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QT n. 16, 25 settembre 1999 Servizi

Studenti all’estero: soli o bene accompagnati

Vacanze-studio: per imparare le lingue, conoscere culture ecc. Questo in teoria. Nella pratica...

Raffaelli Anna

Che al giorno d’oggi, con l’unificazione europea, il mercato del lavoro sempre più globale, e bla bla, non si possa prescindere dalle lingue straniere è ormai senso comune. Lo studio di una o due di esse pare essere la linea direttiva di tutti gli istituti superiori. Ma si sa, in questo campo lo studio prettamente scolastico non basta né per apprendere una lingua, né soprattutto per sapersi rapportare con una cultura e uno stile di vita differenti. E proprio qui sta il problema: oramai sono sempre di più le famiglie che decidono di mandare i figli a studiare all’estero nel periodo estivo, e quindi sempre più numerosi sono gli organismi che vivono sulle cosiddette “vacanze-studio”. E allora diventa legittimo chiedersi quanto in tutto questo ci sia di realmente culturale e utile per lo scopo dichiarato e quanto invece sia dovuto agli ingranaggi del business innescato da questa grande macchina del mercato-vacanze. E se l’utilità dell’anno all’estero è innegabile, più discutibili sono invece i risultati dei più brevi (e peraltro più diffusi) soggiorni organizzati durante il periodo estivo. Noi ci occupiamo di questo aspetto.

“Indubbiamente i soggiorni non vanno focalizzati esclusivamente sull’aspetto turistico - puntualizza Antonia Nones, coordinatrice regionale di Intercultura, associazione volontaria che da vari decenni organizza soggiorni all’estero - L’andare anche per visitare località rinomate è buona cosa, l’importante è che non ci si fermi al lato ludico dell’esperienza. Definirle ‘vacanze’ è errato: per ottenere dei risultati dal punto di vista linguistico è necessario uno sforzo che travalichi il semplice andare all’estero per divertirsi e stare con gli amici”.

Neppure Sonia Paternoster, segretaria del CLM-Bell di Trento, vede un’involuzione generalizzata delle vacanze-studio nel business: “Certamente è un’esperienza da consigliare, tenendo però conto che gran parte dell’esito non dipende dall’associazione organizzatrice: a noi spetta trovare scuola e famiglia ospitanti, pianificare lezioni e attività, ma l’elemento principale scaturisce direttamente dal singolo e dalla sua volontà di imparare, di sforzarsi ad aprire al nuovo la propria mente.”

Ed è innegabile che l’andare dei tempi rende comunque l’esperienza all’estero di primaria importanza, “Basti pensare - mette in luce Mara Morriconi di Incontri Europei, associazione di Ancona che collabora con alcune scuole trentine - che ora andare all’estero e frequentare là dei corsi può contribuire all’assegnare i crediti formativi! Ciò che però conta è che si vada oltre, che si cerchi di dare il meglio di sé, indipendentemente dalla ricaduta pratica/opportunistica dell’iniziativa. Può essere un business in paesi come l’Inghilterra, e questo per il numero molto elevato di richieste: le famiglie inglesi sono meno aperte di quelle tedesche perché sono più stressate da orde di studenti, e la maggior parte non è ospitale perché considera il fenomeno come una moda."

Tutte e tre le associazioni mettono dunque in luce la necessità di dare il giusto peso alle proprie aspettative prima di partire: divertirsi, certo, stare con gli amici, perché no, ma tutto questo subordinato all’obiettivo primario di apprendere la lingua straniera.

Ma quali sono gli altri ingredienti per la buona riuscita del soggiorno? “Oltre alla buona volontà del singolo, gioca un ruolo centrale l’organizzazione” - chiarisce Nones, ed è dello stesso avviso Paternoster, affermando che “è importante la scelta di corsi e insegnanti, la preparazione di attività adeguate, una sistemazione consona all’individuo.”

Come soddisfano le associazioni tali condizioni? Qui non tutte le risposte appaiono pienamente convincenti. Soprattutto su uno degli aspetti principali, l’immersione del singolo studente in una realtà estranea. “Non ci sembra proficuo inviare grandi gruppi di persone, perché questo va sicuramente a scapito dell’apprendimento, non fornisce le condizioni ideali per stimolare a parlare un’altra lingua” - dice infatti Paternoster; e sulla stessa linea si muove anche Intercultura, i cui gruppi, oltre a non superare le 30 persone, sono spesso di nazionalità miste.

Si dovrebbe però chiarire che cosa si intende con gruppi “troppo numerosi”, perché comunque si arriva a gruppi di 20-30 persone, numero, come poi vedremo, giudicato penalizzante dagli studenti, che spesso hanno vissuto il soggiorno come una vacanza tra italiani.

Altro argomento sono gli interessi personali degli studenti, cui le associazioni cercano di andare incontro. Il CLM e Incontri Europei organizzano, oltre alle lezioni mattutine sulla lingua estera, previste per tutti, una serie di attività ricreative pomeridiane personalizzate (sport, visione di film, escursioni, ecc); Intercultura fa lo stesso, affiancando però a questo tipo di vacanza tradizionale “pacchetti” più innovativi: lo studente può scegliere il progetto “Lingua e Natura”, che prevede un’esperienza in campi di lavoro in collaborazione con associazioni ambientaliste locali (pulire torrenti, ristrutturare castelli…) e il fine settimana in famiglia.

E qui arriviamo alla sistemazione, e la migliore è concordemente designata dalle associazioni nella famiglia, più idonea per una full-immersion nella vita locale. “Nessuno - chiarisce Nones - impone al ragazzo uno stile di vita; gli si richiede soltanto di adeguarsi il più possibile alla vita familiare: la famiglia non assegna orari, ma riceve comunque precise consegne dall’associazione ed è controllata in quanto responsabile anche moralmente del ragazzo”. Come si vede, la situazione si può prestare a fraintendimenti e creare tensioni; in pratica, stando alle testimonianze degli studenti, in genere si raggiunge con la famiglia un accordo soddisfacente per entrambi.

E per quanto riguarda il periodo, qual è la durata migliore di un soggiorno all’estero? Nessuno mostra dubbi nel dichiarare troppo brevi le due settimane, giuste le tre, ideali le quattro o cinque. Ce lo conferma anche Matteo, studente che quest’estate si è recato per cinque settimane a Dublino con Intercultura: “Due settimane sono troppo poche! - afferma deciso - Io a Dublino ne ho trascorse cinque, e sarei rimasto lì ancora… non ero ancora riuscito a vederla tutta!”

Venendo al dunque, quando ci si può dire soddisfatti della propria esperienza all’estero? La risposta delle associazioni è che non conta solo il successo linguistico: “Quello che risulta fondamentale è la cultura antropologica, non quella prettamente scolastica. Bisogna che lo studente sia disposto a scavarsi una nicchia nella quale venire a contatto con la gente del posto. Può essere definito scopo dell’esperienza il riuscire a tornare a casa con più curiosità di prima, con voglia di tornare là dove si è stati” - sostiene Antonia Nones. Soggiorno all’estero, quindi, come strumento per liberarsi da barriere ideologiche o, peggio, razziste. Questa la teoria: nella pratica questi risultati si raggiungono più agevolmente quanto più limitato è il numero del gruppo di studenti e completa l’immersione nella nuova realtà. E a maggior ragione il discorso vale per l’apprendimento della lingua.

E i costi? Sono senza dubbio elevati, e tendono a lievitare quando viene richiesto l’uso dell’aereo, ma le agenzie sottolineano prontamente che quello che va considerato è il rapporto qualità-prezzo, peraltro difficile da stabilire prima dell’esperienza. Per quanto riguarda invece organizzazione e appoggi, ogni tanto ci sono in palio borse di studio, a volte offerte dall’associazione, a volte da enti esterni (ad esempio Eni ed Italscandia ne offrono per i figli dei dipendenti). Talvolta sono gli istituti superiori a cercare l’appoggio delle associazioni per organizzare viaggi estivi per classi. La professoressa Ivana Stenico, docente di inglese al liceo classico “Prati” di Trento, da anni impegnata nell’accompagnare all’estero qualcuna delle sue classi, ritiene che tale esperienza di gruppo possa essere formativa solo per principianti: “In questo caso la scuola può proporre l’iniziativa, che risulta essere utile; per chi è già stato all’estero, invece, l’uscita in gruppo risulta ripetitiva e non soddisfa alle aspettative”.

Cosa può fare allora la scuola?

“Potrebbe incentivare le uscite individuali, mettendo il singolo in contatto con le associazioni, permettendo così un maggiore approfondimento, fermo restando però che la condizione migliore è senza dubbio quella dello scambio, sotto ogni punto di vista”, propone Stenico.

Giulia, studentessa che ha usufruito di un viaggio organizzato in partnership dal liceo “Prati” e dal CLM, si dichiara scettica riguardo al numero troppo fitto di italiani, ma comunque soddisfatta dell’esperienza: “La cosa migliore è stata la famiglia: ogni italiano aveva un fratello o sorella-ospitante della sua età con cui uscire ed andare a scuola, e questo è stato decisamente positivo. Ho imparato più in famiglia che a scuola, erano così disponibili!”

Noi organizziamo”, “noi consigliamo”, “noi assistiamo”… ma che dire dell’esperienza “fai-da-te”? E’ realmente un qualcosa di rischioso, come sostiene Nones, oppure si può benissimo trarre profitto senza danni anche da un’uscita non organizzata, priva del caldo abbraccio protettivo delle associazioni? Ebbene, pare proprio di sì, e anzi gli studenti che l’hanno sperimentata ne sono entusiasti, trovano formativo e proficuo ritagliarsi da soli uno spazio in una terra straniera. Michele, dopo un soggiorno in Germania organizzato dal CLM e uno in Inghilterra con Incontri Europei, quest’estate è tornato in Germania, di sua iniziativa, nella famiglia che l’aveva ospitato la volta precedente, spinto dal desiderio di imparare davvero il tedesco: “Mi sono accorto che andare in gruppo non è affatto utile sotto il profilo linguistico: incontrarsi tutti i giorni tra italiani non aiuta certo ad imparare. Certo, andare da solo è difficile, nel primo periodo sentivo il bisogno di parlare italiano, bombardato com’ero dal tedesco. Ma l’esperienza è stata decisamente positiva.”

Parla di un esito brillante della sua esperienza anche Lorenzo, che è stato a lavorare in una fattoria scozzese: “Ho deciso in questo modo perché non volevo fermarmi all’apprendimento scolastico della lingua, ma andare oltre, e così ho potuto farlo, venendo a contatto con la gente e le usanze del posto, oltre che con l’inglese.”

Insomma, le alternative sono tante...

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