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La fine del compromesso socialdemocratico

Gaspare Nevola

Le elezioni del 4 marzo non hanno segnato solo una cocente sconfitta del Pd. Hanno anche portato sotto i riflettori lo spaesamento della sinistra di governo, dell’unica “sinistra” da anni in campo in Italia come in Europa: un chiaro sintomo della crisi della politica “pro-sistema” incarnata dalla sinistra di governo.

Le radici di quanto sta accadendo oggi al Partito Democratico (e più in generale ai partiti della sinistra o del centrosinistra di governo un po’ in tutta Europa) sono tuttavia più profonde e radicate nel tempo. Risalgono alla fine del cosiddetto “compromesso socialdemocratico” e rimandano alle conseguenze della fine di quel patto sociale. Il compromesso socialdemocratico si era saldato dopo la lunga età liberale, in reazione alla crisi del ‘29, all’ingresso delle masse in politica attraverso la “nuova politica” fascista e nazista, e dopo la Seconda Guerra Mondiale.

All’epoca, l’idea centrale che la cultura e la politica delle sinistre riuscirono a far penetrare nella cultura e nella politica delle destre liberali fu, oltre a quella di “regolare il mercato”, quella di affiancare al “mercato dei beni privati” la “politica dei beni pubblici”. In cambio le sinistre davano sostegno sia all’economia e alla proprietà private, sia al mercato come meccanismo di distribuzione, inevitabilmente diseguale, della ricchezza e di molte risorse sociali (ma non tutte).

Tra gran parte della popolazione dei Paesi occidentali e delle loro élites sociali e politiche, a quel tempo era diffusa una convinzione che era politica ma anche morale: la necessità di una redistribuzione (per quanto moderata) delle risorse economiche, e di una valorizzazione della dignità umana e sociale di tutte le persone. Una redistribuzione e una valorizzazione capaci di eliminare gli estremi della ricchezza e della povertà, e di consentire a tutti i cittadini di vivere una vita dignitosa in una società equa o almeno decente. Questo punto di equilibrio etico-politico diventa la soluzione accettabile da tutte le parti in gioco, il cuore del compromesso socialdemocratico dei tempi d’oro, con in poppa il vento dei “30 anni gloriosi” della crescita economica del dopoguerra.

Il mercato non viene sostituito dall’economia di piano, né vengono aboliti la proprietà e i profitti privati. Ma mercato, proprietà e profitti privati devono, almeno in parte, stare al loro posto, non invadere tutto lo spazio della società e non diventare l’unico criterio di allocazione delle risorse: alla politica, ci si ostinava a credere, doveva restare il compito di una correzione della distribuzione prodotta dal mercato, con l’obiettivo di perseguire finalità di giustizia sociale e di equità, di riduzione delle povertà e delle diseguaglianze economiche ma pure sociali, culturali, identitarie. Erano queste le principali finalità ideali a cui puntare, anche quando non sempre raggiunte.

La “ragione sociale” dei partiti di sinistra socialdemocratici e di governo, ricordiamolo, stava storicamente proprio in tale politica riequilibratrice del mercato e a sostegno dei ceti più deboli o periferici. È lungo questa direzione che il sociologo socialdemocratico Marshall rilegge la politica economica del liberale Keynes e al mercato produttore fisiologico di diseguaglianze economiche abbina un sistema di cittadinanza allargato, il cui proposito non era quello di azzerare le diseguaglianze economiche, ma di arrivare al punto di garantire a tutti i cittadini lo status sociale di gentleman, di persone parimenti degne di rispetto sociale.

Il compromesso democratico liberal-socialista è stato sempre un ibrido politico, dall’equilibrio instabile e incerto, dato che mescolava (e annacquava) il sogno di un mondo socialista post-capitalistico con le pratiche del vivere e del lavorare quotidiani in un mondo capitalistico-liberale e in una società di mercato.

Nel corso degli anni Settanta l’epoca del consenso socialdemocratico comincia a tramontare, e il compromesso liberal-socialista viene presto meno. Sullo sfondo e sulla spinta di due acute crisi petrolifere (1973 e 1979), cominciano ad esplodere congiuntamente inflazione e disoccupazione; allo stesso tempo prendono corpo trasformazioni del sistema produttivo che sanciscono la dispersione delle grandi fabbriche, concentrazioni finanziarie, delocalizzazioni del lavoro, riduzioni della spesa e dei diritti sociali. Nella bilancia dei rapporti tra lavoro e capitale, gradualmente ma prepotentemente, il peso ritorna a pendere a favore del secondo; lo stesso accade nella bilancia tra ceti periferici e ceti centrali. Il varo delle politiche di apertura dei mercati e della competizione economica internazionale, la cosiddetta globalizzazione, presentata dal presidente americano Clinton come mantra salvifico dell’intera umanità, senza sufficienti reti di protezione per i più deboli si rivelerà gravida di ferite e cicatrici.

Tony Blair

Saranno spesso governi guidati dalle sinistre a realizzare gli indirizzi politici ed economici neo-liberali, in simbiosi con i “vincoli europei” e delle organizzazioni finanziarie internazionali, o a fronte delle pressioni provenienti dai mercati finanziari o dai giganti dell’economia multinazionale: si pensi, negli anni più recenti, ai governi dei Laburisti britannici di Blair, della Spd di Schroeder in Germania, dei socialisti in Francia, Spagna, Austria o persino in Svezia.

Sono state scelte inevitabili, queste delle sinistre di governo? Necessarie per andare al governo?

Gerhard Schroeder

Di certo c’è che è spesso sotto governi di orientamento socialista che si sono estesi e consolidati processi e politiche di liberalizzazione, privatizzazione, deregolamentazione, delocalizzazione, finanziarizzazione dell’economia; processi e politiche che sono anche debordati dalla sfera economica a quella sociale, culturale, politica, fino ad arrivare a una “mercatizzazione” della politica, dei diritti e dei beni di cittadinanza.

Sotto la guida delle forze della sinistra di governo, oltretutto, questi processi sono stati legittimati dalla cultura politica di sinistra e giustificati presso il popolo di sinistra. Questo è ciò che ha finito per rappresentare la sinistra “nuova” e moderna, quella teorizzata, ad esempio, dal sociologo Giddens.

Il compromesso socialdemocratico si è sfaldato lungo questa strada, alla cui costruzione ha contribuito la sinistra di governo. Questa sinistra, e le sinistre tutte, oggi si trovano a raccogliere i cocci della frantumazione di quel patto che legittimava i loro governi e che trovava il suo impulso ideale nei propositi di “emancipare la società tutta”, e non già solo nell’obiettivo di liberare l’economia e il mercato, di difendere le condizioni di vita materiali o la mentalità di coloro che ce la facevano a “stare sul mercato” o a nuotare con l’ossigeno dei beni di consumo materiali e ideologici, dedicando una protezione residuale alle fasce più fragili e svantaggiate, ai “cittadini periferici” nell’economia e nelle identità sociali.

L’aumento delle disuguaglianze

Il risultato del riorientamento neo-liberale della nostra epoca e delle stesse forze politiche oggi sedicenti socialiste è stato l’aumento delle diseguaglianze economiche, sociali e culturali, ormai crescente e persistente da una quarantina d’anni: qui sta uno dei fattori principali dell’attuale malessere democratico. In questo campo del disagio, della protesta e del risentimento oggi si muovono, a colpi di voto e non voto o con condotte sociali spesso poco decifrabili, troppi cittadini comuni, colti e non colti. Ad essere presa di mira e sempre più rifiutata è la politica tradizionale, quella dei partiti diventati establishment, delle forze politiche che gestiscono e difendono il “sistema” per come esso è e funziona, per ciò che esso produce, o non produce, di fronte ai problemi epocali che non riesce o non vuole affrontare. Così abbiamo assistito, nei tempi di crescita economica, a una redistribuzione dei benefici a vantaggio dei più ricchi; nei tempi di crisi economica e sociale, a una redistribuzione dei costi a scapito degli svantaggiati. Così come abbiamo visto correre la disoccupazione, una precarizzazione delle condizioni e dei posti di lavoro, un aumento della povertà e dell’esclusione sociale, il diffondersi della marginalità o dell’impoverimento culturale di interi strati sociali, l’accumularsi di “vite di scarto” o, a variazione del tema baumaniano, di “vite di ripiego”, e poi l’accendersi di “guerre tra poveri”, l’incomprensione dei problemi associati ai flussi migratori e all’accoglimento volenteroso ma cieco o sprovveduto di profughi e migranti, all’inaridirsi dell’attenzione collettiva verso i beni pubblici, verso la dignità della vita di ciascuno, verso una società decente.

Accanto a tutto questo, nel corso degli ultimi decenni si è inoltre realizzato anche un aumento delle diseguaglianze politiche: molti, troppi cittadini sentono di “non contare niente”, che la loro voce o le loro esigenze non trovano risposte e nemmeno vero ascolto. Così, per un verso, le nostre democrazie elettorali vedono elevati tassi di astensionismo e assomigliano sempre più a demo-oligarchie (un ossimoro pregnante) o postdemocrazie.

Per l’altro verso, l’eclissi del compromesso socialdemocratico, il trionfo della cultura neo-liberale non solo nella destra tradizionale ma anche nella sinistra tradizionale, hanno dato una spinta propulsiva al successo elettorale o comunque politico di movimenti e partiti variamente denominati: populisti, di protesta, proto-fascisti, anti-establishment, anti-sistema.

Abbiamo troppo a lungo disprezzato o sbeffeggiato queste tendenze politiche senza farci carico di comprenderle: troppo impegnati a denigrare i loro capi politici, poco inclini ad accettare che esse esprimevano ed esprimono malesseri, proteste e sfiducia nei confronti di tutte le forze politiche, di destra e di sinistra, che hanno governato un mondo quale quello in cui troppa gente si trova a vivere e patire senza soddisfazione oggi e senza speranze per domani. Le forze politiche tradizionali, a quanto pare, non sono in grado di dare risposte gradite o decenti a milioni e milioni di cittadini che vivono tra sofferenza e rabbia, tra aspettative frustrate e deprivazione relativa. Sono questi milioni e milioni di cittadini che non andando a votare o votando per i partiti anti-sistema chiedono, come possono, che i partiti tradizionali, pro-sistema, si facciano da parte, se non sanno ripensarsi nelle loro forme e nei loro contenuti politici.

Matteo Renzi

I risultati delle elezioni italiane del 4 marzo hanno dato una forma elettorale a tendenze pluridecennali non solo italiane: hanno vinto le forze politiche che, bene o male, sono riuscite a dare voce o a raccogliere il disagio delle diverse “periferie”; hanno perso quelle che si sono rivelate poco attente e rispondenti a tale disagio, e che si sono trasformate in interpreti delle sensibilità e degli interessi dei “centrali”.

I risultati elettorali italiani di marzo sono chiari e attendono sviluppi politici e risposte istituzionali coerenti. Anche da sinistra, se questa saprà rinascere. Anche dalle sinistre di governo, se queste vorranno e riusciranno a reinventare un patto socialdemocratico per i nostri tempi.

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Gaspare Nevola è docente di Scienza politica al Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Trento ed editorialista del “Trentino”.