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Agricoltura biologica: chi rema contro?

Un’evoluzione sempre più forte ed attuale, eppure ancora ostacolata a livello politico. Storia di un cambiamento in corso, di un’assemblea di partito e di un crollo di credibilità.

La recente storia dell’agricoltura in Trentino è stata principalmente caratterizzata dalla scoperta dei pesticidi “americani” e dalla loro introduzione, massiccia ed estesa, a tutte le colture, avvenuta a partire dagli anni sessanta del secolo scorso.

Si può dire che il mondo dell’agricoltura trentino, partito un po’ in ritardo, ma non diversamente da quello delle aree più sviluppate d’Italia, abbia abbracciato l’uso dei pesticidi, così come venivano reclamizzati senza tante remore, sostenuti com’erano dalla promessa di risultati strepitosi in termini di produzione, di bella presentazione dei prodotti, di costi e, in estrema sintesi, di guadagni. E non si può dire che di guadagni il mondo agricolo non avesse un bisogno estremo!

Le due valli principali, quella dell’Adige e quella del Noce, le più predisposte per le colture agricole, più tradizionale quella dell’Adige, con i suoi vigneti e più innovativa quella del Noce, con la coltura delle mele golden, abbracciarono i pesticidi con entusiasmo, sostenuti in ciò dall’Istituto Mach di S.Michele che intermediava la conoscenza dell’efficacia e della sicurezza dei vari pesticidi, tra il potentissimo mondo dei pochi fabbricanti e i molti e poveri agricoltori investiti dalla nuova religione che prometteva veri e propri miracoli, contro malattie e difetti provocati da funghi ed insetti di ogni genere.

Per chi, per assicurare una decente produzione di uva, doveva zappare lungo le vigne eliminando erbe concorrenti, l’uso dei diserbanti e dei disseccanti da spargere con una semplice spruzzatina di liquido, rappresentò un risparmio di tempo e fatica davvero enorme.

Non tardarono però i soliti scettici, i soliti “uccelli del malaugurio”, che prevedevano ogni tipo di malasorte dall’introduzione dei pesticidi, additando l’evidente sparizione dell’avifauna e la morìa delle api nelle campagne trattate. La natura dava i primi terribili segnali.

Ma il mondo agricolo si era ormai lanciato, le casse rurali si riempivano dei soldi guadagnati con la produzione del vino e delle mele golden, l’Istituto Mach, guidato dalle scelte strategiche dei vari assessori provinciali all’Agricoltura, non dava segnali di preoccupazione e anzi relegava i pochi suoi funzionari attenti agli effetti negativi dei pesticidi, in posizione tale da non poter minimamente nuocere all’onda crescente di benessere che i pesticidi stavano assicurando.

Eppure, per quanto si facesse per tenere emarginato il mondo degli scettici e dei critici, alla fine si dovette prestare un minimo di attenzione alle richieste dei cittadini di monitoraggio degli effetti negativi dei pesticidi. Si arrivò così ad alcune campagne di controllo della qualità delle acque di scolo delle campagne della val di Non e dell’Adige e si cominciarono a leggere i primi preoccupanti risultati. Fu tentata anche una sommaria verifica delle malattie professionali degli utilizzatori dei pesticidi che evidenziò l’esistenza, anzi l’ineludibilità del problema.

Il mondo dell’industria chimica, come pure quello degli agricoltori, fece per anni da diga nei confronti delle preoccupazioni, onde evitare che le stesse si diffondessero nella maggioranza dei cittadini che, ignari degli effetti pericolosi, consumavano prodotti poco sicuri e abitavano nei pressi delle campagne, trasformate in vere e proprie prime linee di guerra chimica.

L’Amministrazione Provinciale fu quindi obbligata ad introdurre qualche criterio di attenzione e maggiore sicurezza nell’uso dei pesticidi, la cosidddetta “lotta integrata”, un vero e proprio compromesso, sviluppato e sostenuto dall’Istituto Mach, che doveva sostituire la guerra chimica, eliminando i pesticidi più pericolosi e riducendo le dosi dei rimanenti al minimo necessario per avere efficacia.

Qualche effetto positivo si avvertì dall’introduzione della lotta integrata nelle campagne: un po’ alla volta tornarono le api e gli uccelli, dando voce ai difensori dei pesticidi.

Nel frattempo, sull’onda dell’opposizione ai pesticidi, si era sviluppata la cosiddetta agricoltura biologica, che sostituiva i pesticidi e i diserbanti con prodotti naturali, cominciando a fornire un esempio di come la chimica non fosse un destino obbligato.

Così la nuova agricoltura, libera dai pesticidi, si fece strada nel giudizio della maggioranza dei cittadini non agricoltori, ma anche tra una ristretta cerchia di agricoltori che consideravano giunto il momento di convertire la produzione. Da agricoltori di nicchia, che coltivavano piccoli appezzamenti di qualche migliaio di metri quadrati difendendo la produzione da insetti e muffe con reti di protezione e prodotti come zolfo e rame, si passò alla produzione biologica di ampi appezzamenti in mano ad agricoltori operanti anche su scala industriale.

Ma il glifosato resiste

Rimaneva aperto ancora il tema del diserbo, perché scarsamente studiato davanti allo strapotere del semplice “spruzzo” di glifosato.

Il glifosato è il diserbante più diffuso al mondo, ed anche quello difeso dalla lobby più efficiente, sicché è risultato regolarmente perdente ogni tentativo di limitarne l’uso (come evidenzia la recentissima scelta della Commissione Europea di autorizzarlo ancora per anni), nonostante siano forti i sospetti di cancerogenicità. Ancora una volta c’è stata una convergenza dei produttori e degli agricoltori, timorosi della concorrenza dei prodotti provenienti da nazioni, fuori dalla Comunità Europea, che il glifosato continuano ad usarlo.

Comunque lo studio delle modalità di diserbo senza uso del diserbante, un po’ alla volta, si è fatto strada, e si sono introdotti mezzi sempre più efficaci di lavorazione dei terreni in grado di eliminare per periodi sufficientemente lunghi le erbe concorrenti tra i filari dei vigneti e dei frutteti. Buon ultimo, anche l’Istituto Mach ha cominciato a dare evidenza delle nuove tecniche di diserbo meccanico, predisponendo dimostrazioni in campo per evidenziarne l’efficacia.

Oggi si può dire che l’agricoltura biologica, pur con un impiego maggiore di mano d’opera, è una modalità produttiva in grado di affrontare il mercato in competizione con l’agricoltura dei pesticidi e diserbanti.

Nell’uva i costi del biologico e dell’integrato sono praticamente uguali, anzi negli anni flagellati dalla peronospora i costi sono minori (e il valore sul mercato è maggiore, non è un caso che tutta la produzione degli spumanti Ferrari è riconvertita al biologico). Per le mele il costo del biologico è sostanzialmente pari nelle stagioni in cui non si deve fare un uso spinto di prodotti chimici, e in ogni caso c’è il vantaggio di un maggiore ricavo di circa il 20% nella vendita; e anche qui lo stesso consorzio Melinda, che vede con preoccupazione la concorrenza dei meleti dell’Europa orientale, sta sovvenzionando il cambio verso coltivazioni bio con 20.000 euro ad ettaro.

Il fallimento della politica provinciale

Eppure a livello politico il Trentino cincischia, nonostante sia stato posto sotto accusa dalla stampa e da varie trasmissioni televisive tipo “Report”, in quanto maggiore utilizzatore, per superficie coltivata, di pesticidi in Italia (dato impressionante anche se discutibile, in quanto troppo grezzo: molto dipende dalla coltura, le mele richiedono ad esempio ben altra protezione che non l’erba medica). Infatti non solo mancano provvedimenti che aiutino a ri-orientare in tempi ragionevoli la produzione verso il biologico, ma anche i segnali politici vanno in tutt’altra direzione. Questo mentre gli agricoltori iniziano ad essere sempre più convinti della necessità di fare il passo, anche per semplici considerazioni di tutela della propria salute. Ci vorrà tempo per attrezzarsi, ma la scelta è fatta, se la aspettano.

La conversione dovrà procedere a sostituire le specie di vigne e meli particolarmente sensibili alle muffe e malattie con altre più resistenti; effettuare gli impianti in modo più razionale per migliorare l’esposizione; predisporre protezioni con reti; favorire l’accorpamento dei piccoli appezzamenti o specializzarli con varietà di nicchia; fornire a chi converte al biologico un sostanzioso contributo economico, perfettamente giustificato dalla valorizzazione degli immobili vicini alle campagne e dal miglioramento della salubrità dei luoghi. Tutte scelte che la politica può fare su tutto il territorio agricolo del Trentino.

Invece la Provincia è ancora ferma, nel settore dell’agricoltura biologica, al titolo secondo della vecchia legge provinciale numero 4 del 2003, che fa riferimento al vecchio regolamento del 1991, che non comprende importanti campi di applicazione, come ad esempio la vite. E i sostegni alla conversione sono minimali, per di più con pagamenti ritardati.

Recentemente - per distrazione? - mentre lo Stato il 23 febbraio scorso ha emanato un proprio decreto che prevede controlli e multe nell’uso dei pesticidi autorizzando Carabinieri e Forestali nelle operazioni di controllo ed incasso delle multe, la Provincia si è limitata a prevedere che avrebbe emanato un proprio regolamento, ma sinora nulla di tutto ciò è avvenuto.

Un’assemblea inquieta

Una plastica rappresentazione di questa situazione – come pure della più generale gestione della politica provinciale, la si è potuta vedere in un’assemblea dal titolo “Agricoltura, salute, economia” organizzata il 20 marzo dal Partito Democratico di Povo. Una platea di agricoltori, ma del PD, pertanto una platea governativa, che però verso la politica agricola provinciale non mostrava alcuna simpatia. Si rincorrevano da una parte le cifre sulle crescenti convenienze del biologico, sull’assurda discrasia tra le richieste insoddisfatte per mancanza di prodotto biologico delle catene commerciali e la sovraproduzione di prodotto tradizionale; e dall’altra le lamentele verso l’immobilismo della politica provinciale. “Mi rivolgo al PD; – diceva a un certo punto il moderatore Walter Nicoletti – siamo tutti d’accordo che il futuro è nella sostenibilità, ma non si vede alcun progetto per trasformare l’economia in senso sostenibile”.

Gli interventi dei politici, a questo punto, erano chiarificatori. Spiegavano molto bene, cioè, perché i partiti al governo fossero testè franati alle elezioni. Dapprima la consigliera provinciale Donata Borgonovo Re, che del PD è presidente, elencava un’interminabile lista di mozioni provinciali a favore del biologico, approvate in aula all’unanimità e però mai tradotte in nulla di concreto. Dal che l’ovvia domanda: ma voi, che siete nella maggioranza, cosa ci state a fare?

Poi prendeva la parola l’assessore comunale con delega all’Agricoltura Roberto Stanchina che, vista l’aria che tirava in sala, si esibiva in giudizi sprezzanti sul suo omologo assessore provinciale all’Agricoltura Michele Dallapiccola. Cumulando due stridenti contraddizioni.

La prima: entrambi sono dello stesso partito, il PATT, che quindi dovrebbe chiarirsi le idee su cosa vuol fare quando è al governo. La seconda: anche Stanchina dovrebbe chiarirsi, ma con se stesso: perché, per quanto incaricato dal Sindaco di Trento, che della creazione del distretto biologico della collina est di Trento aveva fatto un obiettivo significativo della campagna elettorale, e pur sollecitato da votazioni già espresse dal Consiglio comunale di Trento fin dal 2013, nulla è riuscito a fare in quattro anni.

Stando a sentire i due campioni e riscontrandone la credibilità presso una platea pur ben disposta, si riusciva a capire come mai i rispettivi partiti siano crollati alle ultime elezioni.

Eppure, tornando alla nostra agricoltura, un messaggio sarebbe possibile. Almeno nel Comune di Trento - che è il più vasto comune agricolo del Trentino e con il maggior numero di agricoltori - si elimini con urgenza perfettamente giustificabile l’uso dei pesticidi nell’arco di tempo strettamente necessario alla conversione alla nuova coltura tra gli agricoltori. Non servirebbero anni, ma mesi.

E se ancora si tentasse di frenare, si proponga un referendum ad hoc tra i cittadini di Trento.