Un ricordo di Ali Raschid
Un anno è passato dalla scomparsa di Ali Rashid, la cui figura è stata ricordata il 14 maggio, in occasione del primo anniversario della sua dipartita, in un bell’articolo di Tommaso Di Francesco sul Manifesto. Una persona che, allora primo segretario dell’ambasciata palestinese a Roma, ho avuto la fortuna di conoscere e incontrare varie volte nel lontano 1988 (così come negli anni seguenti) quando, per la mediazione di Democrazia Proletaria, vennero presi i contatti con la rappresentanza palestinese in Italia in vista del gemellaggio tra Lona-Lases e il villaggio palestinese di Beita. Iniziativa che aveva preso concretamente le mosse dopo l’avvio della prima Intifada il 9 dicembre 1987 su impulso di un gruppo di giovani aderenti all’allora Comitato Popolare di Lona-Lases, tradotta poi in atto ufficiale il 26 maggio 1988 con l’approvazione in Consiglio comunale di una mozione a firma di Graziano Ferrari e del compianto Dario Avi.

Ali era nato ad Amman nel 1953 e aveva vissuto direttamente la persecuzione scatenata contro i palestinesi a partire dal 17 settembre 1970 (e protrattasi fino al luglio 1971) dalla monarchia hascemita che porterà al massacro di centinaia di combattenti palestinesi, eliminando la presenza militare palestinese dalla Giordania e costringendo l’OLP a trasferire le sue forze in Libano.
Come dimenticare, anche a distanza di tanti anni, la sua voce inconfondibile, le sue parole rigorose ma pronunciate con serenità, senza alcun rancore, nonostante la sua famiglia fosse stata vittima della cacciata dalla sua terra, il villaggio di Lifta e l’uliveto alla periferia di Gerusalemme, in quella che fu la Nakba del 1948? Come dimenticare i suoi interventi pubblici intrisi di speranza e non pensare all’infinito dolore che deve aver provato nel vedere tradite quelle speranze e, soprattutto, nell’assistere impotente alla tragedia del genocidio della popolazione palestinese di Gaza per mano del governo d’Israele? Per un anno e mezzo ha sopportato quello strazio e poi il suo cuore ha ceduto, e proprio nel 77° anniversario di quella catastrofe, la Nakba, che lo ha fatto nascere profugo.