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QT n. 9, settembre 2020 Monitor: Cinema

68° Trento Film Festival

Cinque film

Anche l’edizione di quest’anno del Trento Film Festival ha confermato l’alta qualità dei film selezionati, che spaziano in un ampio raggio di realtà e tematiche. L’originalità di temi e forme non è forse l’elemento più diffuso, e non manca una certa retorica, specie nei documentari di alpinismo, ma ci sono sempre delle sorprese. Alpinist - confession of a cameraman di Kim Minchul, ad esempio, è per quasi tutta la sua durata un classico documentario sulle imprese, spesso drammatiche, di un gruppo di alpinisti sudcoreani. La differenza è che lo sguardo e i commenti non sono del capo spedizione ma dell’operatore Lim Iljin (molte sequenze sono sue), che alla fine esprime delle considerazioni in controtendenza all’epica alpinistica: “Evito di glorificare o drammatizzare le cose, finché sarò in grado continuerò a seguire gli scalatori e li filmerò così come sono, senza intenzioni particolari e senza giudizio. In passato volevo dimostrare, con inquadrature particolari, che gli alpinisti erano grandi quanto le montagne, ma presto mi resi conto che non serviva a nulla. Le montagne possono apparire grandi o pericolose, ma solo agli occhi di chi le vuole vederle in un dato modo. La montagna non ci manda alcun messaggio. Sono rocce, in rilievo. Il nostro modo particolare di ritrarle non cambia assolutamente nulla”. Ma proprio sottolineando la neutra razionalità dell’operatore in contrasto con l’emotività dello scalatore, Lim Iljin confessa i suoi limiti, ancor più che quelli dei suoi compagni, e lo fa con nostalgia e rimpianto veramente toccanti. Il film ha vinto il premio della Giuria.

Si conferma poi la tendenza di diversi documentaristi a far parlare solo le immagini sapientemente montate. Lunghe sequenze, inquadrature fisse, movimenti di camera lenti per permettere allo spettatore di concentrare lo sguardo ed elaborare immagini e significati. È il caso del cortometraggio Then comes the evening (Genziana d’Argento, miglior cortometraggio) della serba Maja Novakovi? che mostra la vita di due anziane isolate sulle colline della Bosnia orientale. Il film riflette la semplicità e purezza del loro modo di vivere nella natura e il lavoro quotidiano. Lo sguardo è diretto ed affettuoso, ma sembra rientrare in un genere, visto che ricorda molto Beloved del regista iraniano Yaser Talebi, presentato al festival l’anno scorso.

Nel genere rientra anche The wind. A documentary thriller del polacco Michal Bielawski, che ripropone un’idea d’Europa orientale fredda, inospitale, livida, tradizionalista, popolata da gente taciturna e rude. In questo caso siamo tra i monti Tatra, dove il film ritrae una famiglia contadina, una donna nel suo bosco e una giovane operatrice del servizio di pronto intervento. Su tutti spira l’Halny, il potente vento delle montagne polacche, che arriva ogni primavera e autunno e non si sa quando si trasformerà in una distruttiva burrasca. Una forza in conflitto con natura e uomini, i quali però trovano sempre un modo per conviverci. Cose già viste, ma proprio l’ultima scena, che sembra suggerire una filosofia reattiva anche a chi ha subito la distruzione di Vaia, capovolge lo spirito e convince. Il film ha vinto la Genziana d’Oro per il miglior film di alpinismo, popolazioni e vita di montagna - Premio del CAI.

“Guy proposes to his girlfriend on a mountain”

North, della francese Leslie Lagier, è un altro documentario che conquista lentamente. Come molti lavori simili è inizialmente contemplativo: immagini fisse del territorio dello Yukon, con voci fuori campo che raccontano frammenti di storie personali, sensazioni, motivazioni dei cercatori d’oro. Poi il film si sviluppa, le immagini si muovono lentamente, trasversalmente, dall’alto, ai panorami si alternano filmati degli anni ‘60 e dalla natura si passa all’antropizzazione, ai resti della presenza umana abbandonati. Anche le storie cominciano ad essere diverse, sono quelle dei nativi americani che hanno subito e ancora subiscono l’invasione, lo sfruttamento e la contaminazione occidentali. Un colonialismo che ha distrutto il territorio e le comunità. E qui il film conquista fino alla commozione, con la sua essenzialità visiva e la profonda semplicità delle testimonianze che danno il segno della cupidigia, dell’ingiustizia, della stupidità, dell’ignoranza, del razzismo e della superstizione umana.

Quella degli snowboarder si è affermata in passato come una sottocultura giovanile di identità libere e alternative a contatto con la natura, in modo essenziale e a basso costo. Col tempo c’è stata una crescita di massa della pratica sciistica e l’inevitabile sviluppo commerciale che hanno tradito buona parte dello spirito iniziale. Ma nel mezzo del Kosovo, il regista tedesco Elias Elhardt ha scoperto la piccola stazione sciistica di Brezovica, dove il tempo sembra essersi fermato al crollo della Jugoslavia più di 20 anni fa. Il corto documentario Narcis (che prende il nome di un hotel e del primo fiore che nasce in primavera) racconta di un gruppo di ragazzi che pratica ancora lo snowboard con lo spirito originale. Fra hotel abbandonati, impianti in disuso e piste deserte la filosofia della comunità si allarga ad una idea di identità nazionale inclusiva che si rifà alla cosmopolita Jugoslavia. Senza retorica il film ci ricorda che meno denaro e progresso a volte permettono molta più relazione e bellezza.

È così difficile incontrare un po’ d’ironia nel serioso cinema di montagna che il cortometraggio di fiction Guy proposes to his girlfriend on a mountain del giovane austriaco Bernhard Wenger rappresenta una vera, divertente sorpresa. Il titolo è il soggetto, ma gli sviluppi sono pieni di imprevisti. Sottotraccia, lo sbertucciamento alla sguaiata superficialità e infantile trasgressività di certo divertimento giovanile.

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