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"The English Game", "Unorthodox", "The Irishman"

Netflix: tre miniserie

Le serie tv dominano l’offerta Netflix. Sono tante e di tutti i generi, formati, paesi di produzione e temi. In questo territorio sterminato non è facile orientarsi, non a caso sempre più persone si confrontano e consigliano. Ecco dunque alcune considerazioni che avrei potuto scambiare con qualche amico, disposto ad ascoltare anche qualche argomentazione. Anzitutto va detta una cosa: le distanze tra le produzioni cinematografiche e quelle televisive sono molto diminuite. C’è stato, negli ultimi vent’anni, un progressivo avvicinamento da ambo i lati: sempre più film di tipo televisivo e sempre più televisione di tipo cinematografico. E questo sia in senso tecnico (riprese, personaggi, esterni, scenografie…), che autoriale (sceneggiature e registi), che di investimenti e qualità complessiva. Per questo le miniserie di quattro-sei episodi sono spesso, a mio avviso, tra le cose più interessanti e riuscite, perché come struttura sono più simili a film lunghi. Non si tratta cioè di episodi che si concludono, ma di segmenti narrativi aperti e collegati tra loro, proprio come un lungo film, più che un serial tv, e la possibilità di vedere le varie parti in sequenza annulla la discontinuità.

"The English Game" è una recente miniserie britannica che racconta le origini del calcio. Nell’Inghilterra della seconda metà dell’800, ricostruita in modo accettabilmente accurato, è ambientata la versione romanzesca del passaggio di questo gioco da sport d’élite a sport popolare, con varie conseguenze: il tifo (anche violento), l’identificazione territoriale e di classe, il dilettantismo e il professionismo, gli interessi economici collaterali, lo sviluppo complessivo del fenomeno.

"Unorthodox"

Il film ricalca uno schema narrativo piuttosto prevedibile, attraverso il confronto di due protagonisti di classi sociali diverse, ma sostanzialmente dagli stessi principi morali/sportivi edificanti, seppur a tratti contraddittori. La serie comunque si lascia vedere per la ricostruzione degli ambienti, i riferimenti storici e le dinamiche sociali. Inoltre mette in evidenza l’origine di alcune tematiche di questo sport che permangono nella nostra contemporaneità. La narrazione si conclude, ma la possibilità di una seconda serie non è preclusa.

Anche "Unorthodox" propone una storia non particolarmente originale, ma sono straordinarie la protagonista e l’ambientazione. Le quattro puntate da 50’ permettono infatti un’immersione nel mondo degli ebrei ultra-ortodossi chassidici di Williamsburg a New York. Una comunità chiusa, arcaica, autoprotettiva e soffocante, che professa la religione in forma fideistica, seguendo regole e divieti arretrati e discriminanti. La visione ci propone un confronto ricco di dettagli, sfumature e diverse implicazioni con un mondo che, pur immerso nella nostra contemporaneità, fa costantemente i conti col passato.

Ma il punto di forza è la presenza magnetica della protagonista Esther "Esty" Shapiro, interpretata dall’attrice israeliana Shira Haas, la cui intensità è inversamente proporzionata alle sue forme minute. La gamma di emozioni che esprime il suo volto è profonda: paura, incredulità, felicità, dolore, ansia, speranza, rendono questa storia di emancipazione particolarmente coinvolgente.

Se "Unorthodox" non è altro che un film da 213 minuti diviso in quattro parti, "The Irishman" di Martin Scorsese potrebbe benissimo essere una miniserie di quattro puntate, riunita in un film di 209 minuti. Ed eccoci ad un altro elemento di sempre più prossimità tra cinema e tv delle serie: gli importanti autori cinematografici che attraversano i confini, senza rinunciare al proprio sguardo e stile. E un film di Scorsese merita sempre e comunque di essere visto, anche su uno schermo tv.

La domanda piuttosto è: siamo ancora interessati a un film sulla mafia tra i ’50 e i ’70 a New York. No? E invece sì, perché "The Irishman", pur essendo ancora una volta una parabola sui legami, l’ambiente, l’amicizia, le famiglie criminali, le scelte, l’appartenenza…, ha un taglio inedito, crepuscolare, funereo, sulla morte di un’epoca e l’estinzione di quell’intreccio di generazioni di malavitosi italiani, irlandesi, ebrei che hanno segnato un pezzo della storia americana. Un testamento per un mondo scomparso in cui contano ancora le atmosfere e le scelte morali. Un atto finale di cui basta il piano sequenza iniziale per farti capire che sei al cinema anche se guardi le immagini sullo smartphone. Come al solito un po’ sopra le righe Al Pacino; con le solite smorfie, pur misurate, De Niro, mentre invece è straordinario e perfetto in tutto Joe Pesci, che da solo vale il trenta per cento del film.