Il meglio di una generazione sconfitta
Ricordo di Romano Oss, bella persona, prezioso testimone
Con Romano eravamo colleghi di scuola, quando nella seconda metà degli anni ‘70 insegnavamo all’Istituto per Geometri di Borgo. Partivamo da Trento alle sette e trenta, in 4-5 in una macchina, e tornavamo dopo le dodici e mezza.
Si parlava molto in questi viaggi, di scuola ovviamente, e di politica: erano gli anni in cui, per noi ex sessantottini, si profilava la sconfitta, politica anzitutto, con la società che iniziava ad andare in tutt’altra direzione rispetto all’egualitarismo da noi auspicato, ma che rischiava di diventare anche crisi personale, perché della nostra vita molto avevamo investito in quel percorso di cambiamento ormai inaridito.
Orbene, Romano era un duro e puro. Ma aveva l’intelligenza di non fossilizzarsi. Aveva soprattutto la capacità di tirare fuori la battutaccia che oltre a farti ridere ti faceva vedere le cose da un altro punto di vista. Ricordo un pomeriggio uggioso a casa sua, lui e Rina, la moglie: “È in crisi” - disse lei con tristezza. “Sì – confermò lui – ma ne uscirò, ho la forza per farlo”.
E così fu. Innanzitutto attraverso la scuola. Eravamo bravi professori – come dicono ancor oggi, dopo decenni, a noi come ad altri, i nostri ex studenti – docenti seri ed impegnati, che nella scuola credevano davvero. Romano poi, con la sua leggerezza, l’ironia, l’umorismo sapeva avvincere i giovani, sapeva entusiasmarli.
Le sue doti le rifuse in tante altre attività: la canoa, la maratona, l’arte figurativa, il teatro, la montagna, la scrittura, l’animazione per bambini e anziani. Dovunque andasse, l’intelligenza e l’impareggiabile humour, uniti all’impegno serio e disinteressato, lo facevano diventare amico carissimo e leader naturale. Diede vita al “Kaiacco”, bel periodico sul canottaggio in Val di Sole, dove riuscì perfino a organizzare i mondiali di canoa; fu anima e amatissimo presidente dello Studio d'Arte Andromeda, fu punto di riferimento nella Sosat, tra i maratoneti in trasferta a New York, tra i gaudenti del Circolo dei Malmaridadi, tra gli animatori dell’Abio nei reparti pediatrici dell’Ospedale Santa Chiara.

Ebbe anche un ruolo nella Federazione nazionale del Canottaggio. Ne uscì disgustato dall'arrivismo dei burocrati dello sport. Sbattuta la porta a Roma, a Trento sghignazzando disperse tra i tanti praticanti le centinaia di fogli di pratiche burocratiche che aveva accumulato.
Forse questo episodio è il paradigma di un’epoca e una vita. Le Olimpiadi di un mese fa sono state illuminanti: da una parte lo spettacolo di questi eccezionali giovani che, dopo anni di dura preparazione competono allo spasimo e al contempo evidenziano simpatia, amicizia, finanche affetto verso gli avversari; dall’altra i boss dello sport che dilatano gli eventi, pretendono nuovi impianti, promuovono un gigantismo che lascia rovine e debiti (vedi su questo numero l’ennesimo servizio di denuncia di Luigi Casanova a pagina 24) per le zone ospitanti. Il grande burocrate si pavoneggia e spadroneggia, gestendo questa massa di inutili, anzi dannosi, miliardi; le località che ne sono investite, lo sport, i dirigenti locali, ne escono invece umiliati. Un meccanismo sociale che Romano vide dall’interno, e che rifiutò schifato.
Ecco, Romano tenne sempre la barra e la schiena diritta. Non riuscì a cambiare quello che avrebbe dovuto essere cambiato, ma non si adeguò. E visse comunque una vita piena: di attività, di simpatia, di affetti. I brontosauri del Comitato Olimpico, o i multi-miliardari della Silicon Valley possono dire altrettanto?
Romano Oss, come altri come lui, ha perso la guerra, non è riuscito a umanizzare la società. Ma ha vissuto, lui, bene, e in modo più umano. Ha rappresentato una testimonianza preziosa, ringraziamolo.