ne innamorò (solo dopo l’acquisto, si dice) e quando poi scelse Piero Agostini come direttore, non ci fu un semplice avvicendamento di proprietà e direzione. Quella fu una mutazione genetica da organo ufficioso della Democrazia Cristiana trentina a giornale vero, che aveva l’ambizione di essere davvero indipendente. Saltare questo passaggio, ridurlo a due righe affogate in pagine che sembrano scritte dal Minculpop, tanto è glorificata senza ombre la figura di Piccoli, lascia basiti.

L’operazione è stata così maldestra da spingere un nutrito gruppo di redattori del giornale - che erano stati invitati alla cerimonia di beatificazione di zio Flam - a rimandare cortesemente l’invito al mittente con una lunga lettera che prende le distanze dall’iniziativa e rivendica lo spirito di indipendenza giornalistica che all’Adige si era espresso al suo massimo con la direzione di Piero Agostini (il testo lo trovate qui accanto).

Tutto questo potrebbe essere considerato, alla fine, una questione che interessa solo chi si aggira nel sistema dell’informazione. Ma se guardate bene non è in realtà così.

Perché la revisione della storia si applica in questo caso alla figura di Flaminio Piccoli e al suo operato per tutto quello che riguarda il Trentino. E di questa operazione il giornale diventa mero strumento.

D’altronde le revisioni ex post della storia non sono mai neutre: servono sempre ad uno scopo che niente ha a che fare col passato ma molto invece col presente. Quindi chiediamoci a cosa serviva la pompa magna con cui si è cercato di riabilitare la figura di Piccoli fino al punto di dedicargli un bassorilievo affisso sul muro d’entrata dell’Adige. (Permettetemi qui una nota che viene dalla mia storia professionale e personale: ho sentito nettamente Piero Agostini rivoltarsi nella tomba, quel giorno).

In questi casi bisogna guardare prima di tutto al “chi c’è e chi non c’è”. C’era, ovviamente, lo stato maggiore di Athesia, la società madre di Ebner. Quindi non solo Michl, ma anche Toni, il fratello direttore del Dolomiten. E poi Christine Mayr, vice di Ebner in Athesia. Nonché Orfeo Donatini, presidente della Sie, la società proprietaria dell’Adige controllata da Athesia. C’era il vescovo Lauro Tisi. Del resto l’Isa, braccio finanziario della Curia, è ancora oggi uno dei soci di minoranza nella proprietà dell’Adige. Poi c’era il sindaco, Franco Ianeselli. Partecipazione istituzionale, direte voi. Ma allora come mai non c’era il presidente della giunta Maurizio Fugatti?

Infine i politici. Paolo Piccoli, attualmente presidente del Consiglio comunale, ma nel recente passato presidente del Cda dell’Adige, è stato la star della serata. Ma solo perché era il nipote di tanto zio? Solo per ragioni familiari?

Di Postal abbiamo detto. Ma ad applaudire c’era anche Tarcisio Andreolli. E soprattutto c’era Lorenzo Dellai. Che non ha detto una parola, ma a volte le parole non servono. (E sarebbe stato curioso che Dellai celebrasse Flaminio Piccoli, considerata la sua storia personale dentro la vecchia Dc).

Piccoli e Dellai, quindi. Che giusto qualche giorno prima avevano lanciato un’iniziativa politica di riaggregazione di un “centro sinistra (?) autonomista” con entusiastiche adesioni di un sacco di vecchi nomi della politica trentina. Tutto dichiaratamente in vista delle elezioni provinciali del 2023. Capito perché Fugatti non c’era?

E adesso sappiamo anche chi vorrebbe Michl Ebner alla guida del Trentino post-leghista.