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QT n. 20, 11 novembre 2000 Servizi

I diritti di chi sopravviveranno?

Dal corso per volontari di ONG organizzato dall’Università per la pace, motivi di sconforto e stimoli di speranza.

Federica Fortunato

Cosa resta dell’8° corso UNIP per i volontari di organizzazioni non governative ospitati in ottobre a Rovereto per "studiar pace"? Dove e quando vanno a fruttare le risorse impiegate per un passaggio di persone che, tornate ai loro lidi, forse non si incontreranno più? Ne vale la pena, e quanto?

Da quando è nata, nel ‘93, l’Università internazionale delle istituzioni dei popoli per la pace ha sollevato spesso la domanda a cui, anche in questi giorni, Pietro Monti (reggente della Fondazione Opera Campana che le ha dato vita) ha risposto con un equivalente dell’antico detto cinese "Meglio accendere una candela che maledire le tenebre".

Per riflettere un po’ più a lungo quest’ultima fiammella, cerchiamo qualche traccia di cosa è stato.

S

Sabato 21 ottobre, ultimo giorno del corso "Diplomazia popolare, nonviolenza, governo umano e solidarietà globale": i 30 ragazzi che per tre settimane hanno studiato e discusso insieme, incontrato scuole e associazioni locali, progettato collegamenti internazionali, si abbracciano prima di ripartire verso 30 diverse destinazioni. Hanno condiviso un training intenso sulla nonviolenza come relazione e come pratica politica e sociale; con un interesse che si rinnova ogni anno, hanno ascoltato Alessandra Zendron descrivere il modello altoatesino di convivenza plurietnica; hanno messo nello zaino strategie di fund raising; hanno seguito il convegno "Ripensare pace, diritti, giustizia sociale" che da Pontara a Galtung a Susan George ha allineato interventi di alcuni dei più noti attori della peace research.

Per molti è stato una rivelazione il riflettere e il lavorare in gruppo sulla violenza e sull’ingiustizia strutturali che governano i rapporti tra stati e all’interno degli stessi ("Quando torno a casa, il mio movimento si preparerà a una lotta più determinata. Nonviolent, of course!" - aveva esclamato la rwandese Julienne, uscendo entusiasta da una delle prime lezioni).

E’ stato fondante dell’esperienza di gruppo l’imparare a riconoscere, a dare un nome, a interpretare le emozioni, quelle presenti e quelle solitamente compresse e accantonate durante il fare sociale. Per iniziare il percorso sul tema "Trasformazione dei conflitti", Simona Sharoni (israeliana, femminista, docente di "Pace e trasformazione dei conflitti" in diverse istituzioni americane) ha dato valore al linguaggio del corpo, all’osservazione delle pratiche sociali tra nuovi compagni di strada; la cura dei rapporti tra tante diverse culture ha avuto una indicazione di base: "fare domande su quello che non si capisce". Addestrarsi all’operare imparziale in situazioni di conflitto significa rendersi abili all’ascolto, rispettare tutte le parti in causa, avere attenzione alle emozioni dei soggetti, imparare a distinguere queste emozioni dai fatti.

Con la lista elettronica comune già in tasca, gli indirizzi trentini sparsi tra appunti e agende, ripromesse di incontri e di "staying in touch", i ragazzi lasciano l’aula del roveretano palazzo Todeschi, ma lasciano anche, fisicamente, la memoria di trenta storie che qui si sono intersecate.

Facciamo il giro delle pareti e ricomponiamo i mosaici delle loro identità attraverso i cartelloni con cui si sono presentati: disegni, foto private, ritagli di giornale, date, oggetti simbolici costruiscono per flash un mosaico di percorsi individuali e collettivi. Alcuni comunicano subito emozioni intense, altri possono apparire più lievi o banali. Ma tutti fanno rivivere il confronto plenario del primo giorno di costruzione del gruppo, quando i loro autori avevano messo potentemente in gioco affetti, emozioni, ricordi personali, bisogni e aspettative, arrivando a quello che qualcuno ha definito uno stato di "estenuazione piena di gratitudine". E vediamone alcune di queste "carte di identità".

Algeria è una parola nascosta a metà tra una composta immagine di schiene piegate nella preghiera musulmana e un’altra di giovani manifestanti: una strada schizzata col pennarello blu porta dal 1962 (indipendenza del paese) al divario tra passato e modernità degli anni ‘80, alla tragedia dei tempi recenti pudicamente ricordata con due bocche incerottate e un enorme cuore rosso, al 2000 preceduto dalla sconsolatezza di una tazzina rovesciata, ma anche dalla speranza di un gruppo di chiavi sospese oltre il bordo in uno spazio di bollicine e chitarre. La storia di Alì entra in questo spazio con il ‘69 (nascita), l’espressione artistica, l’impegno nel "Club scientifico della lingua e della cultura Amaghighes" (berbera). Alì Koulougli, che sarà ricordato con la sua chitarra, le canzoni algerine e berbere, quelle evergreen di Lennon e degli altri poeti che hanno unito i continenti negli ultimi decenni.

Ad Alì, nel cantare e far cantare tutto il gruppo, si alternava Rosy McCorley del "Coiste na n-Iarchimi" (Associazione per la pace in Nord Irlanda).

Simboli musicali percorrono tutto lo spazio bianco fra le tappe della sua vita privata e politica: un’infanzia felice, l’entrata a quindici anni nel movimento repubblicano, il ricordo del "Bloody Sunday", matrimonio-aborto-divorzio, la condanna a 22 anni (rilasciata dopo 8 anni nel ’98) e il carcere come luogo di oppressione ma anche di apprendimento. In basso a destra, il congedo: "Bello essere viva e libera".

Ricorda un’opera di Matisse (sfondo rosa e poche immagini di danza, bambini e chiesa tra gli alberi intorno ad un danzatore-libellula) il manifesto di Jhon (sic). Jhon Florez, del "Gruppo per l’obiezione di coscienza" inColombia, è stato il ballerino trascinatore in tutti i momenti conviviali con la società locale: insegnante di inglese, animatore in scuole di ogni grado, volontario per l’educazione ai rapporti nonviolenti, ci tiene a far emergere la faccia sana e gioiosa di una terra che associamo ormai automaticamente a corruzione e criminalità di stato

L’asse della presentazione di Julienne (Rwanda, "Movimento delle donne artefici di pace", di etnia mista hutu-tutsi, già profuga di guerra in Congo e Kenya) è un albero con un lato verde (famiglia, amicizia, viaggi, studio) contrapposto a quello rosso e rigido della guerra da cui discendono oppressione, odio, discriminazione).

Gli interessi di Roman Sinelnikov ("Scuola per i diritti umani" di Mosca) si dividono tra impegno per i diritti e per la convivenza tra popoli vicini e arte, dai canti tradizionali russi alla fotografia e all’impaginazione dei siti Internet. Presentandosi in una serata pubblica, Roman aveva ricordato la violenza che osserva a tutti i livelli in Russia: familiare, sociale, fra stati (Cecenia); e aveva sottolineato la peggiore forma della violenza, "quella sulle nostre menti". Dal momento che lo Stato oggi non riconosce la necessità di una conversione ai rapporti nonviolenti, il compito primario delle ONG in Russia è compiere il massimo sforzo per trasformare la situazione, soprattutto con progetti educativi.

Di violenza quotidiana aveva parlato anche, per lo Sri Lanka, Indika Thilakahewa, del "Centro interreligioso per lo sviluppo e la pace", intrecciando il suo viaggio di trentenne con l’escalation di brutalità che dagli anni ‘80 attraversa la sua isola.

La cifra di 20.000 morti alla settimana per Aids nello Zimbabwe, aveva fatto credere tutti ad un’imprecisione linguistica. Ma Perpetua Bganya (coordinatrice del programma Pace, giustizia e riconciliazione del Concilio delle Chiese) è una ragazza determinata che conosce le sue cifre.

Sorprende sapere che nel piccolo Nepal (metà dell’Italia per estensione e popolazione) sono attivi 100 gruppi di Amnesty International; ma il cartellone di Uttam Lal Manandhar ci mostra una sequenza di bambini militari con mitra alti quanto loro, di piccoli visi di profughi, di giochi in auto devastate; e in alto c’è un piccolissimo dagli occhi consapevoli che tiene in mano la sua protesta: "la povertà è contro il nostro diritto all’istruzione".

A rappresentare la terra divisa di Israele/Palestina era arrivata solo Gal Harmat, una tra le partecipanti più giovani, del movimento arabo-israeliano per la riconciliazione "Reut Sadaka": per la palestinese Therese Sabella l’uscire dal suo paese sarebbe stato possibile, ma per fortuna l’hanno avvisata prima che non lo sarebbe stato il rientrare…

Cosa resta di questo coagulo temporaneo di storie e di saperi, oltre alle relazioni personali che Internet non può sostituire, oltre al diffondersi nel mondo di questo laboratorio lagarino, oltre al ricordo per un migliaio di ragazzi delle scuole trentine che hanno ascoltato e intervistato dal vivo questi testimoni di storia contemporanea e di impegno?

Per usare un facile slogan, "il mondo è qui, bisogna stringerglisi intorno". Come diceva, tra gli altri, Susan George durante il convegno su pace, diritti e giustizia: "Come cambiare un mondo che non funziona per 8 miliardi di persone, dove il nuovo secolo sta preparando barbarie terribili? Dove non possiamo illuderci che le peggiori sofferenze creino politiche più umane, dove spiegare l’inganno non cambia la situazione? Dove la domanda sui diritti diventa ‘I diritti di chi sopravviveranno nel prossimo secolo?’ Gli unici indizi di speranza sono i risultati ottenuti dai movimenti popolari (il momento mitico di Seattle, ma anche l’affossamento dell’Accordo Multilaterale sugli Investimenti, il boicottaggio alle imperiali multinazionali); l’unica direzione vincente è un’alleanza strategica tra chi, in tutto il mondo, pensa di dovere e potere creare una nuova giustizia sociale in chiave globale."

La palla è a noi, al mondo dell’impegno dal basso, a chi rilancia nel lavoro e nello studio quotidiano anche lo scambio con i movimenti rappresentati nell’aula roveretana. Perché la scommessa UNIP non sia lusso di provincia ricca. Che si permette di investire, in operazioni educative dal bilancio non scientificamente valutabile, quanto sarebbe bastato a finanziare qualche chilometro d’autostrada, una mostra senza lustri internazionali, forse persino una mezza serata di spettacolo lirico.

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