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A cena con gli immigrati

Moreno Pedrotti

"Il convento era situato... all’entrata della terra...Il cielo era tutto sereno... La scena era lieta; ma ogni figura d’uomo che vi apparisse, rattristava lo sguardo e il pensiero. Ogni tanto, s’incontravano mendichi laceri e macilenti, ...spinti allora dalla necessità a tender la mano. Passavano zitti accanto, lo guardavano... gli facevano un inchino di ringraziamento, per l’elemosina che avevan ricevuta, o che andavano a cercare al convento."

Con queste parole si apre il IV capitolo del capolavoro di Manzoni. Un povero fraticello cappuccino, con un difficile passato, si reca in soccorso di un’umile ragazza, che gli ha chiesto aiuto. Ma lui non si limita a sostenerla con l’aiuto della fede in Dio come fanno molti preti moderni o uomini che si definiscono "di chiesa". Si pone in prima persona a loro difesa contro le tirannie di una società prepotente, violenta, e intollerante, rappresentata da don Rodrigo. Questo non succedeva solo nel ‘600, secolo buio, saturo di superstizioni, di dominazione tirannica e di Controriforma per l’Italia, ma anche oggi nella nostra società culla di democrazia e tolleranza.

Mentre domenica 5 Maggio tutta l’Italia era in festa per la vincita dello scudetto da parte della Juventus, e a Trento si sentivano i clacson strombazzare in piazza Venezia, mi stavo recando anch’io ad aiutare qualcuno. Questa volta, però, ero io ad andare nel piccolo convento dei padri cappuccini di Trento. Per la verità ero caduto in un "tranello", ma questa è un’altra storia. Dopo aver indossato uno sgualcito grembiule, ho cercato di rendermi utile e di farmi assegnare il mio compito. Quest’ultimo consisteva nel servire, come cameriere volontario, la cena alle persone che quella sera avrebbero bussato alla porta della carità. Nell’attesa, dopo aver conosciuto le persone che ogni sera offrono il loro tempo per garantire questo servizio, il mio accompagnatore mi fornì le informazioni principali. Il cibo offerto dal convento ha tante origini, anche dai supermercati che svuotano gli scaffali dai prodotti destinati a scadere, e li affidano ai cappuccini. Il servizio di mensa dipende sia dalla disponibilità di viveri, che dall’affluenza dei bisognosi.

L’orario di apertura della mensa va dalle 17.30 alle 18.20, tutti i giorni. La stanzetta è piccola con residui di affresco restaurati da poco, che citano alcuni versi della poesia/canzone che San Francesco dedicò al Signore. Sotto, invece, campeggiano cinque piccoli quadretti, che espongono le "regole di rispetto reciproco" in cinque lingue diverse: russo, arabo, inglese, francese e spagnolo. I tavoli sono arredati con cura, e l’atmosfera assomiglia a quella di una baita in montagna dove le persone più diverse s’incontrano per condividere un pasto insieme.

Eh, in fin dei conti non è altro che questo. L’organizzazione è un misto fra self-service e ristorante, ma mentre nel ristorante noi ci sentiamo autorizzati a gettare via del cibo, o questo comportamento è molto comune, in questo luogo il rispetto nasce anche da questo; "Se non hai molta fame, o il piatto ti sembra troppo abbondante, chiedine uno minore" - dice il cartello, da tutti (per quanto ho potuto vedere io) rispettato. Certo, il cammino è stato difficile, ma se si è affermato questo senso civico, allora la convivenza è possibile.

Finalmente le porte si aprono, e il primo turno di ospiti si riversa all’intemo. I movimenti sono però composti e rispettosi, non come succede a certe file di italiani! Alcuni salutano, altri fanno un cenno, pochi non dicono niente. Pian piano occupano i tavoli, e ti accorgi che in quella saletta si è raccolta la gente più diversa: ci sono degli immigrati, ma anche dei trentini, ci sono anche parecchie donne, due persone hanno il cellulare (che prontamente ricaricano a spese del convento). Ti chiedi come mai ci siano dei trentini in un posto che, nella tua mente piena di pregiudizi, reputi solo per immigrati; o perché chi si può permettere un cellulare si serva del convento. Ma non c’è tempo, è il tuo turno di servire, le congetture a dopo.

Mentre passi e domandi se vogliono tortellini con il ripieno di maiale, oppure spaghetti, scruti le persone sedute al tavolo e tenti di capire qualcosa della loro esistenza. Già la risposta che ricevi ti fa entrare nel loro mondo. Alcuni, che ti sembrano di fede mussulmana, non rifiutano il piatto di tortellini, sintomo di una loro integrazione nel mondo secolarizzato, più lunga. Altri, invece, ti chiedono, con gentilezza, se la scaloppa di tacchino che si trovano di fronte è di maiale; indice di fiducia verso chi sta servendo. Molti vestono con abiti da lavoro, come alcuni muratori, mentre per gli altri sarebbe assurdo formulare ipotesi. Tanti si sono ambientati, e mostrano un rapporto intenso con i volontari, che supera il contatto puramente formale: scherzano, si fermano, finito il pasto, a chiacchierare, altri commentano il lavoro delle donne che stanno in cucina a lavorare. Un cartello si riferisce anche al rispetto verso le donne, conquista che le femministe dei loro Paesi non sanno nemmeno che possa esistere.

Dai gruppetti che si formano capisci che non tutti hanno bisogno di questo servizio, ma vengono in questo luogo per i più svariati motivi. Alcuni immigrati già integrati accompagnano dei loro amici appena arrivati, anche in fase di regolarizzazione, altri cenano qui perché a casa sono soli e, o non hanno potuto prepararsi la cena, o trovano qui un’accoglienza e una solidarietà profonda che li fa sentire come in famiglia. Uno di loro è affetto da una malattia per cui non può sedersi. A prima vista potrebbe sembrare buffo vedere un uomo in piedi che attende con pazienza che molti altri commensali abbiano finito di cenare, per cenare lui stesso, sempre in piedi. Ma poi ti senti il peso di tutto questo. Dov’è la sua famiglia? I suoi amici? Le persone che devono assisterlo? Sono i volontari la sua famiglia, chi gli vuole bene, chi lo fa sentire a casa. Un’altra persona che mi colpisce è una giovane dell’Est europeo poco più che venticinquenne. È una così bella ragazza, che nonostante questo si ritrova a subire le difficoltà di un passato (forse) e di un’immigrazione non facili, in un Paese dove la bellezza fisica ti apre una valanga di opportunità. Non mi è "affidata" (cioè non si è seduta su uno dei tavoli a cui io devo servire), ma mi fissa in una maniera indescrivibile, come se cercasse di volermi parlare della sua esperienza solamente con uno sguardo. Spero di poterla conoscere.

Ecco, ora hanno finito. Sono le sei e venti ormai, è ora di chiudere. No, ecco un ritardatario, che riesce a infrangere il regolamento per pochi secondi. Tra quelli che escono sono i più quelli che salutano e ringraziano, anche me, che sono la novità della serata. Tutti, però gettano via i rifiuti da soli, sparecchiano il proprio vassoio rispettando la raccolta differenziata. Quando la porta d’entrata è chiusa, e il guardiano, padre Antonio Butterini è venuto a controllare il nostro lavoro, si fanno i "conti" sul numero di vassoi usati. Solo 74 sono venuti questa sera. Pochi rispetto ai 130 che il mio accompagnatore, che mi ha invitato a fare questa esperienza, mi ricorda.

Spero di continuare, in futuro, in questo servizio di volontariato alla mensa e che queste poche righe scritte incitino nuovi volontari. Nonostante questo mio ottimismo, mi devo però piegare alla realtà: dei volontari solo due sono under 30, io e Thomas, mentre tutti gli altri sono over 50 (e credo tutti, ormai, pensionati).

Dopo un mio discorso alla classe sull’esperienza fatta, finora due ragazzi si sono offerti a collaborare. E’ vero che il volontariato porta via tempo, e che molti sono schiacciati dal lavoro, ma portare via è un termine improprio. Infatti, non solo diamo una mano a chi ne ha bisogno, ma dimostriamo a noi stessi che un altro mondo è possibile, e nasce dal sudore di tutti e dal rispetto.

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