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Il campo profughi? Chiuso per par condicio

Al campo di Marco ingresso vietato alla stampa: ci sono le elezioni...

La protesta dei richiedenti asilo del gennaio scorso

Quando in redazione abbiamo deciso di visitare il campo di Marco per renderci conto delle condizioni in cui vivono i richiedenti protezione internazionale, qualcuno più saggio degli altri aveva previsto che saremmo andati incontro a qualcheproblema. Incaricato della missione, mi lancio con impegno in quella che, strada facendo, diventa un’impresa: prima cosa da fare è contattare la Protezione civile, che gestisce il campo, e che per prassi gira la nostra richiesta di accesso all’assessorato competente, quello alla Sanità.

La palla passa dunque alla segreteria dell’assessore e la risposta dovrebbe arrivare, ci assicurano, nel giro di un paio di giorni. Trascorsi i quali, però, visto che non arriva nessuna risposta l’assessorato lo chiamo io. Sono gentilissimi, ci danno il consenso ed anche il contatto di qualcuno all’interno di Cinformi, (il Centro informativo per l’immigrazione, una unità operativa della Provincia), e ci raccomandano di chiamarlo e di accordarci con lui, in modo che possa farci da guida all’interno della struttura.

Così facciamo e l’appuntamento è fissato per venerdì 16 febbraio; bisogna comunque aspettare una conferma, perché occorre che siano presenti anche i responsabili della struttura, in modo che possano rispondere alle nostre eventuali domande. Tutto sembra fatto, non resta che aspettare.

Intanto, in redazione, discutiamo sul taglio da dare all’articolo: non intendiamo essere critici a tutti i costi, quello che non va della struttura è stato già più volte sottolineato: il sistema di accoglienza trentino funziona tutto sommato abbastanza bene, vorremmo quindi evitare di raccontare storie strappalacrime alla Barbara D’Urso, ma ci piacerebbe parlare con un paio di richiedenti asilo, per capire con quali prospettive sono venuti in Italia, se e come queste sono cambiate durante la loro permanenza nel campo. Raccogliamo le idee, e siamo pronti.

Ma arriva il primo ostacolo: è martedì e il nostro contatto del Cinformi mi avverte che non è in grado di confermare l’appuntamento per venerdì. “Possiamo fare giovedì oppure lunedì” - propongo. Si farà sentire lui appena possibile per concordare un altro giorno, mi dice. Aspetto un paio di giorni ma non ricevo notizie. Allora gli scrivo. Trascorrono pochi minuti (la solerzia della pubblica amministrazione) e arriva una telefonata da parte della segreteria dell’assessorato competente; mi viene chiesto di rinviare il pezzo a dopo le elezioni, per problemi di par condicio.

Foto tratta da ilDolomiti.it

Lì per lì mi sfugge il nesso: questo mestiere lo faccio da poco tempo e non capisco dove possa essere il problema. Prendo tempo, non posso decidere io. Il mio direttore è in attività da molto più tempo di me, ma il nesso sfugge anche a lui. Ne parliamo in redazione e il collegamento sfugge a tutti; forse a questo punto non c’è affatto un legame tra le elezioni politiche nazionali e la visita ad un centro rifugiati a Marco, in Trentino.

Fatto sta che della par condicio, con tutto il rispetto, ce ne freghiamo, perché non è che sotto elezioni si debba smettere di parlare di tutto ciò che possa sollevare qualche criticità.

Richiamo la segreteria dell’assessore e gli faccio presente che non riteniamo la par condicio un ostacolo; lo rassicuro sul fatto che faremo attenzione, ma resto fermo sulla volontà di avere l’accesso prima possibile.

Lui, ancora una volta gentilissimo, non fa nemmeno troppa resistenza: mi dice che avrebbe avvertito il nostro contatto del Cinformi, dandogli luce verde e ci raccomanda di richiamarlo nel pomeriggio per fissare un nuovo appuntamento. E, qualche ora più tardi, così facciamo: non è stato ancora contattato dalla segreteria dell’assessore, ma si fida della nostra parola e ci fissa un appuntamento per la giornata di lunedì. È sabato sera, sono le 19 e tutto sembra andare per il verso giusto. Sembra fatta. Abbiamo avuto qualche intoppo, ma lo abbiamo risolto.

L’indomani è domenica, ma in Provincia evidentemente non si riposa mai; arriva infatti una telefonata dalla segreteria dell’assessorato: ci informa di essere stato contattato, a sua volta, dall’Ufficio di presidenza che lo ha informato di aver preso la decisione di negare ai giornalisti l’accesso al campo rifugiati di Marco. “Ufficio di presidenza”: avrò capito bene?

Allora chiedo conferma, e sì, avevo capito bene. Solo che vorrei sapere con chi, concretamente, il mio interlocutore ha parlato. Da dove arriva la decisione, insomma. È una decisione che arriva dall’alto, mi dice. Quanto in alto? Il presidente della Provincia Ugo Rossi, la decisione è sua. Di motivazioni, nemmeno l’ombra. Ha deciso così.

Io attacco il telefono e mi indigno; chiamo il mio direttore, che nonostante sia più esperto di me si indigna pure lui. Non ci rassegniamo: parliamo con l’Ufficio stampa della Provincia rassicurandoli che le nostre intenzioni sono pacifiche (“Non andiamo cercando il pelo nell’uovo”, “Abbiamo parlato bene del sistema di accoglienza della Provincia”, “Non accettiamo questo divieto, e poi, serve a Rossi? Che ci ricava? Non è che ottiene l’effetto contrario?”).

Niente, il divieto resta nonostante il gentilissimo Ufficio stampa dell’Ufficio di presidenza abbia provato a trattare fino all’ultimo per ricondurre il gran capo a più miti consigli.

Informiamo della cosa i direttori dei quotidiani locali, che, più o meno, si indignano pure loro, ma non tantissimo. Quello che cerco, nella mia visione ingenua del mondo, è una sorta di solidarietà tra giornalisti, di quella che si vede nei film quando Nixon impedisce l’accesso ai giornalisti del Washington Post nella sala stampa della Casa Bianca e allora tutti i giornali si rifiutano di entrare. Non sapevo bene cosa aspettarmi, ma qualcosa del genere mi sarebbe piaciuto. Ma evidentemente storie come la nostra non sono una novità e non destano più molto scalpore fra gli addetti ai lavori.

Il vescovo di Trento in visita al campo (foto Gianni Zotta)

Vincenzo Passerini io non l’ho mai conosciuto. Chi fosse me lo sono fatto raccontare: bibliotecario in una prima vita, politico fino a diventare assessore in una seconda vita, operatore nel settore della cultura e dell’accoglienza nella vita attuale; è quest’ultima vita che lo ha spinto a visitare il campo di Marco, a scriverne tra i primi sulla stampa, ad invitare anche il vescovo di Trento Lauro Tisi a farci un giro; in redazione tutti siamo più o meno convinti che la decisione dell’Ufficio di presidenza sia stata presa perché ha dato fastidio, e non poco, il suo articolo e la conseguente attenzione che ha destato sull’argomento.

L’ho chiamato, Passerini, per sapere cosa pensasse della faccenda: non è un giornalista, lui, e lo capisco subito perché si indigna come me. Parecchio: “Mi domando se è possibile che venga vietato l’ingresso alla stampa in una struttura di accoglienza. Mi sembra che sia una conferma che le cose non vadano bene a Marco e che la situazione, pur se le cose stanno lentamente migliorando anche grazie ai nostri interventi, è ancora impresentabile. Evidentemente non sono ancora riusciti a trasformare quella bidonville in un dignitoso e decoroso luogo di accoglienza. L’autonomia si vergogna di far vedere come sta gestendo il campo, ecco perché il divieto di accesso alla stampa, ma è un mezzuccio mediocre e non funzionerà: continueremo a monitorare la situazione”.

Abbiamo poi sentito Luca Zeni, assessore alla Sanità, che almeno una spiegazione ha provato ad abbozzarla: “È stata una decisione presa per evitare strumentalizzazioni, che ci sono state in questi ultimi periodi, da una parte e dall’altra. È stata data una rappresentazione del posto che non risponde alla realtà e che non è corretta, e non era il caso di continuare su questa strada in periodo di elezioni: si rischiava solo di strumentalizzare ulteriormente la faccenda”.

Le porte chiuse alla stampa per evitare strumentalizzazioni in tempo di elezioni, di questo si tratterebbe. Eppure, almeno stavolta, la sensazione è che si siano strumentalizzate le elezioni per chiudere le porte di una struttura di cui la Provincia, in fondo, ancora si vergogna.