La Storia e la Memoria
Dunque, Benito Mussolini resta cittadino onorario di Trento, grazie ai consiglieri che si sono astenuti o non hanno partecipato al voto. Con una varietà di motivazioni che ricorda la raffica di scuse che, in “The Blues Brothers”, John Belushi accampa, davanti alla fidanzata che lo minaccia, per giustificare la propria diserzione al loro previsto matrimonio: “Avevo una gomma bucata, il lavasecco non mi ha ridato il vestito, il funerale di mia madre, il terremoto, l’inondazione, le cavallette...”.
Una prima giustificazione, grottescamente burocratica, ce la serve Ilaria Goio, capogruppo di FdI in Comune: “Le cittadinanze onorarie sono riconoscimenti legati alla persona che li riceve e, con la morte dell'interessato, esauriscono la loro funzione”, quindi non c'è nessun bisogno di cancellarle. Come se si trattasse di una pratica pensionistica.
Altro motivo dichiarato per opporsi: non si tratta di una priorità. Un pretesto comodo nelle situazioni in cui non si trovano motivi ragionevoli, ripetutamente utilizzato, ad esempio, per bloccare lo “ius culturae” per la cittadinanza ai minori stranieri. Ed ecco che il consigliere leghista Devid Moranduzzo, in nome del benaltrismo, si chiede: “Perché questa velocità non la applicate per rispondere ai cittadini che denunciano il degrado in piazza della Portela, il bivacco costante al sagrato di Santa Maria Maggiore, l'oscurità di piazza Leonardo da Vinci o la microcriminalità quotidiana in piazza Dante?”.
Altri contrari alla proposta sono Claudio Geat e Martina Margoni, di “Generazione Trento”, che si producono in una corposa supercazzola: “La nostra decisione di voto (astensione, ndr) era fondata sul metodo: per qualsiasi argomento esigiamo regole chiare, condivise, partecipate. Non si amministra sull’onda dell’emotività o della contingenza, ma si fondano le decisioni su norme e criteri oggettivi frutto di percorsi condivisi. Questa è la democrazia compiuta e praticata”. Per poi passare a un argomento apparentemente più serio, e “di sinistra”: “Quel documento deve restare come un'accusa permanente, perché revocare il segno burocratico di un'infamia significa togliere ai posteri la prova del reato, sostituendo la responsabilità critica con un'amnesia rassicurante”. Posizione ribadita dal sindaco di Pergine Marco Morelli: “Il rischio grande di un'operazione culturale come quello di cancellare la cittadinanza onoraria è quello di perdere la memoria storica, e questo è sbagliato, anche se si tratta di fatti negativi, perché solo se c'è memoria storica anche di fatti negativi si evita poi di ripeterli”.

Un ragionamento che ci pare vada semplicemente ribaltato: togliere la cittadinanza onoraria a Mussolini con un atto formale votato in un'assemblea elettiva, con relativa eco sui mezzi d'informazione, è un modo di rafforzare la memoria di un giudizio storico ormai definito. Il che, in tempi di risorgenti saluti romani, è solo positivo. Come scrive lo storico Francesco Filippi: “Non si tratta di fare cultura della cancellazione, ma di chiedersi: su quale sistema di valori oggi ci appoggiamo?”.
La cancellazione della storia è quella che vuole distruggere i segni del passato rimasti nel panorama urbano, di cui è un bell'esempio quanto preteso da Andrea Demarchi, del gruppo “Prima Trento”, che nel suo delirio di antifascismo “autonomista” prima ha chiesto la sostituzione dei tombini col fascio littorio, e poi la rimozione degli affreschi fascisteggianti presenti nella sala consiliare di Palazzo Thun. Ma a questo proposito, anziché eliminare delle testimonianze del passato, basterebbe alzare gli occhi a quanto hanno fatto vent'anni fa i nostri vicini altoatesini al monumento alla Vittoria, lasciando l’opera e apponendovi una targa che ne contestualizza il significato. In tal modo salvaguardando la Storia e al tempo stesso promuovendo la memoria.
Quanto alle motivazioni autentiche di chi si è opposto alla cancellazione della cittadinanza onoraria a Mussolini, al fondo c'è il solito “il fascismo è finito da ottant'anni”, ripetuto - in buona fede - per ignoranza e superficialità, ma soprattutto – in malafede – da chi teme di scontentare una platea – modesta ma sempre utile – di elettori nostalgici.