Menù
Home
QT
Questotrentino
Mensile di informazione e approfondimento
Utente
Cerca
QT n. 9, settembre 2020 Servizi

Gli ultimi degli ultimi

La vergogna delle condizioni contrattuali degli OSS (Operatori socio-sanitari), soprattutto nelle case di riposo.

Renzo M. Grosselli

È uma vergonha!” - direbbe Boris Casoy, il vecchio e popolarissimo telegiornalista della rete brasiliana SBT. Che chiude in questo modo le sue trasmissioni che ruotano attorno ad ingiustizie sociali e scandali nati all’interno del mondo politico ma anche amministrativo del suo paese.

Ebbene, in Trentino hanno combattuto in prima linea e hanno pagato con la salute e quella dei loro cari, durante la prima fase della pandemia di Covid19. Si sono contati molti ammalati nelle loro file e in quelle dei loro parenti stretti. Ma loro sono “gli ultimi degli ultimi dei nostri eroi”, tanto che a fine del mese portano a casa uno stipendio di 1.450 euro.

Ci riferiamo agli Oss, operatori socio-sanitari, che nella nostra provincia sono dai 6.000 ai 7.000, metà dei quali operano nelle Rsa. E vergogna nella vergogna, questi ultimi ricevono 300 euro in meno dei loro colleghi pari grado che lavorano presso l’Azienda Sanitaria.

Per le ragioni sopra addotte, in questi mesi si sta assistendo ad una pericolosa fuga di Oss dalle Rsa: all’ultimo concorso per l’assunzione in Azienda Sanitaria si sono iscritti 1.800 Oss, la maggior parte dei quali occupati presso le case di riposo. In 1.056 hanno superato la prima prova scritta. Si prefigura quindi una emorragia dolorosa per le case di riposo, insostenibile se non si corre ai ripari.

Ma c’è di più in questa storia per alcuni aspetti indecente: agli Oss impiegati sul fronte più debole, quello delle Rsa (Apsp sono denominate oggi in Trentino), che accompagnano l’ultima fase di vita dei nostri vecchi, è negata la mobilità. Cioè, pur svolgendo moltissime delle funzioni che i loro colleghi svolgono in Azienda Sanitaria, e pur essendo le Rsa pubbliche in gran parte finanziate dalla Provincia, è negato loro il diritto di chiedere la mobilità verso il sistema sanitario. Almeno quando ce ne sia bisogno, come oggi ad esempio. E la cosa ha dubbi presupposti giuridici. Tanto che a tutti quelli che, prima di questo concorso, hanno inoltrato domanda (in 100 erano stati invitati a farlo dai sindacati, per provocare un dibattito sul tema) è stato risposto picche. Con una postilla, però, che viene loro suggerita a pie’ di risposta: “Può essere presentato ricorso giurisdizionale al Tar di Trento”.

Non propriamente delle inoppugnabili certezze giuridiche, cioè, da parte dell’Azienda Sanitaria. Ma si è trattato comunque di un “no” che ancora una volta è calato sugli ultimi.

Pochi infermieri. Più mansioni agli Oss

Categoria professionale ambigua, quella degli Oss, nata dalla riforma del 2001 che in Trentino recepì quella nazionale, posta a cavallo dei settori assistenziale e sanitario. In più, col tempo, alla figura degli Oss sono state affibbiate nuove mansioni, sia di tipo assistenziale che sanitario. Il fatto è che in Italia la figura professionale dell’infermiere, pure non troppo valorizzata e ricompensata meno che nella media europea, quantitativamente è anche meno presente nell’organigramma sanitario italiano rispetto all’Europa. Quindi sono necessariamente calate sugli Oss, negli ultimi decenni, mansioni che prima spettavano agli infermieri. Mentre nelle stesso spazio di tempo, come in ogni settore, la progressione professionale e degli emolumenti è stata sterilizzata. Si pensi al Decreto Monti sulla contrattazione, al blocco degli scatti di retribuzione, con una sentenza della Corte Costituzionale che solo dal 2017 ha previsto nuovamente il recupero dell’inflazione. Termini normativi che hanno fatto sì che un Oss assunto nel 2000, nel 2020 vede aumentata la sua busta paga base di ridicoli 40 euro. Un’altra vergogna.

I soldi

Abbiamo cercato di ricostruire, con la consulenza del direttore di Upipa (l’associazione che riunisce le Rsa), Massimo Giordani, gli emolumenti delle varie categorie di lavoratori che operano nelle case di riposo. Una retribuzione calcolata al momento dell’assunzione e sulla base di indennità medie. Gli Oss, che costituiscono il 50% del personale Rsa, guadagnano come primo stipendio mensile 1.450 euro. Gli infermieri (15% del personale), 1.670, i direttori dai 3.000 ai 5.000 euro, i presidenti dai 1.050 euro al mese di VallaRsa, la Rsa più piccola, ai 1.665 della Civica di Trento, ai quali si aggiungono però i rimborsi spese. Una forbice di valori ampia, che conferma anche da noi ciò che è accaduto in tutto il mondo capitalistico a partire dal thatcherismo: una divaricazione sempre più marcata tra i guadagni dei poveri diavoli, alla base della piramide salariale, rispetto agli introiti dei manager. Grandi o piccoli dirigenti che siano.

Ma i valori da noi indicati si ampliano notevolmente con lo svilupparsi della carriera e così i 220 euro in più degli infermieri rispetto agli Oss diventano varie centinaia di euro mensili in più dopo 20 o 30 anni di lavoro. E, naturalmente, la forbice salariale si amplia a dismisura tra Oss e medie ed alte cariche sanitarie, amministrative e della dirigenza.

E la cosa peggiora per chi opera nelle Rsa rispetto ai colleghi dell’Azienda Sanitaria.

Ecco Roberto Moser, vicesegretario generale della Fenalt: “Il fatto che nelle Rsa – dice – ci sia un numero di infermieri basso rispetto alle esigenze, fa sì che agli Oss vengano assegnate mansioni di dubbia legittimità, come la somministrazione di farmaci agli ospiti. Ogni 10 ospiti si contano 2,3 Oss ma solo un infermiere. Ma dal 2018 c’è stato un accordo sindacale di settore, che noi non abbiamo sottoscritto, che riconosce agli Oss 50 euro al mese per indennità di turno, cambio di divisa, flessibilità, disagio mensa. Mentre gli infermieri, da tempo, ricevono un’indennità annuale di 1.700 euro”.

Fosse solo questo il problema! “Sono gli stessi Oss – continua Moser – che lavorano presso l’Azienda Sanitaria e le Rsa. Ma con contratti diversi. In Azienda ricevono 9 euro al giorno per i turni di lavoro a cui sono sottoposti e 3 euro per l’attività notturna. Zero indennità, invece, nelle Rsa”.

In pratica un Oss dell’Azienda guadagna 180 euro al mese in più per la turnistica e 100 per 4 notti lavorate in un mese. Trecento euro in più su uno stipendio base di 1.450. Quasi uno scandalo. Da qui la voglia di sciamare verso l’Azienda.

L’impossibilità di farlo “supposta” dalle autorità e quindi la necessità di sottoporsi a concorso. Una sofferenza in più. Ma in centinaia lasceranno egualmente le Rsa, già soggette a problemi gravi per altri aspetti.

Tirando le somme, accade che dopo venti anni di servizio un Oss che lavora in Rsa riceve un 20-25% in meno del collega che lavora per l’Azienda Sanitaria. Ed ha un lavoro più disagiato. E un Oss delle Rsa e dell’Azienda dopo lo stesso numero di anni porta a casa un 20-25% in meno di un infermiere delle rispettive realtà. Quindi tra un Oss che opera nelle Rsa e un infermiere che lavora in Azienda si è aperto un baratro del 40% in meno di stipendio. E, lo abbiamo già detto, gli infermieri italiani sono in numero insufficiente rispetto ai parametri europei e guadagnano sensibilmente meno della media degli infermieri degli altri paesi della U.E.

Cosa si può fare?

Il vice segretario generale della Fenalt (1.000 iscritti dichiarati nelle Rsa) afferma: “Siamo di gran lunga i più rappresentativi ed in crescita dal 2012. Abbiamo appena chiesto un incontro all’assessore provinciale alla Sanità, Segnana, in cui proporremo un tavolo di lavoro per modificare il contratto degli Oss delle case di riposo, con uno nuovo che abbia delle ‘specifiche’ sanitarie. Altrimenti in breve quelle entità non troveranno più sul mercato i contingenti minimi di operatori”.

Certamente il sindacato, confederale e non, non ha saputo lottare in modo determinato in questi vent’anni per cercare di portare a soluzione la condizione di disagio salariale degli “ultimi degli ultimi”.

Una ragione c’è alla base di ciò, anche se non esaustiva: la scarsa combattività sindacale della categoria su cui la controparte - Provincia e Upipa - ha potuto giocare. Si tratta di gente che in gran parte viene dalle valli, e tra queste quelle economicamente meno evolute. E, naturalmente, grande è la quantità di donne, che spesso hanno il marito che porta a casa un altro salario. Non dimentichiamo poi che la metà degli Oss lavora in piccole realtà, le Rsa, che i datori di lavoro amano definire “famiglie”, in cui la pressione politica ed i ricatti sindacali sono più facili.

È uma vergonha!” - direbbe il grande Boris Casoy. E dietro l’angolo si staglia la terza fase del Covid19, con personale sanitario ed assistenziale ormai esausto per la tragica battaglia appena combattuta. Nelle Rsa e negli ospedali.

Parole chiave:

Articoli attinenti

In altri numeri:
“Epidemia colposa”
Renzo M. Grosselli
“Eroi! E poi ci danno le briciole...”
Renzo M. Grosselli

Commenti (0)

Nessun commento.

Scrivi un commento

L'indirizzo e-mail non sarà pubblicato. Gli utenti registrati non devono inserire altre verifiche e possono modificare il proprio commento dopo averlo inserito.

Riporta il codice di 5 lettere minuscole scritto nell'immagine. Puoi generare un nuovo codice cliccando qui .

Attenzione: Questotrentino si riserva la facoltà di cancellare commenti inopportuni.