Politiche familiari nemiche di donne e famiglie
La Provincia di Bolzano "sostiene” le famiglie e le nascite aumentando il costo delle scuole per l’infanzia. E premiando chi sta a casa.
La bomba è scoppiata in marzo. Le mimose non erano ancora appassite. E non ancora affievolito il rumore della gara di dichiarazioni di politici, in gran parte maschi, a favore dei diritti delle donne, dell’equal pay, dei lamenti per le pensioni povere, già dimenticata la richiesta urgente di misure favorevoli alla conciliazione fra lavoro e vita familiare. Arriva come un fulmine l’aumento salato per il tempo prolungato delle rette nelle scuole per l’infanzia. Se nel luglio 2025 era stato fissato un tetto massimo mensile di 106 euro, la nuova delibera introduce un sistema a "consumo": un contributo che aumenterà del 57% la spesa delle famiglie. Ma questa volta i genitori giovani e soprattutto le mamme non hanno lasciato correre e hanno reagito riunendosi e manifestando più volte, soprattutto a Bolzano e Merano, perché è nelle città che il problema è particolarmente sentito. Una prima manifestazione che metteva in luce la contraddizione della politica a favore della natalità a quella che scarica sulle tasche dei genitori giovani costi insostenibili. I rappresentanti e le rappresentanti dei genitori della Scuola dell’infanzia “Città dei bambini” di Bolzano e quelli delle scuole dell'infanzia Druso Est e Positano hanno scritto, fra il resto, in una nota rivolta al mondo politico e alla società civile: “In una realtà come quella bolzanina, dove molto spesso entrambi i genitori lavorano e il tempo prolungato rappresenta una necessità organizzativa e non una scelta opzionale, un aumento di questo tipo rischia di gravare in modo significativo su molte famiglie. Per numerosi nuclei familiari il servizio pomeridiano della scuola dell’infanzia è infatti uno strumento essenziale di conciliazione tra lavoro e vita familiare. Rendere questo servizio molto più oneroso significa, di fatto, penalizzare proprio le famiglie che ne hanno più bisogno. Per questi motivi chiediamo un intervento urgente presso gli organi competenti affinché la decisione venga attentamente rivalutata e si possa individuare una soluzione più equilibrata, riportando le tariffe a livelli coerenti con gli importi stabiliti con la delibera provinciale del luglio 2025”.

Contemporaneamente l’assessora alla famiglia e alla coesione ha messo sul piatto 83,5 milioni per le famiglie con figli, allo scopo di garantire più copertura pensionistica nei periodi destinati all’educazione dei figli. Di fatto, però, questa distribuzione di denaro, e la crescita del costo dei servizi per le famiglie, è direttamente un invito alle donne a stare a casa. Legato a una visione conservatrice del ruolo delle donne, che sottrae occupate al mercato del lavoro per risparmiare sui servizi. Le nuove gabelle sono frutto della decisione della giunta di destra provinciale, ma anche i comuni si erano detti d’accordo. Le proteste hanno spinto i sindaci di Bolzano e Merano a chiedere un incontro alla Provincia per modificare le norme. I politici di destra, che avevano approvato la delibera con l’aumento, hanno cercato di intestarsi il merito. L’incontro con Kompatscher ha avuto luogo e si è arrivati a un - probabilmente provvisorio - passo indietro, con il presidente della Provincia che sostiene che si sarebbe trattato di un equivoco. I costi per le famiglie rimarrebbero uguali a prima, e i Comuni riceveranno le stesse cifre, ma solo per quelle scuole che già lo fanno. Per le scuole che introducono da ora in poi il tempo prolungato, pare che debba rimanere l’aumento. Dal centro destra e dal centrosinistra si sono levate aspre critiche per la contraddizione fra le elargizioni dell’assessora e l’aumento delle tariffe delle scuole per l’infanzia. La presidente della Junge Generation (i giovani Svp), Anna Künig ha detto: “L’aumento delle rette va nella direzione sbagliata. Non si può parlare di conciliazione fra famiglia a lavoro e contemporaneamente rendere l’assistenza pomeridiana alla scuole dell’infanzia accessibile solo a chi può permettersela finanziariamente. L’orario prolungato delle scuole dell’infanzia sono una grande opportunità, ma l’accesso a questo modello non deve dipendere ancora di più dal reddito dei genitori”. La realtà delle famiglie giovani cozza contro la vecchia mentalità della Svp, partito conservatore (e in questo culturalmente sostenuto nella coalizione di estrema destra), per cui invece di aumentare i servizi, si “aiutano” le donne a rinunciare al lavoro o a metà del lavoro, che loro poi pagheranno in vecchiaia con le pensioni povere. Com’è possibile, ha detto una partecipante a una manifestazione di mamme a Merano, che ci si lamenti perché nelle attività economiche manca il personale, e poi si fa di tutto per non sostenere il lavoro delle donne? Secondo l’Istituto per il Lavoro i part-time sono diffusi fra le donne e rari fra gli uomini. Una realtà che prepara un futuro di ineguaglianza. Che non sia solo colpa della Provincia ma che il Comune abbia inizialmente dato il suo consenso è stato messo in rilievo dall’opposizione in Comune di Bolzano: “Volendo, il Comune di Bolzano avrebbe potuto benissimo non approvare questo aumento, trovando fondi dal bilancio per coprire gli aumenti senza gravare sulle famiglie, soprattutto sui nuclei monogenitoriali o su chi ha più di un figlio” ha detto Chiara Rabini. Infine, nell’incontro del 25 marzo si è trovato un compromesso. Ma rimane l’incertezza per le giravolte di una politica della famiglia contraddittoria e ben lontana dalle esigenze concrete delle famiglie giovani.

Il 27 marzo non è ancora arrivata la conferma della nuova delibera che dovrebbe chiarire le vere intenzioni della Provincia. E il comitato dei genitori delle scuole dell’infanzia di Bolzano ha emesso un nuovo duro comunicato, rivolto anche ai politici che cercano di intestarsi la fragile soluzione del problema: “Farebbero sorridere, se non provocassero rabbia, i comunicati dell’assessore Bianchi e della Civica per Bolzano, così come le dichiarazioni dell’assessore Galateo- Dopo aver creato il problema degli aumenti spropositati delle rette delle scuole dell’infanzia, approvando delibere, oggi esultano e si intestano i meriti della tardiva soluzione che noi mamme e papà vorremmo vedere scritta nero su bianco in atti ufficiali, più che sbandierata sui media. Fa altrettanto sorridere il tentativo di convincerci che sia a loro che dobbiamo dire grazie. Fa rabbia invece non leggere neppure una riga, nei loro comunicati autoreferenziali sui presìdi dei genitori. Presìdi che sono nati dal basso e in maniera spontanea e che hanno richiesto ore e ore di lavoro: organizzazione, comunicazione, inviti alle istituzioni, che, nella maggior pare dei casi, sono restate silenti. In piazza (…) c’eravamo noi. ( …). Oggi alla luce dei fatti, molte famiglie si sentono prese in giro e sono ancora in attesa di capire cosa accadrà il prossimo anno. Mancano atti formali, chiarimenti e trasparenza. Cosa succede ora a questi genitori, che per l’ennesima volta hanno dovuto riorganizzare la propria vita familiare seguendo indicazioni ufficiali e in continuo cambiamento? (…) Queste vicende sono la cartina di tornasole di una politica che troppo spesso non ascolta, perché impegnata in roboanti proclami finalizzati a guadagnare consenso. Noi genitori non abbiamo mai chiesto slogan, ma risposte. Non abbiamo chiesto passerelle, ma scelte coerenti. (…). Ci si sarebbe aspettati parole diverse, tempi certi sulle delibere che azzereranno gli aumenti”. E qui il comitato di genitori precisa: “La nostra protesta non era basata su ‘sole’ motivazioni economiche (che restano comunque importanti), ma era anche una protesta sui principi, perché siamo stanche e stanchi di non essere visti”. E conclude: “Manca una politica seria sui temi delle pari opportunità, in una società come quella sudtirolese ancora troppo centrata sul lavoro di cura quasi solo appannaggio delle donne”. Questa vicenda intreccia due aspetti della politica Svp: il conservatorismo culturale in materia di famiglia e la sua tradizionale carenza di cultura urbana. Le leggi sono uguali per paesi di 1.500 abitanti e città di 100.000. Con questa finta uguaglianza si ignorano bisogni concreti. Ora i giovani, che i problemi li vivono, chiedono risposte e non implementazioni di vecchi ideali. E da non trascurare in questa faccenda rimane la scelta di fondo della giunta provinciale di far scorrere fiumi di soldi e leggi favorevoli ai ricchi, (vedi revisione del Bettenstop, che scatena una nuova cementificazione sulle montagne), mentre con sanità, servizi sociali e scuola il braccino è corto.