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QT n. 7, luglio 2020 Monitor: Danza

Tornare alle origini per ripartire insieme

Lanfranco Cis, direttore artistico di Oriente Occidente.

I due principali e più longevi festival di danza della regione, Oriente Occidente e Bolzano Danza, hanno inevitabilmente stravolto la loro programmazione per far fronte alle limitazioni imposte dall'emergenza sanitaria, che ha stimolato una profonda riflessione sull'essenza stessa dello spettacolo dal vivo e un ripensamento dei tempi e delle modalità della sua fruizione da parte degli spettatori. Ne abbiamo parlato con i direttori artistici delle due rassegne, Lanfranco Cis e Emanuele Masi.

Oriente Occidente quest'anno compie 40 anni e sarà certamente un anniversario diverso da quello che gli organizzatori avevano immaginato: niente compagnie internazionali (in programma ce ne sarebbero state ben tre provenienti dalla Cina) e grosse limitazioni pure nei confronti di quelle europee (allo stato attuale i danzatori provenienti dal Regno Unito rischierebbero infatti la quarantena al momento del rientro in patria), necessità di mantenere il distanziamento durante gli spettacoli e, non ultimo, il timore del pubblico a partecipare a eventi di massa. Questo lo scenario che avrebbe potuto influire negativamente sulla partenza stessa del Festival - tutt'altro che scontata viste le premesse - ma, dopo essersi interrogati a lungo su come uscire dall'impasse, la decisione è stata quella di non farsi sopraffare dalle difficoltà e di trovare una via per superarle, trasmettendo al contempo un importante segnale alla comunità: poter esserci per uscire insieme dalla crisi e ricominciare a tessere relazioni sociali.

Uno degli aspetti più preoccupanti generati dall'emergenza sanitaria, afferma Lanfranco Cis, è stata proprio la paura nei confronti dell'altro, che ha portato a un profondo isolamento e a un'accentuata disgregazione sociale, in grado di permeare talmente in profondità le abitudini delle persone che a tutt'oggi ostacola la ripresa di un normale incontro e scambio tra individui. Ecco allora la necessità di una serie di eventi in time specific, pensati in e per questo particolare momento storico, che tengano conto delle necessità di distanziamento e dei protocolli di sicurezza, senza però rinunciare alla specificità spettacolare e relazionale dell'atto performativo, malamente surrogato dalla sua trasposizione digitale. Non solo esibizioni in teatro (ad ogni compagnia è stato chiesto di programmare due repliche in modo da permettere la visione degli spettacoli al maggior numero possibile di spettatori) ma, come consuetudine del Festival, anche numerose performance all'aperto, attraverso la ricerca di location inusuali e un'attenzione particolare alle periferie: luoghi caratterizzati da una densa aggregazione sociale in cui è ancor più importante iniziare a ricostruire un sentimento di comunità.

Oriente Occidente affronta così questa sua nuova stagione, nella speranza che la propria offerta culturale possa costituire un piccolo tassello sulla strada della ricostruzione del tessuto economico e sociale cittadino, offrendo un aiuto per uscire dalla crisi: una sorta di cura post-Covid, nell'ottimistica convinzione che la pandemia finirà e che sarà necessario uno sforzo comune per superare le difficoltà, facendo leva sulle risorse e i ricordi individuali (la 40a edizione del festival sarà infatti completata da due esposizioni fotografiche e dalla raccolta di testimonianze e memorie del suo pubblico).

Emanuele Masi, direttore artistico di Bolzano Danza.

Anche se con modalità attuative differenti, anche la programmazione di Bolzano Danza intende superare le limitazioni imposte dall'emergenza sanitaria per riportare le persone a teatro e farle sentire nuovamente 'a casa', in un rapporto inedito e intimo tra performer e spettatore. L'edizione 2020 si configura infatti come un atto simbolico, unico e irripetibile, del tutto diverso da quelli che l'hanno preceduto: un ripensamento del concetto di festival e di un luogo – il teatro – che è anzitutto condivisione, non distanziamento. La sfida che sottende a questo ripensamento, spiega Emanuele Masi, è quella di appoggiarsi ai limiti imposti dal Covid per andare oltre, in un'ottica di responsabilità civile che permetta allo spettatore di riappropriarsi in totale sicurezza dello spazio e della dimensione teatrale.

Nell’enorme sala del Teatro Comunale uno spettatore in solitudine vedrà quindi aprirsi il sipario su un interprete e una coreografia scelta tra le tre realizzate in esclusiva per il Festival dall’americana Carolyn Carlson (EDEN of Carolyn), dal francese Rachid Ouramdane (EDEN selon Rachid) e dall’italiano Michele Di Stefano (EDEN secondo Michele). Sarà un incontro breve ma intenso e ricco di sfaccettature quello proposto da Bolzano Danza, alla ricerca di un contatto originale e primordiale tra interprete e spettatore, in un teatro trasformato in 'giardino' di riflessione e decompressione: un EDEN appunto dove assaggiare una danza simbolica e da dove, si auspica, possa ricominciare una nuova vita per lo spettacolo dal vivo.

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