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QT n. 10, ottobre 2018 Servizi

La difficile cura del patrimonio artistico del Trentino

Molto è stato fatto, molto resta da fare. Servono più fondi, prevenzione e una maggiore consapevolezza da parte di cittadini e amministratori.

Piazza Duomo, Casa Cazuffi, particolare a luce radente
Arco, Palazzo Marchetti, fregio esterno (foto di Ezio Chini)
Trento, Piazza Duomo, casa con portici, detta “Casa Rella”, figura allegorica
Trento, Castello del Buonconsiglio, fregio del Magno Palazzo
Arco, Palazzo Marchetti, fregio del salone
Trento, Castello del Buonconsiglio, soffitto della cosiddetta “guardiola” accanto alla Loggia del Romanino

Nel 1989 il Rotary International Club di Trento pubblicò un volume (“Trento da salvare”, a cura di Roberto Codroico) con la rassegna di una cinquantina di testimonianze d’arte nel centro storico di Trento, fra cui molti affreschi. Si intendeva metterne in evidenza il degrado diffuso, con l’auspicio di interventi di restauro. Da allora i casi critici sono stati per la massima parte affrontati e risolti. Lo stesso Rotary Club promosse, per la Cattedrale, il restauro della lapide di Roberto da Sanseverino e la realizzazione della copia dell’iscrizione di Adamo da Arogno. L’apparato fotografico del volume restituisce l’immagine di una Trento sporca, trasandata, coperta dalle polveri depositate dall’inquinamento atmosferico: si era ancora nella fase iniziale di quell’opera di valorizzazione del centro storico destinata, specie fra il 1990 e il 2000, non solo a mutare il volto della città ma anche a far maturare la coscienza dell’importanza di Trento come luogo d’arte con un cuore antico fra i più attraenti dell’Italia del Nord.

Oggi occorre provvedere con urgenza alla revisione dei molti e importanti restauri effettuati con finanziamenti e contributi di Provincia e Comune soprattutto fra il 1980 e il 2000. Oggi hanno bisogno di nuove cure, in modo che i passati interventi possano avere la maggior durata possibile e la corrosione non riprenda il sopravvento; oggi in molti casi la situazione è divenuta preoccupante, al punto che saranno necessari veri e propri nuovi restauri.

A Trento si contano poco più di cento casi di decorazioni pittoriche esterne di pregio, dal secolo XV al XXI, dalle intere facciate affrescate alle testimonianze “minori”: moltissime hanno bisogno di controlli dello stato di conservazione, molte di manutenzioni. Ma, come si dice, in Italia i politici preferiscono di gran lunga l’inaugurazione alla manutenzione.

Non solo Trento

Il problema dei dipinti murali esterni in degrado non riguarda solo Trento ma anche altri centri importanti, fra cui Arco; ma anche Pergine con la cinquecentesca via Maier. Ad Arco da decenni si trascina irrisolta la questione della conservazione del grande palazzo fatto edificare sulla metà del secolo XVI dal conte Felice d’Arco, oggi noto come Palazzo Marchetti: forse ancor più che dalla struttura architettonica nel suo insieme, in parte risanata, il problema è costituito dai grandi fregi sotto le gronde e da quello nella magnifica sala al primo piano. Anche il fregio rinascimentale sul lato posteriore del palazzo detto di Nicolò d’Arco (o “della Lega” o “del Termine”) attende un intervento che gli restituisca dignità: solo una porzione è stata infatti risanata, e con esiti apprezzabili, mentre il resto è deperito e quasi illeggibile. All’interno del medesimo edificio l’umidità sta minacciando gli affreschi rinascimentali, molto importanti, del cosiddetto Studiolo di Nicolò d’Arco al piano terreno. Un caso speciale, per le condizioni rovinose causate anche dall’esposizione alle intemperie, a trent’anni dal restauro, è rappresentato a Fondo dal dipinto murale di Bartlme Dill Riemenschneider su casa Thun Bertagnolli: un capolavoro della pittura tedesca del Cinquecento grazie alla rarità e singolarità dei temi raffigurati. In questo caso e in molti altri certo non può essere caricato solo sui privati l’onere della conservazione: urge il sostegno finanziario pubblico, come è avvenuto in passato, anche con la messa in atto di agevolazioni fiscali, per la semplice ragione che queste testimonianze artistiche e storiche appartengono all’intera comunità.

Cosa sta alla base di queste difficoltà e lentezze, talvolta sconcertanti, negli interventi privati e pubblici? Probabilmente sta l’ancora fragile sensibilità della cittadinanza intesa nel suo complesso, quasi un riflesso della crisi del senso civico di cui soffre oggi l’Italia, e del disorientamento che sembra aver afferrato il Bel Paese.

A fronte di innumerevoli iniziative culturali di ogni genere, di cui il Trentino può essere orgoglioso, la questione della cura e salvezza del patrimonio ambientale ed artistico in genere rimane nell’ombra, come fosse compito solo degli addetti, di pochi esperti e di specialisti. Si può forse spiegare in tal modo questa sorta di torpore culturale che, almeno per gli aspetti che qui si stanno toccando, sembra aver afferrato le istituzioni trentine, gli intellettuali, l’imprenditoria e altri apparati di potere finanziario, pur legati da sempre a un territorio dal quale traggono risorse. Tuttavia almeno un caso felice, ed esemplare, può essere ricordato: quello di Predazzo, borgata ricca di affreschi di pregio, dove un’intesa fra Soprintendenza provinciale, Comune e privati proprietari ha portato al restauro o alla manutenzione di una serie di dipinti murali sulle facciate delle case.

Sembra inoltre avvertibile, da qualche anno, una certa difficoltà d’azione del Dipartimento Cultura dell’Amministrazione provinciale, che ha la responsabilità della tutela e conservazione del patrimonio artistico e storico, benché non manchino esiti significativi nel recupero e nella tutela; più debole appare invece la “salvaguardia preventiva”, a causa della scarsità di vincoli diretti e indiretti destinati alla protezione del contesto storico di edifici importanti.

Anche certe piazze meriterebbero nella loro interezza una salvaguardia, senza per questo voler imbalsamare i centri storici. Piazza Mostra, per citare un caso oggi di attualità, è soggetta, per quanto mi risulta, solo a un vincolo indiretto di rispetto del Castello; e si consideri che è situata proprio fra il Castello e la sede della soprintendenza per i beni culturali. Un vincolo diretto, ben calibrato, avrebbe potuto difenderla almeno dalle più immotivate fra le alterazioni che attualmente la minacciano; e questo in modo “preventivo”, già nella fase dell’elaborazione dei progetti. L’ente pubblico non ha la funzione di reprimere e punire i “misfatti” (o considerati tali) a posteriori, ma di evitarli attraverso una preventiva opera di consulenza a beneficio di amministrazioni comunali, professionisti, responsabili degli edifici sacri e comunità locali. Il cambiamento non si può arrestare, in genere è auspicabile, ma va “accompagnato” nel modo migliore possibile, non senza fermezza e autorevolezza.

L’indebolimento dell’azione pubblica dipende anche dalla diminuzione dei fondi messi a disposizione dalla politica per la tutela generale del territorio e per la gestione del museo del Castello del Buonconsiglio con i suoi quattro prestigiosi “satelliti” nelle valli (Thun, Caldes, Beseno e Stenico).

Fra il 2012 e il 2016 la spesa per i beni culturali è passata dallo 0,45% della disponibilità annuale della Provincia Autonoma di Trento allo 0,10%. Accanto alla diminuzione delle risorse finanziarie, si avverte un certo affievolirsi della presenza dell’Ente Pubblico sul territorio, con la difficoltà di comunicare entità e senso dell’attività svolta. Sarebbe utile la pubblicazione di resoconti complessivi, tempestivi e sufficientemente snelli, delle attività realizzate in tutti i settori, sull’esempio degli annuari editi dalla Provincia Autonoma di Bolzano. Dal 1983 non sono più state realizzate vere e proprie mostre di restauro coinvolgenti l’intero territorio, forse perché passate di moda o considerate poco attraenti in rapporto alle “grandi” mostre. O forse a causa della complessità di coordinamento di settori diversi dell’apparato pubblico.

Che ne pensano i cittadini?

Sarebbe interessante attuare un’indagine approfondita sulla percezione del patrimonio culturale da parte della popolazione all’interno del paesaggio culturale. Questo patrimonio è solo un onere? Un intralcio in rapporto alle esigenze di vita attuali? Sembra poco significativo? È un privilegio per pochi? Oppure può essere una risorsa economica e turistica? Una risorsa spirituale ed educativa? Un modo per risanare e riequilibrare la nostra esistenza, anche dedicando attenzione e amore al paesaggio culturale?

L’indagine potrebbe fornire elementi utili ad avere il polso della situazione sia per meglio indirizzare l’azione pubblica e la stessa offerta culturale, sia per incentivare in modo più coinvolgente ed esteso l’educazione al patrimonio. Educazione che oggi non può certo trascurare le generazioni di cittadini immigrati, sia giovani che adulti.

Una ragione delle difficoltà operative sta anche nella non facile situazione professionale dei funzionari e dei tecnici addetti alla cultura nei diversi settori, che fra l’altro soffrono il carico eccessivo di adempimenti burocratici e la diminuita possibilità (per ragioni di costi di trasferta) di presenza, consulenza tecnica e controllo assiduo sul territorio. Un problema non lieve è costituito dallo scarso ricambio generazionale, che tocca, fra l’altro e in modo preoccupante, il laboratorio provinciale di restauro storico-artistico. In generale occorre tuttavia riconoscere che oggi per diverse ragioni è più complicata e difficile, rispetto al passato, la gestione del patrimonio culturale; ma tutto si aggrava se manca una forte e convinta volontà politica.

Non trascurabili sono certi segnali involutivi emersi negli ultimi tempi come, solo per portare qualche esempio, l’esito dei progetti promossi dal Comune di Trento per Piazza Mostra; all’interno del Castello del Buonconsiglio l’uso improprio di un ambiente tutto affrescato dal Romanino come bookshop; l’utilizzo indiscriminato della piazza del duomo per ogni genere di iniziative; la mancanza di rispetto della cattedrale in occasione delle Feste Vigiliane; la limitata apertura della chiesa di Santa Maria Maggiore, ottimamente peraltro affidata al volontariato; la chiusura di molte chiese anche nelle valli, persino nel mezzo di centri abitati. A Trento si pensi alla chiesa del Suffragio, a quelle di San Marco, di Sant’Anna e alla Cappella del Simonino in San Pietro; luoghi tutti situati lungo i percorsi turistici di visita della città.

Se i finanziamenti destinati al Dipartimento Cultura hanno registrato un calo progressivo, sono stati di contro posti in atto proprio in questi ultimi anni altri finanziamenti provinciali come quelli, cospicui, oltre sei milioni di euro, riservati alla Cattedrale per lavori in buona parte rinviabili senza alcun danno. La pulizia delle pietre interne e la messa in luce di modesti affreschi settecenteschi hanno avuto la meglio sulla cura del fragile patrimonio pittorico della città e dell’intero territorio, esposto ogni giorno alle intemperie e all’inquinamento con il rischio di perdite irrimediabili. Sembra si sia persa la capacità di individuare le priorità.

Così, a quasi un anno di distanza dall’affollato incontro pubblico del 25 novembre 2017 promosso da Italia Nostra a palazzo Geremia sul tema della cura e del salvataggio delle decorazioni pittoriche esterne di Trento, in particolare delle case affrescate, nulla sembra essersi mosso. Ma si sta profilando una novità positiva, va detto con prudenza: a conclusione di un iter già avviato da qualche anno, si può sperare nell’avvio del restauro del palazzo della SAT in via Manci e della sua deperita facciata dipinta. Purtroppo però non sono state ancora avviate le verifiche preliminari dello stato di conservazione di tutti i dipinti murali esterni di Trento, tali da consentire la messa a fuoco di una scala di priorità nei risanamenti.

Più della limitatezza dei fondi a disposizione su questo aspetto pare pesare la mancanza di una visione del futuro, dipendente, come si diceva, anche dalla carenza di una sensibilità vigile nella cittadinanza: solo così l’apparato amministrativo potrebbe ricevere conforto e autorevolezza nel dare impulso alla sua azione. Sarebbe un bel modo di interpretare le possibilità offerte dall’Autonomia. Un’Autonomia che, mentre vorrebbe celebrare se stessa proprio nel Castello, non sa trattare in modo adeguato il maggior monumento della regione dell’Adige, simbolo del Trentino e della sua storia, che abbisogna di cure assidue e delicate (fra l’altro attende un ascensore per persone in difficoltà) e del completamento del restauro dei suoi formidabili cicli pittorici, alcuni dei quali sono ancora nelle condizioni in cui si trovavano al tempo dei primi interventi promossi (circa 1920-30) dal soprintendente Giuseppe Gerola. Nei casi in cui non è palese l’urgenza conservativa vera e propria si tratta comunque di restituire dignità e leggibilità a opere importanti di artisti come i Dossi, il Fogolino e il Romanino.

Infine, per rimanere nel Castello, entrando in aspetti di dettaglio ma non per questo meno importanti, non si può tralasciare la necessità della restituzione al percorso espositivo di un dipinto speciale, realizzato verso il 1535 per l’Appartamento clesiano, dove lo ricordava il Mattioli nel suo poemetto del 1539: il ritratto delle Figlie di Re Ferdinando I d’Asburgo, di Jakob Seisenegger, assente dal Castello da molti anni e ora, risanato nel suo delicato supporto ligneo, ancora in deposito nel laboratorio di restauro; lo stesso vale per la preziosa tela di Jacopo Bassano con le Tentazioni di S. Antonio abate, dipinta verso il 1575 per la chiesa di Civezzano, dispersa nel secolo XIX e brillantemente recuperata sul mercato antiquario qualche anno fa proprio dall’Amministrazione provinciale.

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