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Cippato: quanto ce n’è e quanto conviene

A gennaio abbiamo parlato di centrali a biomassa: forse siamo stati un po’ approssimativi, visto che non avevamo a disposizione dati recenti, esponendoci a critiche ambientaliste. Ora ne sappiamo di più.

Dobbiamo ammettere una nostra leggerezza: nel mese di gennaio, parlando di cippato, il prezioso intervento dell’ing. Righi, che ci aveva illustrato il funzionamento della tecnologia a biogas, non è stato corredato da un set di dati relativi alla disponibilità di cippato in Trentino in tempi recenti. Avevamo trovato solo dati relativi al periodo 2008-2011, che affermavano effettivamente una forte disponibilità di materiale all’epoca, ma che non teneva conto degli sviluppi della domanda e dell’offerta di cippato negli anni successivi.

Siamo stati fortemente criticati al grido di “Cippato, non ce n’è abbastanza in Trentino! Lo si importa provocando vari squilibri”. Ci siamo così rimessi al lavoro e abbiamo trovato i dati che avremmo dovuto recuperare allora.

L’attività di monitoraggio della Provincia

Negli ultimi anni, la Provincia di Trento, attraverso l’APRIE (Agenzia per le Risorse Idriche ed Energia), nell’ambito dell’attuazione del Piano Energetico Ambientale Provinciale 2013-2020, ha effettuato una attività di ricognizione dei quantitativi di cippato disponibile per usi energetici. I risultati di questa attività sono stati resi pubblici il 15 novembre del 2017, e sulla base di questi dati intendiamo riprendere il discorso lasciato in sospeso.

Il documento su cui basiamo il nostro ragionamento è la Determinazione n° 60 del 15/11/2017 adottata dall’Agenzia Risorse Idriche ed Energia, reperibile sul sito web della Provincia, e che costituisce il più recente set di dati relativi al rapporto tra la domanda e l’offerta di cippato disponibile per l’uso energetico in Trentino.

Nel riportare alcuni dati, è bene far chiarezza sulle unità di misura utilizzate, perché i lettori possano farsi un’idea dei quantitativi in gioco.

I dati che stiamo qui esponendo sono espressi in msr (il cosiddetto metro stero riversato, o anche metro cubo stero) del cippato, la tipica unità di misura che viene usata in questi contesti.

Per avere una idea dei quantitativi corrispondenti in tonnellate, si considerino questi elementi:

  • si parla in genere di cippato di conifera, quello più facilmente reperibile in Provincia;
  • si consideri un valore intermedio di 250 kg/msr (0,25 t/msr), che costituisce una media tra la massa specifica di cippato con contenuto idrico al 30% (223 kg/msr) e la massa specifica di cippato con contenuto idrico al 40% (260 kg/msr).

In buona sostanza, una tonnellata di cippato di conifere corrisponde a circa 4 metri cubi steri.

Cippato: domanda e offerta (Msr = metro cubo stero, circa 250 Kg)
Msr Delibera 1826/2014 Msr Monitoraggio 2017
Offerta Comparto forestale 130.000 274.000
Comparto dell’industria di prima lavorazione del legname 315.000 448.701
Totale 445.000 722.701
Disponibiltà potenziale Comparto agricolo 22.0000
Comparto forestale 96.0000
Totale 118.000 0
Domanda Impianti in esercizio 273.000 300.220
Impianti autorizzati ma non in esercizio 363.000
Totale 636.000 300.220
Totale disponibilità residua di cippato -73.000 422.481

Fonte dati: delibera GP n. 1826/2014 e Monitoraggio 2017 su dati del 2015 e 2016.

L’incontro di domanda e offerta

Secondo il documento, nel 2016 l’offerta di cippato di origine forestale e di cippato proveniente da aziende di prima lavorazione del legno per usi energetici è stimabile in 722.701 metri cubi steri. Dividete per quattro e trovate il quantitativo in tonnellate.

Contemporaneamente, emerge dai risultati del monitoraggio che la domanda dell’anno 2015 di cippato di origine forestale e da segheria per le centrali di teleriscaldamento è stata di 300.220 metri cubi steri.

Un banale conto aritmetico decreta che restano a terra, non utilizzati, 422.481msr di cippato disponibile alla produzione di energia rinnovabile, che, per quanto non sia immune da emissioni inquinanti, risulta comunque una fonte di energia più pulita dell’energia tratta da combustibile fossile.

Si tratta di un quantitativo che va ridotto perché è bene lasciarne una parte a terra, a fertilizzare il bosco; ma è comunque una quantità notevole, in grado di soddisfare fino al doppio della domanda attuale. E questo è un fattore importante per decidere se è opportuno o meno un impianto a biogas: se non c’è la possibilità di reperire sul territorio la materia prima, il bilancio di emissioni per il trasporto del cippato stesso non risulta essere più conveniente.

Ma a quanto pare, non è il caso del Trentino.

Sembrava che di cippato non ce ne fosse…

In effetti per un periodo i dati confermavano la scarsità della risorsa cippato: nel 2014 era stata fatta un’altra indagine di monitoraggio sulla disponibilità di questo materiale, firmata dalla Provincia di Trento, e documentata dalla delibera n. 1826/2014. In quell’occasione la PAT volle tener conto della richiesta di cippato potenziale degli impianti che in quel momento erano in progetto o in fase autorizzativa, che era così elevata da decretare un bilancio negativo tra domanda e offerta.

Due numeri per spiegare: l’offerta del bosco e della filiera del legno consisteva in 563.000msr, mentre gli impianti in esercizio, all’epoca, necessitavano di 273.000 msr. A questa quota richiesta, veniva poi aggiunta una stima sulla domanda di cippato espressa da una serie di progetti, a vario stato di avanzamento nell’iter di finanziamento o di autorizzazione, che avrebbero potuto, se realizzati tutti, assorbire una quantità di cippato stimata in 363.000 msr. Il bilancio tra offerta e domanda risultò essere negativo, meno 73.000 msr: la quantità di cippato prodotta dal territorio non avrebbe dunque soddisfatto la domanda di tutti i nuovi impianti previsti.

Alla luce di tali risultati, la delibera del 2014 stabilì la necessità di adeguare gli incentivi alle disponibilità stimate di cippato, imponendo forti limitazioni alla costruzione di nuovi impianti.

La delibera concluse con la prescrizione di evitare il finanziamento con fondi provinciali:

  • di impianti alimentati a cippato, ivi compresi gli impianti di teleriscaldamento, in Comuni già col metano o in cui la rete di distribuzione di metano è facilmente implementabile;
  • di impianti di cogenerazione alimentati a cippato, privi di una corrispondente rete di teleriscaldamento o di altre utenze in grado di utilizzare l’energia termica prodotta.

La restrizione dei criteri di ammissibilità al finanziamento ha ridotto il numero di impianti effettivamente messi in esercizio, con la conseguenza di un minor consumo di cippato rispetto alle previsioni.

Le emissioni degli impianti a biogas

Nel precedente intervento, su QT di gennaio, si era parlato di emissioni zero, per gli impianti a biogas.

Ovviamente si trattava di una brutale semplificazione, visto che siamo ben coscienti del fatto che qualunque processo di combustione, per quanto attivato con il più pulito dei combustibili, non avrà mai emissioni zero.

Se ci riferiamo alla CO2,confermiamo la nostra affermazione: bruciare cippato ha un bilancio neutro sulle emissioni di CO2 in quanto l’anidride carbonica emessa è la stessa che il legno ha assorbito in vita mediante la fotosintesi clorofilliana (fonte ISPRA-Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale – Fattori di emissione atmosferica di CO2 e sviluppo delle fonti rinnovabili nel settore elettrico, 2015). Questa neutralità rispetto alla CO2 rende il biogas una buona soluzione per contrastare i gas serra e i cambiamenti climatici. La combustione però comporta altre emissioni atmosferiche (ossidi di azoto, composti organici volatili e polveri) che determinano un peggioramento della qualità dell’aria.

Appare quindi evidente che “politiche di incentivo al biogas, virtuose per contrastare gas serra e cambiamenti climatici, possano poi essere problematiche per l’aumento di emissioni inquinanti e per la qualità dell’aria” (ARPA Emilia Romagna, Indagine sul consumo di biomassa della Regione Emilia Romagna). Quando si progetta un impianto biogas, quindi, si cammina sulle uova: bisogna sempre ragionare preventivamente su questi due aspetti contrastanti: niente di più complesso.

C’è poi l’aspetto della disponibilità sul territorio della risorsa energetica: non avrebbe nessun senso un impianto di energia rinnovabile che ha bisogno di mettere su strada diversi camion all’anno per il trasporto della materia prima: le emissioni dovute alla produzione e al trasporto del materiale dall’area di taglio (o di produzione) al luogo di consumo devono essere contabilizzate nel bilancio di sostenibilità della fonte energetica.

Meglio una centrale sola che molti impianti domestici

Come si è detto sopra, il cippato bruciando emette una serie di inquinanti, tra cui PM2,5 e PM10, che possono essere fermati solo con l’installazione di speciali filtri, all’uscita dei fumi, che hanno un costo notevole, sia come prezzo d’acquisto che come costo di manutenzione.

Per comprendere meglio, si immagini un paese in cui non fosse possibile portare il metano: si deve scegliere se installare singoli impianti a biogas domestici oppure una centrale unica collegata ad una rete di teleriscaldamento.

Se volessimo creare un impianto di riscaldamento a biogas in ogni casa, il costo di installazione dei filtri necessari a minimizzare le emissioni di particolato derivanti dalla bruciatura del legno sarebbero insostenibili, superiore al costo dell’impianto stesso. Il risultato sarebbe di avere molti impianti senza filtri ed un preoccupante aumento di emissioni inquinanti.

Se invece si propende verso la costruzione di una unica centrale connessa alle utenze attraverso una rete di teleriscaldamento, si avrebbero comunque tutte le case coperte dal servizio, ma ci sarebbero risorse sufficienti a sostenere i costi di installazione e manutenzione dei filtri. Si avrebbe quindi un solo punto di emissione dei fumi, però dotato di filtri, quindi meno inquinante, e più facile da gestire, dal punto di vista economico e organizzativo, con un impatto inquinante molto inferiore alla configurazione ad impianti singoli.

Ci sarebbe poi un secondo effetto molto interessante: con le centrali di teleriscaldamento verrebbe meno l’uso delle stufe economiche come fonte di calore, e la conseguente riduzione dell’inquinamento da esse derivante: si tratta di un grosso problema di qualità dell’aria in zona montana. Molti trentini usano infatti le tradizionali stufe come bruciatore di rifiuto residuo, quando non di tetrapak, legno verniciato o contenente ferro, plastiche, sparando in aria sostanze che sono molto più pericolose dei prodotti della combustione del legno puro: metalli, vernici, particolato, derivati del petrolio. Si tratta di un problema culturale e di informazione che deve assolutamente essere preso in considerazione e affrontato con adeguata comunicazione, da parte della Provincia.

Concludendo...

Che dire sul biogas? Affrontare un tema del genere espone (ed è positivo, vuol dire che c’è una forte sensibilità ambientale) ad un ginepraio di polemiche spesso ben documentate, altre volte un po’ raffazzonate. Noi qui abbiamo approfondito il discorso, cercando di rispondere alle obiezioni con numeri o affermazioni di istituzioni che hanno una certa autorevolezza (ARPIE, ISPRA, APPA, ARPA Emilia Romagna).

Su Questotrentino avete letto, su questo tema, anche posizioni opposte a quanto qui sostenuto. Crediamo che sia una delle nostre ricchezze: la redazione si compone di persone che possono pensarla in maniera molto diversa su vari temi, e i confronti, per fortuna, sono all’ordine del giorno. In genere riusciamo ad operare al nostro interno una sintesi; altre volte presentiamo ai lettori opinioni discordanti, e a quel punto sta a voi costruirvi un’opinione.

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Commenti (3)

Boschi e paesaggio Luigi Casanova

Non sempre il bosco è paesaggio. Anzi, in certe situazioni, quando cancella spazi liberi, quando troppo invadente verso gli abitati, quando cancella isole di biodiversità, è un problema. In natura tutto deve essere equilibrato, c'è spazio per le attività umane e per l'economia. In Trentino si tagliano ogni anno 550.000 mc. di piante, il 60 - 65% dell'aumento del capitale annuo. Si applica la selvicoltura naturalistica. Non mi sembra vi siano eccessi, fatto salvo quanto accade in Fiemme con La presunta Magnifica Comunità di Fiemme.

Tacòn peggiore del buso agh

Trovo abbastanza incredibile che non si faccia alcun riferimento al paesaggio e alla qualità e ricchezza dell'ecosistema. Si considerano i boschi come mera risorsa da sfruttare, punto e basta. Il tira e molla sui dati poi la dice lunga sugli equilibrismi contabili fatti per assecondare certi interessi. Il Trentino vive in buona parte di turismo, la qualità del paesaggio e dell'ambiente quindi è assolutamente fondamentale. Fare ragionamenti parziali sulla quantità di cippato disponibile o meno, non considerando il contesto ambientale, è del tutto fuorviante e scorretto.
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