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Basta con Rossi? Certo, però...

Il terremoto elettorale del 4 marzo ha logicamente avuto effetti anche sulla politica trentina. Per ora a livello di candidati e geometrie politiche. Da una parte il centrodestra si lecca i baffi e pregusta la vittoria, anche se Forza Italia, con l’immancabile Michaela Biancofiore, è sempre preda della propria collaudata smania autodistruttiva. Dall’altra il Movimento 5 Stelle, già percorso dalla rivalità tra Filippo Degasperi, consigliere provinciale, e Riccardo Fraccaro, braccio destro di Di Maio, è appesantito dalle manfrine romane attorno al nuovo non-governo e dagli arretramenti elettorali in Molise e Friuli.

Il centro-sinistra autonomista infine si è finora incartato attorno alla riconferma di Ugo Rossi. O meglio, attorno al suo personale imbullonamento sulla poltrona presidenziale. Dovrebbe essere evidente: chi perde le elezioni, lascia; se gli elettori non hanno approvato la tua politica bisogna cambiare. Ma Rossi, seguendo le pessime orme dell’ormai grottesco Renzi, a mollare la presa non ci pensa proprio, evidentemente perché, come peraltro il suo partito, pensa di sparire nel nulla se perde il potere. Si capisce a stento come mai il Patt leghi il proprio destino a quello di un presidente sconfitto; ma non si capisce assolutamente perché dovrebbero farlo gli altri partiti della coalizione.

Tutti questi discorsi costituiscono però solo la parte più superficiale della questione. Gli elettori non hanno votato pro o contro Fugatti, Biancofiore, Degasperi, e neanche, in fin dei conti, pro o contro Rossi: hanno votato su una politica. E il tema dovrebbe essere non tanto l’inadeguatezza dell’attuale presidente (che per noi da tempo è data per scontata - vedi il caso del campo di Marco a pag. 8 - e solo confermata dai risultati elettorali), bensì quella della politica provinciale. Di questo si dovrebbe discutere.

Purtroppo non lo si fa. O lo si fa su un tema molto enfatizzato, molto sentito, quello degli immigrati. Che in realtà è però marginale: nel paese di montagna la vita sociale e le prospettive future non dipendono certo dagli immigrati, che non ci sono, o ci sono in pochi, tranquillamente integrati, e colmano le assenze di chi è andato in città.

Il tema vero, più aspro, come andiamo dicendo, è quello delle disuguaglianze. Disuguaglianze fra le classi sociali, e fra i territori. E se il primo riguarda il welfare, ed è un tema soprattutto nazionale quando non sovranazionale, il secondo riguarda noi, coinvolge in pieno l’Autonomia.

L’Autonomia non ha senso solo in quanto legittimata da una migliore gestione amministrativa (tutta da verificare), ma in quanto promotrice di sviluppo territorialmente equo in un territorio difficile. Trento si distingue da Milano e Venezia perché si rapporta con ben altra attenzione alla montagna e alle sue esigenze. La Valtellina per Milano conta zero, e così il Cadore per Venezia; ma un trattamento analogo non possono subire da Trento il Primiero o le Giudicarie, pena la perdita di senso della stessa Provincia Autonoma.

Quando si è istituito il prestito interbibliotecario trentino, per cui non solo ci sono punti di lettura nei più sperduti paesi, ma da essi si possono ordinare prestiti di volumi presenti in tutte le biblioteche del sistema, cioè della provincia, si è costruito un sistema che ha il suo (relativo) costo, ma che offre servizi – e dignità – ad ogni punto del territorio. Ora non solo si vocifera di “razionalizzazioni”, cioè tagli, al sistema, ma addirittura (il lettore ci scuserà se portiamo un nostro caso, ma lo riteniamo eclatante) si sono ventilati tagli anche agli abbonamenti (tra cui a QT) nelle biblioteche periferiche. Con il che si commetterebbe una doppia disuguaglianza: rispetto ai non abbienti (sono loro che i giornali li leggono in biblioteca) e rispetto ai valligiani. La cosa è poi rientrata, ma “per quest’anno”: è questa l’aria che tira. E analogamente per gli uffici postali nei paesi, i punti vendita, per non parlare degli ospedali di valle (che meritano un discorso a parte) ecc. E per non parlare della subordinazione della vivibilità dei territori alpini alle esigenze di spostamento delle merci delle pianure.

Il discorso non è facile. All’interno delle varie “razionalizzazioni” e “riforme” – che in genere significano in pratica tagli al welfare e alla qualità della vita – uno dei criteri ispiratori è quello della centralizzazione. Se si centralizza, si risparmia. Questo è il principio base. Tenere in conto le esigenze dei territori non centrali (o dei ceti sociali non abbienti) va contro il pensiero oggi dominante. Autonomia significa quindi diversa politica, diverse priorità, diverso pensiero. È su questo che ci si dovrebbe misurare.