Quelli che vogliono portarci via l’acqua, e perché
Da Ianeselli ai “manager”, ai soci privati: la cultura dei soldi subito
Chiariamo subito una cosa. È in corso sui media una grancassa pubblicitaria: ogni giorno gli esponenti dei poteri forti, col corredo di sottoposti, consulenti e fiancheggiatori, si danno da fare per convincere i cittadini come la quotazione in borsa di Dolomiti Energia sia il futuro del Trentino, mentre il rimanerne fuori sia il trapassato remoto. In Borsa si trovano capitali a bizzeffe per ammodernare la società, gli impianti e per diventare un “player” (si dice così) nazionale o internazionale; invece rimanere una “semplice” spa vuol dire non riuscire neanche a fare indispensabili lavori di manutenzione a bacini, tubazioni, centrali...

I bilanci attuali dicono il contrario: i ricchi utili odierni di DE, le sue possibilità di accedere al credito, le potenzialità della Pat stessa negli investimenti, possono coprire i costi di ammodernamento e di sviluppo, se è di quello che stiamo parlando (se invece si parla di sbarcare, per esempio, in Nuova Zelanda, è un’altra cosa). Di questo abbiamo già discusso nei numeri scorsi e ancora scriviamo nelle pagine a seguire.
Qui ci preme invece contraddire un’altra narrazione: quella per cui la quotazione in borsa sarebbe ininfluente sulla proprietà pubblica della società e soprattutto sulla sua conduzione. Soci di maggioranza sono Provincia e Comuni di Trento e Rovereto, e tali rimarrebbero anche dopo lo sbarco in Piazza Affari, anzi, con l’apertura a un azionariato popolare si potrebbe addirittura aumentare la caratura trentina della proprietà, e quindi la mano locale che saldamente guiderebbe DE a tutelare l’interesse pubblico.
Molto ci sarebbe da ridire su alcune di queste esagerazioni, ma il punto che interessa, l’argomento centrale è un altro. Una società quotata in borsa dipende dal mitico “mercato”: vale quanto il mercato quota le sue azioni. E il valore delle azioni dipende dagli utili elargiti.
Per cui, se una società quotata non bada anzitutto a fare utili e invece pensa come imprescindibili le condizioni dei lavoratori, l’ambiente, le esigenze degli utenti, la sicurezza degli impianti, e quindi fa pochi utili o in certe condizioni (una siccità per esempio) addirittura non ne fa, il suo valore crolla.
Ora queste prospettive e relativi limiti, possono costituire una sfida appassionante e anche produttiva per il territorio quando parliamo di un’azienda privata che va a competere nel mondo; ma diventano uno scempio quando parliamo di una struttura che gestisce un bene pubblico primario – l’acqua! – con cui non si può giocare, non si può mettere all’asta dentro il circo delle speculazioni di borsa.
I cittadini lo hanno già detto con un referendum; signori miei, non provateci ad imbrogliarli.

Il punto è che chi più spinge per la quotazione, a iniziare dall’attuale management di DE, e in particolare l’Amministratore delegato Stefano Granella, non pare proprio perseguire le finalità pubbliche, pur all’interno dell’odierna configurazione sociale, in cui i padroni, cioè i decisori, dovrebbero essere gli enti pubblici. Lo vediamo nella (per noi) vergognosa vicenda dei lavoratori del call center, di cui scriviamo nella scheda in basso. Vi si evidenziano due cose: anzitutto la tendenza a spremere i lavoratori a prescindere, anche quando i conti vanno bene, anzi benissimo; e quindi l’irrilevanza dei soci pubblici, in particolare dei sindaci di Trento Ianeselli e di Rovereto Robol, che alla linea (anti)sindacale del management si accodano.
Di queste due dinamiche convergenti, abbiamo scritto nello scorso numero: la cultura dei famosi, pagatissimi manager da diversi anni segue la “shareholder value theory” (il valore per l’azionista), ossia l’unico obiettivo consiste nella massimizzazione degli utili; dall’altra parte il ruolo dei padroni pubblici è inconsistente. Come mai? Innanzitutto per un dato oggettivo, gli utili di DE sono una parte importante dei bilanci dei due Comuni; ma anche perché i politici locali si sentono in soggezione di fronte al “manager” (abbiamo già visto l’ex segretario della CGIL Franco Ianeselli partecipare da felice convitato al pacchiano matrimonio principesco - con privatizzazione del lungolago di Riva - dell’amministratore dell’A22 Diego Cattoni). Ed ecco quindi l’inconsistenza attuale della direzione e del controllo pubblico. Figuriamoci cosa succederebbe poi con la quotazione in borsa, quando lo stesso valore della società dipenderebbe dalla quantità di utili: gli aspetti sociali della gestione della risorsa idrica verrebbero semplicemente travolti. Lavoratori, utenti, irrigazione, ambiente, sicurezza (è terrorismo ricordare il ponte Morandi? Per non dire, rimanendo sull’argomento centrali, del Vajont?) diventerebbero un optional.
C’è poi il centralissimo argomento delle concessioni – cioè se DE potrà ancora gestire le centrali idroelettriche dopo il 2029 e quindi, quale sarà il suo valore allora – a complicare il quadro. Di questo parliamo nell’articolo che segue.
Andare in Borsa?
Qui invece illustriamo lo scontro politico e sociale che si sta aprendo attorno alla quotazione in borsa. Scontro che per i promotori non doveva proprio esserci, la potenza di fuoco dei soci privati - i primissimi a guadagnarci nell’immediato dalla quotazione, poi si vedrà, ma le azioni si possono vendere – era infatti impressionante: Finanziaria Trentina, Confindustria, ISA cioè il vescovo, Lunelli, Briosi, Mosna Fondazione Caritro… (vedi articolo) Ad essi si sono accodati Ianeselli, il segretario della Cgil Grosselli, l’assessore Spinelli ed altri ancora.
Poi qualcosa si è messo di traverso: il Partito Democratico. Il PD? Ma come? Se brilla per inconsistenza, se i suoi esponenti si caratterizzano per non dire mai alcunché di significativo, pena essere attaccati dall’esterno e sbranati all’interno? Invece…
Invece il debole segretario Alessandro Dal Ri persevera sulla linea del nulla, ma inopinatamente buona parte del gruppo provinciale, anzitutto Alessio Manica e Paolo Zanella, Michela Calzà (suo l’icastico slogan “Se Dolomiti Energia è importante, per il Trentino l’acqua lo è di più”) e Andrea de Bertolini nel ruolo chiave di presidente della commissione speciale d’indagine su Hydro Dolomiti Energia (oggetto: verificare la praticabilità di forme di azionariato diffuso o assimilabili): tutti si espongono con posizioni molto decise. Così la deputata Sara Ferrari le sintetizza su L’Adige del 3 maggio: “Per me la soluzione è quella che ci dà la maggior garanzia del controllo pubblico dell’uso dell’acqua che è un bene pubblico. Questo anche laddove genera profitti, quindi anche nello sfruttamento idroelettrico”.
A questo punto altra sorpresa: giusto giusto il giorno dopo, 4 maggio, interviene Ianeselli. E a gamba tesa. Annuncia che si iscrive al Pd, e specifica che lo fa “per far sentire la mia opinione negli organismi interni del partito… contro gli atteggiamenti protestatari e contrari a qualsiasi innovazione” e per chi non avesse capito, sulla quotazione di Dolomiti Energia “non possiamo al mattino crucciarci perché abbiamo gli stipendi più bassi del Nord Italia, e il pomeriggio non prendere sul serio il modo per consentire alla principale azienda trentina di avere una politica forte di investimenti cruciali”.
Ora, a parte che il sindaco sembra dimenticarsi che - come peraltro gli avevano ricordato i lavoratori scesi a protestare sotto le sue finestre - proprio la quota dei proventi destinata ai dipendenti è una delle obiezioni alla quotazione in borsa; ma detto questo, bisogna riconoscere a Ianeselli la chiarezza, fino alla brutalità, della sua posizione: entro nel PD per portare Dolomiti in Piazza Affari.
A proposito di Ianeselli
Qui allora dobbiamo parlare di Ianeselli. Che ha esercitato in maniera sicuramente non banale il suo doppio mandato da sindaco, cosa che varrà la pena approfondire. Intanto però non possiamo non ricordare il suo operato in campo urbanistico: “La devastazione autorizzata”, “Le mani sulla città”, “Conniventi” i titoli delle nostre inchieste su tutta una serie di autorizzazioni che hanno calpestato e stravolto le regole urbanistiche. Quando il beneficiario è una grossa impresa o un grosso nome (uno a caso: Lunelli, cui si è fatto passare come “ampliamento” la costruzione di un edificio nuovo di zecca, collegato a quello vecchio con una passerella aerea) le regole vengono travolte, si costruisce su aree verdi e protette; mentre quando invece è il normale cittadino a chiedere qualcosa…
Insomma, Ianeselli viene da una recente storia di sudditanza al potere dei soldi. Quindi, purtroppo, non c’è da meravigliarsi che si butti a corpo morto a sostenere il pressing per la quotazione in borsa.
Corpo morto, abbiamo detto. Per spiegarci – sia paziente il lettore che non ama la politica politicante, ma il discorso è illuminante - dobbiamo parlare di consenso elettorale. “Ianeselli era il candidato più forte della coalizione di centrosinistra” dicono dal Pd. E si sottolinea “era”. Proprio perché non era del Pd, e quindi nelle valli, dove il partito democratico non è molto popolare, poteva essere presentato come una persona super partes del campo progressista. Ma ora (forse) non più.
Non solo: proprio la battaglia per la quotazione in borsa affossa le quotazioni del sindaco. Dentro il Pd, dove ormai questa questione – finalmente concreta! – viene vista come identitaria: i servizi ai cittadini prima dei soldi ai soliti noti. Ma anche tra l’elettorato delle valli. “Dove c’è una peculiare sensibilità rispetto all’ambiente, alla tutela del territorio – ci dice Walter Pruner, autonomista peraltro fuori dagli schemi – Una sensibilità che può anche sconfinare nell’egoismo da barzelletta ‘qui è tutto mio’. L’acqua, e quindi le dighe, e quindi l’energia è vista spesso come cosa nostra. Guai a chi vuole portargliela via”. Insomma, Ianeselli forse ha sopravvalutato l’appoggio dei ricchi.
E i concetti di Pruner vengono inopinatamente condivisi dall’ex presidente del Consiglio Provinciale, autonomista anch’egli, Walter Kaswalder (che a suo tempo aveva licenziato Pruner suo segretario, per poi perdere malamente tutte le cause da lui intentate) che ha diffuso sul web un cartone animato in cui con simpatica semplicità didattica spiega come il valligiano non deve farsi fregare da quelli che vogliono addirittura portargli via l’acqua.
Che la situazione potesse diventare sbifida, deve averlo intuito anche il Presidente Fugatti. Del quale non condividiamo tante cose; che forse consigliato dall’amico Zaia è stato succube di imbarazzanti affarismi veneti (vedi il caso del Not); ma che è stato sempre attento a non farsi troppo coinvolgere dai poteri forti, nostrani e internazionali (come l’ex-magnate René Benko). E che anche in questo caso si sta muovendo con la massima prudenza: si è dichiarato né favorevole, né contrario, sostiene la necessità di un confronto approfondito, soprattutto nella commissione d’indagine su Hydro Dolomiti Energia, quella presieduta da Andrea de Bertolini. E questa, guarda caso è la posizione dell’insieme del Pd.
Il tema però non è solo delle valli. Proprio a Trento il 27 maggio è stato formalmente costituito presso uno studio notarile il comitato promotore del referendum comunale relativo alla quotazione in Borsa di Dolomiti Energia. Presidente è il professore Claudio Della Volpe, ricercatore di chimica fisica applicata presso il Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università, e da subito aderiscono Onda, Movimento 5 Stelle, Rifondazione Comunista, e un paio di raggruppamenti autonomisti. La finalità, oltre ad accendere il dibattito, è quella di garantire la difesa del controllo pubblico delle risorse del territorio, sottoponendo la scelta della quotazione al giudizio dei cittadini. A iniziare da quelli del capoluogo.
Dolomiti Energia e i lavoratori
Dolomiti Energia nel 2019 aveva appaltato il proprio call center del mercato libero dell'energia alla GPI, l'azienda che fa capo a Fausto Manzana. Cinquanta i lavoratori impiegati, dei quali trenta a Trento e venti a Milano, tutti assunti a tempo indeterminato col contratto dei metalmeccanici e una retribuzione lorda annua di 26.500 euro, quasi tutte donne. La Fiom aveva interloquito per oltre un anno con Dolomiti per far sì che la nuova gara tutelasse le addette, nel rispetto della legge provinciale: in caso di cambio appalto, riassunzione di tutte senza soluzione di continuità e applicazione del CCNL Metalmeccanico anche ai futuri assunti.
Dolomiti, però, voleva tagliare i salari. Come? Con un sotterfugio: mentre con una mano forniva rassicurazioni alla Fiom, con l'altra prevedeva di svuotare l'appalto nel corso della sua esecuzione, traghettando il lavoro verso un'azienda con salari più bassi.
Solo a gare avvenute si è infatti scoperto che esiste un secondo call center di Dolomiti, affidato a Numero Blu, azienda romana: vi sono impiegati venti addetti, metà precari, a Legnano, inquadrati con un contratto pirata da 17.000 euro lordi l'anno. Si è scoperto anche che questa situazione andava avanti dal 2014: per dodici anni la più ricca azienda del Trentino, controllata dai comuni di Trento e Rovereto e dalla Provincia, ha tenuto le operatrici del proprio call center al di sotto della soglia di povertà e pure precarie.
In un anno di interlocuzioni Dolomiti aveva omesso di dire alla Fiom che esisteva questo secondo appalto, che entro un anno il primo si sarebbe svuotato trasferendo tutto il lavoro al secondo, e che su quest'ultimo era stato indicato, come CCNL da applicare, il Telecomunicazioni, con salari attorno ai 21.000 euro, superiori al contratto pirata, ma molto inferiori a quelli dei metalmeccanici.
Emerso l'inganno, Dolomiti ha sostenuto che la legge provinciale non si applica fuori dal Trentino (non è vero, si applica alle aziende controllate dai soggetti pubblici trentini) ammettendo così indirettamente che le gare erano state congegnate per spostare il lavoro fuori provincia e abbassare le retribuzioni. Ha poi sventolato qualche specchietto per le allodole, come la promessa di assumere le lavoratrici trentine che perderanno il lavoro, proposte peraltro ipotetiche, senza alcun impegno vincolante, con l'unico scopo di far accettare la delocalizzazione. La Fiom le ha rispedite al mittente.
Eppure, nonostante le mozioni approvate dal Consiglio provinciale e le proteste nei consigli comunali di Trento e Rovereto, Dolomiti ha proseguito per la propria strada. A questo punto si sono mobilitate le tute blu, con scioperi di solidarietà in diverse aziende metalmeccaniche.
“Stiamo lottando per evitare un abbassamento generalizzato dei salari — dicono alla Fiom — perché se ciò avviene nell'azienda più ricca del Trentino, a capitale pubblico, nessuno può dirsi al sicuro”. E lo fanno mentre persino Confindustria riconosce che in Italia c'è un'emergenza salariale.
“L'amministratore delegato Granella ha sostenuto che pagare un operatore di call center col contratto metalmeccanico è un'esagerazione. Quando abbiamo fatto notare che si stava violando la norma provinciale ha risposto che "le aziende devono stare in piedi".
“La presidente Arlanch ha risposto che ‘anche in Africa guadagnano poco’. E quando la nostra delegata le ha chiesto ‘ma voi avete dei figli?’, ha risposto: ‘I miei figli sono sistemati’”.
Questo linguaggio non viene da imprenditori che si sono arricchiti con le proprie aziende, ma da dirigenti di nomina politica: Granella è stato nominato dal sindaco Ianeselli, Arlanch dalla sindaca Robol.
La Fiom ha manifestato davanti al municipio di Trento. Il segnale è chiaro: quando a guidare una società pubblica ci sono manager che ragionano solo di margini e dividendi, i lavoratori diventano una voce di costo da ottimizzare. Una logica che, con la prospettiva della quotazione in borsa, potrebbe non restare confinata al call center.