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QT n. 3, marzo 2021 Servizi

Conflitto di interessi

Concessionari di cave e amministratori pubblici: una sola, grande famiglia

Walter Ferrari
Il cav. Sergio Casagranda (a sinistra) insieme con Enrico Pruner e Carlo Andreotti

Molti italiani hanno sentito per la prima volta parlare di “conflitto d’interessi” dopo la “discesa in campo” dell’allora Cavaliere (Berlusconi), nel pieno della bufera scatenata da “Mani pulite”. A Lona-Lases si sperimentava il conflitto d’interessi da quando un giovane ambizioso e intraprendente imprenditore locale, Sergio Casagranda, aveva scalzato i vecchi notabili democristiani, fino a diventare anch’egli Cavaliere. La Provincia non aveva ancora viste riconosciute tutte le sue prerogative e comunque, anche dopo tale riconoscimento, tergiversò per anni prima di regolamentare il settore minerario e con esso quello estrattivo del porfido.

Nel frattempo i più intraprendenti e soprattutto spregiudicati approfittarono della dissoluzione dell’esperienza cooperativistica che aveva caratterizzato il settore a cavallo tra gli anni ‘50 e ‘60 per avviare aziende destinate a segnare una nuova storia. Negli anni ‘70, caratterizzati da un tumultuoso sviluppo, i labili vincoli dettati dalle leggi di uno Stato lontano hanno permesso la formazione di un vero e proprio Far West. Unico freno alla voracità padronale, in quegli anni, fu rappresentato dallo sviluppo di una conflittualità sindacale che portò alla conquista di una contrattazione integrativa provinciale, grazie all’impegno dell’unico vero sindacalista che abbia operato nel settore: Guido Brugnara.

Un asso nella manica

A Lona-Lases, a differenza degli altri comuni del cosiddetto “triangolo del porfido”, il controllo dei vecchi notabili democristiani veniva messo in discussione grazie all’importante seguito che avevano in loco i partiti della sinistra, sulla scia di una radicata tradizione. Fu così che alle elezioni amministrative del 1969 si impose una lista di sinistra, guidata da Giacinto Avi, uomo di fede comunista, reduce dalla Russia e già presidente della Cooperativa Porfidi Trentina, una delle realtà più importanti nell’esperienza cooperativistica locale. Della lista faceva parte anche il giovane Sergio Casagranda, imprenditore ambizioso, di simpatie socialiste, figlio dei proprietari dell’unico albergo-ristorante di Lases e fratello del gestore dell’unico distributore di benzina. Ebbene, quando il Consiglio comunale si riunì per eleggere il sindaco, che doveva essere colui che da anni animava l’opposizione alla DC, con grande sorpresa per i sostenitori della lista vincitrice venne eletto il giovane Sergio Casagranda.

Pochi sanno il retroscena di quella nomina dovuta non alle capacità politiche, anche se quel giovane dimostrò poi di averne in abbondanza, bensì al telefono! In qualche modo i consiglieri eletti in quella lista vennero convinti che il sindaco avrebbe dovuto stare al passo coi tempi e disporre del telefono e siccome in paese esistevano solo due apparecchi telefonici, quello del dottore e quello pubblico presso l’albergo-ristorante della famiglia Casagranda, chi dovesse ricoprire la carica di sindaco stava scritto nei fatti. Da ben 11 anni Sergio Casagranda (passato subito dopo armi e bagagli al PPTT) era sindaco quando, finalmente, nel 1980 la Provincia Autonoma di Trento riconosceva la necessità di regolamentare con una legge propria (n. 6) il settore estrattivo. Intanto ad Albiano era stato eletto sindaco Renzo Odorizzi, illustre concessionario di cava, mentre a Fornace i concessionari erano rappresentati in giunta comunale da un giovane imprenditore che nel 1982 diventerà vice sindaco e dal 1985 occuperà lo scranno di sindaco per ben vent’anni: Marco Stenico, prematuramente scomparso.

Come nasce la lobby

La L.P. n. 6 del 4 marzo 1980 si prefiggeva di por fine a quel Far West imponendo ai Comuni di rispettare la pianificazione provinciale in materia mineraria, l’adozione di piani d’attuazione e la ridefinizione dei lotti cava “dando a ciascuno di essi dimensioni sufficienti ad una razionale coltivazione” (art.12). Lotti che avrebbero potuto essere concessi a terzi “solo mediante asta pubblica o licitazione privata” (art.14), fatta eccezione per le concessioni in essere ricadenti esattamente dentro uno dei lotti rideterminati con i criteri di cui sopra. In tal caso, l’art. 23 della legge stabiliva che “il titolare della medesima è autorizzato a continuare la coltivazione fino all’esaurimento del lotto”. Quale fu il risultato? I Comuni nei quali i concessionari si trovavano a rivestire ruoli di primo piano hanno disegnato i lotti estrattivi ricalcando fedelmente la situazione esistente, vale a dire il Far West delle concessioni; altro che “razionale coltivazione”! Così vennero prorogate tutte le concessioni evitando fastidiose aste pubbliche e si definì pure quella che stava per diventare una potente lobby affaristico-industriale.

A Fornace da allora non c’è mai stata partita, in quanto Marco Stenico ha regnato incontrastato fino al 2005, lasciando poi il testimone al suo delfino e riconquistando lo scranno con il figlio Mauro a partire dal 2015. Ad Albiano, invece, la disavventura capitata al sindaco, per qualche giorno ospitato in una cella di via Pilati (con tanto di concerto sotto la finestra della cella da parte della banda di Albiano di cui era presidente), a causa di un banale allacciamento non autorizzato all’acquedotto del paese, determinò quella prassi consolidata di alternanza tra DC e PATT alla guida dell’Amministrazione comunale. L’episodio stroncò anche la carriera politica di quel sindaco e così a fornire rappresentanza politica a livello provinciale alla lobby, due anni dopo l’approvazione di quella legge, fu per un ventennio proprio il cav. Sergio Casagranda, scomparso nel 2001 all’apice della carriera politica nel ruolo di assessore regionale.

L’anomalia di Lona-Lases

Nel 1984 però il delfino del Cavaliere (Ferruccio Valentini), concessionario pure lui, venne costretto alle dimissioni dalla “rivolta” dei “lasesi franzesi”, costringendolo a prendere l’iniziativa per imbrigliare l’azione della nuova amministrazione in materia di canoni di concessione. Fu così che nel 1993 Casagranda fece approvare una norma provinciale che, attraverso una commissione e i parametri da essa determinati, stabilì un sistema di calmieramento dei canoni. Urgeva però eliminare ogni ostacolo all’applicazione della nuova norma e, ancora una volta, Lona-Lases diventerà terreno di sperimentazione, come l’operazione “Perfido” ha dimostrato.

Albiano non destava preoccupazioni, in quanto l’astro nascente destinato a rappresentare politicamente la lobby, Tiziano Odorizzi, presidiava l’amministrazione comunale dal 1990, prima in qualità di sindaco e poi di vice sindaco. Qualche anno dopo sarà Mario Casna, fatto nel 2000 il passaggio da oppositore dei concessionari a sindaco di Albiano da loro designato, ad istituire So.Ge.Ca., società interamente controllata dal comune alla quale venivano delegate le operazioni di progettazione, programmazione e controllo del settore estrattivo al fine di togliersi dai piedi il rag. Fabrizio Trenini, nominato commissario per l’adozione del nuovo piano d’attuazione in virtù del permanente conflitto d’interessi. Peccato che il CdA della stessa, del quale facevano parte di diritto anche i rappresentanti della Giunta comunale, fosse ancora una volta ridotto a un comitato d’affari dei concessionari.

Ne è un esempio la sua composizione negli anni in cui l’Amministrazione comunale era chiamata a dare attuazione a quanto previsto dalla nuova legge cave del 2006; nel periodo 2010-15, infatti, il CdA della stessa era composto da Mario Bertolini (presidente nonché tecnico di fiducia di molti concessionari), Lorenzo Stenico (direttore e responsabile trasparenza e anticorruzione, anche lui legato ai concessionari in quanto consigliere comunale a Fornace nella lista capeggiata da W. Caresia), Raffaello Baldessari (ufficialmente rappresentante della minoranza, ma ex dipendente del Consorzio cavatori di Albiano), Mariagrazia Odorizzi (sindaca e socia ELPPA) e Rosario Bertuzzi (vice sindaco ed esponente dell’omonima famiglia imprenditoriale): se questo significava sottrarre il controllo del settore ai diretti interessati lo lasciamo giudicare al lettore!

Della L.P. 7/2006 sulle cave abbiamo già scritto; per quanto riguarda però la sua attuazione, demandata ancora una volta ai Comuni, vale la pena solo ricordare che questi hanno gonfiato a dismisura i volumi concessi, tanto che un rappresentante di minoranza denunciò che gli oltre 14 milioni di metri cubi concessi dai comuni di Lona-Lases e Albiano nell’area nord Monte Gorsa, sarebbero bastati alle ditte per ben 120 anni! A riprova del permanente conflitto d’interessi stanno anche le 36 delibere di proroga per ben 26 anni delle concessioni, approvate separatamente dal Consiglio comunale di Albiano nel febbraio 2011, onde evitare venisse meno la maggioranza, qualora gli interessati fossero stati costretti ad astenersi o assentarsi.

Perfino la Giunta provinciale (presieduta da Dellai) dovette intervenire per chiedere al Comune l’annullamento dello sfacciato provvedimento, sottolineando come l’approvazione separata dei 36 provvedimenti “può avere come unica finalità quella di eludere l’obbligo di astensione dei consiglieri comunali previsto dall’art. 14 del D.P.Reg. 1 febbraio 2005”, vale a dire la norma sul conflitto d’interessi. Il Consiglio comunale rivide la sua decisione a settembre, riducendo la proroga a 18 anni, ma votando ancora 36 provvedimenti separati!

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