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QT n. 3, marzo 2022 Servizi

Una laureata a 1.000 euro al mese

Educatrici negli asili nido: quando il “pubblico” risparmia sulle donne e l’educazione dei bambini

"Una società che mette l’eguaglianza davanti alla libertà – diceva l’economista americano, Premio Nobel 1976, Milton Friedman - non avrà né l’una né l’altra. Una società che mette la libertà davanti all’uguaglianza avrà un buon livello di entrambe".

Cosa c’entra il liberalismo spinto che ispirò Margaret Thatcher e Ronald Reagan con gli asili nido del Trentino? Purtroppo c’entra eccome perché è con l’espandersi di questo tipo di pensiero che il sistema economico-sociale dell’Occidente iniziò a mettere mano alle privatizzazioni di segmenti sempre maggiori di Welfare, alla flessibilizzazione del mercato del lavoro e alla progressiva riduzione degli spazi sindacali. Cioè meno Stato nell’economia, politica del risparmio in Sanità, scuola, assistenza. E sempre minore empatia delle classi politiche verso le fasce sociali deboli. Così oggi moltissimi giovani si trovano a non essere tutelati, a dover stare a disposizione molte ore della loro giornata per poche centinaia di euro al mese, portando magari sulle spalle una cassa termicamente isolata dove trasportano pizze o altro: precari, senza possibilità di carriera e tragicamente poco pagati.

Per gli asili nido le cose vanno meglio. E in Trentino meglio che in altre regioni italiane, a parte tre o quattro. Ma i 3.554 bimbi iscritti agli asili nido nell’annata 2019-2020, ultimi dati a disposizione (I.S.P.A.T., Istituto di Statistica della Provincia di Trento) sono stati cresciuti da centinaia di educatrici laureate (con personale ausiliario e amministrativi il settore arriva a superare il migliaio di operatrici) che guadagnano nei nidi privati 1.000 euro al mese, ma anche meno, e in quelli comunali poco più di 1.400, che si occupano ognuna anche di 8 bambini. Risultato: molto personale giovane (come accade in altri settori, le Rsa ad esempio) ha deciso di lasciare. Mirando, con una laurea, a trovare un posto di lavoro migliore.

Nel percorso della crescita ed educazione dell’essere umano, la prima e seconda infanzia, fino ai 6 anni, è certamente il periodo più delicato. Eppure nella nostra società il personale che lavora con questo segmento di umanità è il meno pagato nel percorso educativo e gode di contratti tra i meno protettivi. Parliamo degli asili nido e soprattutto di educatrici, visto che è rarissimo incontrare un maschietto che faccia questo lavoro. Non a caso. Nel 2020 erano 101 i nidi in Trentino, per l’82% gestiti, attraverso appalto, da privati. Quasi sempre cooperative sociali. 28 gli asili privati-privati con 521 posti (92 in quelli aziendali). L’11,8% degli iscritti ai nidi trentini sono figli di stranieri, quasi tutti nati in Italia, un esempio di buona integrazione ma una difficoltà in più per chi vi lavora.

"Le educatrici – osserva Marcella Tomasi segretaria della U.I.L. F.P.L. – sono praticamente tutte laureate o col vecchio diploma di educatore (tre anni di studio dopo le superiori), oppure persone che hanno almeno 25 anni di esperienza nel campo".

L’inquadramento contrattuale?

"Profilo piuttosto basso: amministrativi di base".

Tipo contabili o forse ragionieri?

"Più o meno".

Quale lo stipendio e quali i carichi di lavoro?

"Nelle cooperative sociali arriviamo ai 1.000-1.100 euro al mese per un part time di 30 ore. Si arriva a 1.400-1.450 nel pubblico, col tempo pieno che è di 36 ore in questo settore. Il rapporto bimbi-educatrici è di 1 a 4 tra i 3 e i 6 mesi di età, di 1 a 6 dai 6 ai 18 mesi e di 1 a 8 tra i 18 mesi e i 3 anni".

Logorante è un termine eccessivo? Non c’è solo questo, però. Ad esempio, per i nidi esternalizzati con appalto comunale, la gara è fatta ogni tre anni. Un primo problema secondo Tomasi: "Mentre nel pubblico tante regole sono scritte nel contratto collettivo provinciale, tutta la gestione della cosiddetta Banca delle ore nel terzo settore (Coop sociali) è demandata ad accordi decentrati che non sempre riusciamo a sottoscrivere". Nel pubblico sostanzialmente non fai ore in meno che poi ti vengono tolte dalle ferie. "Spesso nel terzo settore se tu vai sotto di ore, il problema è recuperarle. Se mancano bambini per malattia o altro devi andare a casa e ti invitano a prendere un giorno di ferie. Il datore di lavoro cerca di risparmiare anche sulle singole ore".

È l’appalto, bellezza! Sulla pelle dei bambini piccoli e delle donne più indifese per cui il sindacato fa quello che può: "Il Comune dovrebbe tenere conto di tutte le ore fatte coi bambini e non lucrare sul numero degli assenti dal servizio per risparmiare".

Ma come sta in piedi allora questo sistema?

"Le ragazze giovani appena possono se ne vanno dalle coop verso i nidi comunali o altro. E se il terzo settore, che è di gran lunga il maggiore, resiste alla crisi è perché i dipendenti sono, per strano che possa apparire, motivati”. Come vedremo tra poco.

C’è stato un caso recentemente che ha interessato l’opinione pubblica nel settore degli asili nido: "Dicembre 2021, un piccolo nido nel Chiese, periferia del Trentino. Era scaduto l’appalto e lo aveva vinto un’altra coop sociale. Che diceva che vi avrebbe ricollocato i propri dipendenti. Quindi chi già ci lavorava, 3 dipendenti, avrebbe perduto il posto. Ragazze che andavano al lavoro a piedi, che erano di quelle zone. Ma chi doveva subentrare loro ha guardato la carta geografica: 70 chilometri da Trento sola andata. Morale: “dopo settimane di discussione e dopo che personale e sindacato erano intervenuti col Comune e con le Coop, siamo ancora in regime di deroga perché le lavoratrici che avrebbero dovuto seguire la cooperativa che aveva vinto l’appalto hanno rinunciato. Probabilmente si confermeranno le tre ragazze di prima". Naturalmente, con queste condizioni contrattuali, questi compensi e carichi di lavoro, una parte del personale migliore ha lasciato. E bambini e famiglie ogni anno o quasi devono ricominciar daccapo nel loro percorso con l’istituzione che dovrebbe configurarsi non come un parcheggio diurno ma una vera e propria scuola di socializzazione.

"Il sistema va ripensato. – conclude Tomasi - Nelle grosse realtà una collaborazione-competizione tra pubblico e privato può forse avere senso, dopo aver sistemato però certe prerogative contrattuali. Nelle piccole realtà si rischia il paradosso. Il sistema degli appalti pubblici, in Trentino e soprattutto nel settore socio-educativo, abbisogna di qualche riflessione da parte della politica". Dovrebbe pensarci il contratto aziendale a dare una qualche soddisfazione in più a queste lavoratrici preziose. Per affinità viene loro applicato il contratto delle Cooperative sociali, cioè il contratto integrativo provinciale. Che è fermo al 2004. Diciassette anni, uno scandalo non imputabile solo alla giunta Fugatti, ma in gran parte a quelle precedenti di centro-sinistra.

Una che ama il suo lavoro

Eccola un’educatrice. Come si vedrà non una di quelle incazzate, ma una donna che adora il suo lavoro. Viviana Scardicchia ha 34 anni ed è laureata in Scienze pedagogiche. Vive in città e sta con i suoi genitori, che aiuta lavorando in una Cooperativa sociale. "Di solito lavoro con sei bambini, ho il gruppo dei lattanti, semidivezzi (dai 15 ai 24 mesi di età, n.d.r.). Ricevo più o meno 1.250 euro, ho un part time di 32 ore e mezzo, sei ore e mezzo giornaliere. Sono educatrice dal 2013".

Per quante strutture hai lavorato finora?

"Ho cambiato spesso, il nostro è un lavoro abbastanza precario. Una decina di nidi diciamo. Non ero io che volevo cambiare: si tratta di aziende appaltatrici". E l’appalto si rinnova ogni 3 anni.

C’è una carriera possibile per te?

Non saprebbe nemmeno rispondere: praticamente non c’è. Anche quando arrivi ad essere nominata coordinatrice di un nido continui allo stesso livello contrattuale, però ti aumentano di molto le responsabilità. Ma eccola la vera motivazione di tante di queste donne. Viviana la mette fuori con un sorriso gioioso: "È la mia vocazione. In famiglia ho svolto una funzione materna con miei cugini più piccoli. Mi sono diplomata al liceo linguistico, poi ho capito che la mia strada era il mondo dell’infanzia. E ho scelto tutto un altro settore. Questo lavoro non lo cambierei mai, mi piace veramente".

Tutte donne?

"Ho avuto modo di lavorare due volte con giovani educatori".

Il tuo stipendio?

"L’aspetto legato alla retribuzione non fa piacere. Ancora non ho famiglia mia. Ma per chi ha famiglia, dei bambini da accudire e crescere… E ogni volta che c’è un appalto cambi nido. Ogni anno sono in una struttura nuova, bimbi nuovi, genitori nuovi, ambiente diverso".

E la continuità didattica per questi piccolini che ne avrebbero bisogno più dei fratelli maggiori?

"Sarebbe imprescindibile. E invece è uno dei lati deboli del nostro lavoro educativo. Saltare ogni anno da una parte all’altra mi pesa e ogni anno spero di essere riconfermata. Spero di poter iniziare un percorso con i bambini e poterlo portare a termine. Si crea un legame forte, e un’alleanza con le famiglie, nasce la fiducia. È un peccato". Ma Viviana non vuole lamentarsi troppo.

Ti senti sottovalutata?

"È come sentirsi un poco smarrita, è qualcosa che destabilizza. L’educatrice e il bambino stesso. L’anno successivo tutto cambia per il bambino che si era visto educato da una operatrice… è un cammino invece che si dovrebbe percorrere insieme".

Poi una considerazione che dà l’idea del personaggio: "Dove lavoro adesso non mi posso lamentare, ho uno stipendio buono. Ma ho lavorato in diverse strutture con stipendio misero, 900 euro con lo stesso orario. Ogni cooperativa ha un contratto di lavoro diverso. Immagina per chi paga affitto, bollette, fa la spesa. Non siamo valorizzate tanto. È un lavoro che richiede impegno, costanza, stabilità. I genitori ti affidano la loro vita, il loro futuro. Ma è lo stesso un lavoro che faccio con passione e che non cambierei. Nonostante le criticità".

Che dire? Altre sue colleghe molto più arrabbiate abbiamo tentato di intervistarle. Ma sono troppo ricattabili. E dovrebbe essere la politica provinciale, come dice Marcella Tomasi della U.I.L., a pensare a loro e anche al bene dei bambini più piccoli, che vivono l’età più delicata della loro vita.