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Elezioni: meglio le preferenze

Nicola Zoller

È un tempo malinconico per gli elettori, indotti, a causa dei criteri assunti dai più potenti capi-partito nella formazione delle liste, ad abbandonare il voto, astenendosi. Tra le riflessioni emerse in queste giornate c’è quella di Aldo Cazzullo, che sul Corriere della Sera ha ospitato una lettera molto critica sulla vigente legge elettorale, nella quale si sostiene che con il sistema proporzionale senza preferenze e poi con i collegi uninominali “i futuri onorevoli siano scelti dai segretari di partito”.

Nel rispondere, Cazzullo conviene sulla considerazione che “il proporzionale consente davvero ai leader di designare i propri deputati”; sostiene poi che se non ci fosse stato il proporzionale ma fossero stati introdotti “soltanto collegi uninominali, i partiti sarebbero stati costretti a schierare i migliori, proprio per conquistare il seggio”.

Queste due valutazioni, meritano delle precisazioni: perché non sempre - anzi- il proporzionale è stato ed è senza preferenze: nella vituperata Prima repubblica, quando per l’elezione della Camera vigeva il sistema proporzionale, gli elettori potevano esprimere le proprie preferenze scegliendo da un lungo elenco di candidati che ogni partito proponeva, dopo votazioni interne e discussioni che non duravano una notte o mezza giornata e non si risolvevano in un blitz dell’ultima ora, ma coinvolgevano tanti iscritti e militanti, i quali - non sempre ma di solito - premiavano chi aveva più provata capacità ed esperienza. Non era il segretario di partito a decretare dispoticamente l’elezione dei parlamentari, ma neanche le assemblee di partito: l’ultima parola spettava ai cittadini. Certo, sotto le preferenze potevano nascondersi le cordate opache, i voti di scambio ed altro ancora: ma non c’è sistema elettorale che sia immune da usi distorti, quando si vuol fare il male.

Sempre nella diffamata Prima Repubblica tutti i candidati per il Senato venivano proposti in collegi uninominali, quindi i partiti erano “costretti a schierare i migliori”, per usare le parole di Cazzullo.

Dunque esisteva nel vecchio sistema elettorale proprio un mix – possiamo dirlo? – virtuoso che univa proporzionale con preferenze per la Camera (non senza, come ora) e uninominale con “costrizione” a schierare i migliori per il Senato. Eppure, come accennato, le preferenze, oggi tanto rimpiante, furono demonizzate come fonte di intrigo con gli elettori, mentre l’uninominale al Senato non venne più di tanto decantato.

In questa stagione, ricorrendo i 40 anni della morte di Aldo Moro, lo storico Guido Formigoni ha ricordato che quel leader “prendeva in Puglia 200.000 preferenze, girando per tutti i paesi con i contadini che accorrevano ai suoi discorsi”. È un esempio dei più fulgidi, di come andava allora. Avevamo un sistema che, imperniato sui partiti come previsto dai padri della Costituzione repubblicana - “la più bella del mondo” - restava parimenti aperto alle scelte e valutazioni degli elettori. Era una repubblica dei partiti e dei cittadini, con tanti vizi ma probabilmente migliore di quella attuale: negli scorsi anni Novanta è stata abbattuta, a che pro?

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