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Un film di serie B. Divertente.

“I peccatori (Sinners)” di Ryan Coogler

1931, due fratelli gemelli tornano nella loro città natale, nel sud degli Stati Uniti, dopo anni di vite travagliate tra guerra, gangsterismo e traffici illeciti. Con un discreto bottino ed abbondanti alcolici, comprano un edificio che vogliono trasformare in un locale di musica e gioco per la popolazione nera della zona. Ingaggiati dei musicisti blues, si accende una festa notturna densa di gioia sensuale e contagiosa. Ma tre bianchi si avvicinano e chiedono di poter entrare in modo molto insistente.

Una ventina di anni fa è uscito nelle sale “Shine a Light”, film concerto dei Rolling Stones, diretto da Martin Scorsese. A un certo punto Mick Jagger annuncia l’esecuzione di “Champagne & Reefer” di Muddy Waters e presenta Buddy Guy, un corpulento bluesman nero che arriva sul palco imbracciando una chitarra fender Stratocaster bianca con bolli neri. Una delle customizzazioni più pacchiane mai viste. Parte il brano e tutto il gruppo si sforza ad essere più blues, più nero, più carico possibile, a cominciare da Jagger che si sfiata nel canto e nella fisarmonica a bocca. In questo bailamme di attempati gesticolanti, Buddy Guy, impassibile e intenso, ripete le stesse due note sulla corda del mi cantino della chitarra. Nonostante la sua economia, o forse proprio per questo, il contributo sonoro è prepotente ed efficace. Poi Jagger cede il microfono e subito viene travolto assieme alla band dalla potenza tellurica della voce di Buddy, che al loro confronto neanche tanto si sforza. A fine brano, dopo vari dilungamenti chitarristici, Keith Richard si sfila la bellissima Guild Starfire V Black e la dà al bluesman, il quale non capisce. Deve portargliela nel backstage? Ma Richard gli dice: è tua, è per te. Come a dire: ma che cavolo ci faccio io con una chitarra fighissima, se questo con una super sfigata, due note e una voce da orco ci asfalta tutti in sedici battute? Subito dopo Mick Jagger, tra ammirazione e scorno, saluta e ringrazia pubblicamente: “Buddy Guy, ladies and gentleman, Buddy fucking Guy”.

Cosa c’entra questa storia con “Sinners?” Niente, anzi tutto. Nel film la metafora è grezza ed esplicita: l’uomo bianco ha sempre sottomesso e sfruttato l’uomo nero. Ne ha succhiato il sangue e rubato l’anima, sia nei campi di cotone che nelle bettole dove si faceva musica. Gli ha strappato le forze, l’emotività e la creatività per trasformarle in successi e denaro per sé. Si è impossessato delle radici ancestrali, le ha riadattate snaturandole, per piegarle a suo piacimento e gusto. Così i neri non sono mai stati liberi possessori della loro storia, tradizione, cultura, arte. Sì, forse in qualche attimo illusorio, fuggente e fiammeggiante, ma per il resto sono sempre stati dominati e manipolati dai bianchi. Non che non ci abbiano provato a ribellarsi, ma non ci sono riusciti, perché i bianchi sono il male, vampiri che li hanno svuotati nell’anima di sensualità, divertimento e passione, restituendoli alla nazione sottomessi e normalizzati. E ciò anche attraverso la musica che, si sa, ha un potere trascendentale, ma può pure attirare i demoni. Come è successo al giovane chitarrista Sammie, che ritroviamo invecchiato nel finale del film, ambientato al giorno d’oggi, interpretato dal nostro Buddy Guy. Ma guarda, proprio lui, che nel suo locale, al termine di una blues-session, viene visitato da due redivive, temibili, vecchie conoscenze. E già il futuro si prospetta di nuovo incerto anche per chi crede di averla scampata.

Beh, se stessimo facendo la storia del popolo americano si potrebbe trattare di materiale serio, decisamente meno, invece, visto che si tratta di un film dai risvolti horror splatter. Che per altro sono la parte migliore e più divertente, cioè quando i neri, in un lampo di libertà, si oppongono alla chiesa e ai padroni, scatenando la gioia di ballare, giocare, bere e fare sesso. E ne vengono spettacolarmente puniti con sviluppi brutali e sanguinolenti. Molto meno, invece, convince il film in tutta la sua cornice drammatica, sentimentale, morale.

Infine, volgiamo scomodare Tarantino? Non direi, troppo raffinato e bianco. Steve McQueen regista? Mmm, troppo problematico. Robert Rodriguez? Siamo già più vicini, pur senza l’ironia sfrenata di “Dal tramonto all’alba”, e con in più un sostrato accusatorio che smussa i godibili accenti deliranti. Attore protagonista, sceneggiatura originale, fotografia, colonna sonora, Oscar meritati? Bah!

Insomma, un film di serie B, che tenta di elevarsi attraverso la rabbiosa denuncia di antiche sottomissioni e la necessità di primitive ribellioni. Beneficiando peraltro di una confezione curata e della libertà di attraversare i vari generi. Ma in fondo divertente finché diverte e più modesto quando prova ad essere altro.

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