Le scritte rivelatrici

L’imbrattamento natalizio del lato sinistro della chiesa di Santa Maria Maggiore a Trento ha suscitato giustamente un certo scalpore. Deturpare un bene storico ed archeologico significa offendere, prima ancora che la religione, la vivibilità, la bellezza di una città. In definitiva renderla meno civile. Bene hanno fatto le varie autorità, dal Comune alla Sovrintendenza alle Belle Arti, a intervenire prontamente, nel rimuovere le scritte in poche ore. È il principio del - per altri versi discutibile - sindaco di New York Rudolph Giuliani: “Se in un manufatto abbandonato c’è un vetro rotto e non lo sostituisci, in breve saranno tutti rotti”. Ossia il degrado va arrestato subito, altrimenti si legittima da solo, tristemente ci si abitua.
Detto questo, resta il problema di chi è stato, perché, cosa si può fare per evitare possibili emulazioni.
L’individuazione dei responsabili non sarà difficile, ci sono telecamere nella zona, e gli investigatori sono al lavoro. La matrice sembra chiara: immigrati di origine marocchina, le scritte sono in arabo, e le parole inequivoche: “Morocco” e “Fez” e “Agadir” città marocchine.
Bene ha fatto il vescovo Tisi a rifiutare da subito possibili strumentalizzazioni xenofobe: “Non sono scritte anti religiose, né oltraggiose”.
Sono scritte che evocano nostalgia, rimpianto, disadattamento. Sentimenti da rispettare, anche se estrinsecati in modalità inaccettabili.
E qui si arriva al problema vero: le difficoltà nell’integrazione degli immigrati. Che producono frustrazione e disagi loro, e per reazione, fastidio ed ostilità nostre.
Abbiamo (o meglio la Giunta provinciale ha) abolito i corsi di italiano, i percorsi di inserimento e questi sono i risultati. A una persona che viene da un mondo terzo, diverso ed alieno, bisognerebbe insegnare l’abc del vivere in città: rispettare le opere d’arte (magari anche i muri di abitazioni civili, ma quello non lo fanno tanti ragazzi autoctoni…), non schiamazzare ecc. Se questo non si fa, e in parallelo non si avviano percorsi di formazione lavorativi minimi, per posti di lavoro che pur ci sono, ci facciamo del male da soli.
È il solito discorso, che abbiamo più volte denunciato: la cinica volontà di ostacolare l’integrazione, per poter politicamente speculare sui conseguenti disagi. Per quanto questo schema continuerà a funzionare?