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La stampa e la pastora

L'uccisione di Agitu: reazione e commenti tra commozione, femminismo, ricerca del lieto fine.

Agitu

Agitu uccisa per denaro”. “L’omicida di Agitu confessa: ‘L’ho uccisa per soldi’” - specularmente titolano L’Adige e il Trentino del 31 dicembre, entrambi a piena prima pagina (per inciso, questa è l’ultima volta che possiamo fare una rassegna stampa comparata, ma di questo parliamo nella cover story e nell’editoriale).

Dunque, nell’incipit dei quotidiani si può intravedere un sospiro di sollievo: non è stato il razzismo ad uccidere la pastora etiope. Una questione di soldi (con forse qualche sotto-motivazione sessuale, ad oggi non chiarita). Le brutalità connesse al denaro le abbiamo ormai metabolizzate; quelle derivanti dal razzismo no. Avremmo difficoltà ad accettarle. Questo il sentimento della popolazione, o della sua grande maggioranza, che la stampa ha fedelmente rispecchiato. Condividiamo questa posizione.

Agitu Ideo Gudeta era diventata un fenomeno mediatico. Per merito suo. Per la tranquilla bellezza, il sorriso radioso, l’innata simpatia. Ma anche per la capacità di inserirsi in alcune intersezioni chiave delle problematiche dell’oggi: l’integrazione degli immigrati, il ritorno alla terra, il recupero – aggiornato – delle tradizioni (il recupero di una dimenticata specie autoctona, trasformata in “capra felice”).

L’intelligente laureata in sociologia aveva dimostrato di avere una marcia in più nel capire la nostra società: “Non dite che ha saputo integrarsi, ha saputo aprire nuove strade” è un commento ricorrente.

Un entusiasmo probabilmente, anzi sicuramente, eccessivo (altri coltivano progetti analoghi, con meno riscontri mediatici), ma rivelatore della correttezza di fondo di quanto noi cosiddetti buonisti, forse troppo sottovoce andiamo dicendo: l’immigrazione può essere un fattore propulsivo, giovani stranieri fortemente motivati possono vitalizzare economia e società, come peraltro già successo in varie epoche e parti del mondo.

Di qui, da queste motivazioni profonde oltre che dalle grandi capacità comunicative, il successo della fin troppo radiosa videointervista di Pif per “Caro marziano” (programma di Rai 3) o l’eco internazionale (sull’Economist, per esempio) del suo caso.

Proprio The Economist – forse per carenze di comprensione che portano ad affidarsi al pilota automatico – indugia sulla facile sottotraccia del razzismo. E così fanno altri, probabilmente influenzati dalla vicenda giudiziaria che l’aveva vista contrapposta a un vicino, che magari qualche parola di troppo nella lite l’aveva anche pronunciata, ma a noi l’odio razziale risulta (come al giudice del resto) essere stato estraneo, e presente invece il sempiterno conflitto allevatori-agricoltori. Ma in generale i commenti hanno saputo tenersi lontani da questa interpretazione, non suffragata dai fatti (l’assassino è un dipendente ghanese).

Probabilmente più pertinenti invece le interpretazioni femministe. “Tu, vittima di violenza patriarcale” di Paola Morini sul Trentino, pur con qualche asperità individua nella mentalità maschilista, dei maschi “incapaci di accettare la sconfitta” la causa della violenza, su di lei peraltro “cresciuta in un paese dove gli uomini girano armati anche nei momenti in cui la guerra sembra non esserci”.

Seguono poi i momenti corali “Una fiaccolata in città, tra ricordi e commozione”. “Candele sotto la neve in piazza” “L’abbiamo amata in tanti e ce l’hanno portata via”. Essere buoni, per una volta tanto, non è un insulto.

La favola avrebbe un finale all’altezza: “Lanciata una raccolta fondi per far vivere il sogno di Agitu” e la popolazione risponde, “Centomila euro per Agitu” ci informa financo Repubblica; e si fa avanti una fotogenica pastorella diciannovenne, trentina, per subentrare nell’allevamento delle capre. Stupendo.

Ma le favole sono una cosa, la pastorizia, quella vera, un’altra. La diciannovenne non regge, non è all’altezza del lavoro, dei rigori dell’inverno, degli orari stressanti; il gregge, per sopravvivere, deve essere spostato, diviso e accorpato a più allevamenti.

Il finale, sebbene non lietissimo, però ci fa meglio capire la tempra della nostra Agitu: bravissima senz’altro nella comunicazione, ma anche capace, tra un sorriso e l’altro, di tanto, intelligente, duro lavoro.

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