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Merce non richiesta e borse per la spesa

Centro Tutela Consumatori e Utenti

Sempre più consumatori si vedono recapitare a casa, con loro grande sorpresa, le più svariate merci. Nelle lettere che accompagnano tali invii si legge che non si tratta di un generoso regalo, ma di una sottospecie di invito all’acquisto del prodotto. Se il prodotto piace al consumatore, questi è invitato a pagare il prezzo d’acquisto; in caso contrario lo si invita a rispedire la merce entro un dato periodo. I consumatori non sono infastiditi solo dal tempo necessario per adempiere a questo “obbligo”, ma anche dalle spese di spedizione a loro carico.

I dubbi sulla correttezza di questo modus operandi non sono infondati: il Codice del Consumo classifica l’invio di merce non ordinata, con imposizione di obblighi ai consumatori, quale pratica commerciale aggressiva (e pertanto non ammessa). Queste pratiche rientrano fra le pratiche commerciali sleali, che l’Antitrust sanziona anche con ammende cospicue.

La legge stabilisce che “è considerata aggressiva una pratica commerciale che... mediante molestie, coercizione, o indebito condizionamento, limita la libertà di scelta o di comportamento del consumatore e, pertanto, lo induce ad assumere una decisione di natura commerciale che non avrebbe altrimenti preso”.

In conclusione, i consumatori che si vedono recapitare merce non ordinata, non devono né pagare il prezzo, né provvedere alla restituzione anche se l’esercente lo richiede. Il solo fatto di ignorare una relativa comunicazione o esortazione del professionista non può in nessun caso essere valutata come assenso, perché non è stato stipulato precedentemente alcun contratto di compravendita (secondo gli artt. 1321 e seguenti CC).

Per proteggere se stessi e anche altri consumatori da simili episodi poco piacevoli, sarebbe opportuno denunciare tali pratiche sleali all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.

E veniamo ora alle borse per la spesa. La finanziaria del 2007 aveva fissato per quest’anno la definitiva uscita di scena dei sacchetti di plastica non biodegradabili. Questi oggetti hanno una vita media fra i 15 e i 1000 anni, sono fonte di inquinamento ambientale e possono mettere a repentaglio la vita di animali selvatici. Soprattutto alcuni animali marini scambiano i sacchetti di plastica per cibo, rischiando con ciò anche la vita. Lo scorso autunno il Governo ha deciso una proroga di un anno per l’uso dei sacchetti in plastica. Si teme ora che questa importante decisione di messa al bando dei sacchetti inquinanti subisca ulteriori rinvii.

Chi desideri acquistare in maniera consapevole, dovrebbe abbandonare l’uso di sacchetti e borse in plastica e orientarsi verso borse in altro materiale, quale cotone, juta, fibre sintetiche. Per produrre una borsa di plastica, si utilizza petrolio, energia ed acqua. Da un punto di vista ambientale i contenitori riutilizzabili sono decisamente meglio.

Spesso nei negozi vengono messe a disposizione borse di carta: a parte che sono spesso più care, non sono inoltre molto migliori delle borse sintetiche. Per la loro produzione vengono infatti utilizzate resistenti fibre di cellulosa che prima vengono sottoposte a trattamenti chimici. Se questi contenitori siano dunque meglio o peggio delle borse di plastica, dipende da quale materia prima (carta straccia o altro prodotto di riciclo) sia stata adoperata per la loro produzione e da come avvenga il loro smaltimento.

Anche le borse fatte con materiali sintetici biodegradabili non sono in ogni caso una alternativa ecologica. Il compostaggio di tali contenitori è sì possibile, ma per i gestori degli impianti di smaltimento dei rifiuti non è sempre facile distinguere fra prodotto sintetico biodegradabile e non: alla fine tutto ciò che “appare” plastica o sintetico viene sottratto al ciclo di compostaggio o sintetico e quindi viene meno la finalità per cui questi prodotti biodegradabili erano stati realizzati.

Commenti (1)

filippo

ho un attivita commerciale e il mio rappresentante mi ha mandato della merce di cui io non ho ordinato a quindi gli telefono per venirla a ritirare e a distanza di tre anni ancoranon e avvenuta nessuna restituzione.ora la ditta mi manda un decreto ingiuntivo di pagamento lo devo pagare
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