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Un minimo di razionalità

Delle elezioni di domenica prossima parliamo nelle pagine interne. Qui ci interessa un aspetto particolare: l’ennesimo ritorno di Berlusconi, la cui pur improbabile coalizione è data favorita secondo tutti i sondaggi.

Di questo ritorno non ci interessano qui le responsabilità dei diretti avversari, la sinistra, che sempre si ritengono furbi e sempre sono babbei (dagli inciuci di D’Alema fino a Renzi che di Silvio ha copiato le politiche pensando di sottrargli gli elettori ed ha solo perso lui i suoi). Ci interessano gli italiani.

Non ce ne vogliano i nostri pochi lettori di centro-destra, che rispettiamo, ma… come si fa a votare un politico che ha così clamorosamente, platealmente fallito, non ha realizzato nessuna delle mirabolanti promesse ed ha portato nel 2011 l’Italia a un passo dal commissariamento? Tra i risolini di sufficienza dei partner europei? Possiamo – con molta fatica – capire il presunto realismo per cui la parte di popolazione meno sensibile all’etica pubblica ha potuto pensare che un industriale disinvolto nel perseguire con successo i suoi interessi potesse analogamente perseguire l’interesse generale; ma non riusciamo a capire come questo stesso realismo crolli di fronte alla prova dei fatti, ai fallimenti di un uomo che si dimostra non all’altezza.

Il punto è grave, e di fondo. Riguarda la capacità dell’elettorato di decidere. Riguarda la democrazia.

Perché in parallelo abbiamo avuto in Occidente altri risultati elettorali suicidi. Brexit, i cui danni per la Gran Bretagna stanno emergendo in tutta la loro strutturale gravità. Trump, che sta portando la credibilità dell’America – nonostante sia la maggior potenza economica e militare - a livelli infimi. Tutti esiti largamente prevedibili e previsti, di cui però la pancia degli elettori si è disinteressata. E poi l’Ungheria, la Polonia… Sta prevalendo l’irrazionalità diffusa: pericolosissima, devastante in democrazia. E allora il pensiero non può non andare ad altri esiti elettorali storicamente catastrofici. Milosevic che a Belgrado vinse le elezioni all’insegna, nazionalista e razzista, della “grande Serbia”: e il risultato fu una guerra disastrosa e l’emarginazione, per anni, della Serbia dalla scena europea. E poi, naturalmente, Hitler, che al potere ci arrivò eletto dal popolo tedesco.

Ci rendiamo conto di quanto amare siano queste considerazioni, peraltro aggravate dal risorgere in Italia di un’intolleranza di cui ci volevamo credere immuni. E speriamo fermamente che il voto sciolga questi nostri timori.

Eppure tanti altri segnali ci parlano di molteplici immaturità dell’elettorato. Gli iscritti al Pd, che in massa riconfermano a segretario un bulletto, metodicamente dedito, per autoaffermarsi, a distruggere il partito. I soci delle cooperative, che sempre con troppo, troppo ritardo si accorgono dei vicoli ciechi in cui li hanno infilati dirigenti malversatori e avventuristi.

C’è forse nei cittadini di oggi, e non solo a livello italiano, un problema di cultura? Un ottundimento derivante dai troppi intrattenimenti di bassissimo livello intellettuale? Da un uso parcellizzato, superficialissimo, stordente delle pur immense potenzialità della perenne connessione? E quindi un’incapacità nell’individuare e valutare con razionalità una cosa non semplicissima come l’interesse collettivo?

Non sappiamo. E vorremmo tanto sbagliarci.

Ma non possiamo dimenticare gli insegnamenti della storia. Quando nell’antica Roma la repubblica non riuscì, per decenni, a garantire un governo se non al prezzo di continue sanguinose faide e guerre civili, la si sostituì con il più semplice ma brutalmente razionale impero (l’imperatore balordo, lo si toglieva di mezzo uccidendolo, il ricambio costava un morto, non una guerra).

Così la democrazia, per proseguire deve funzionare: deve garantire scelte magari opinabili, ma non disastrosamente scriteriate. Altrimenti si invidiano governi come quello cinese.