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L'amore e la Storia

“Come gli uccelli”

C'è tanto materiale su cui riflettere nel testo “Come gli uccelli”, scritto dal franco-libanese Wajdi Mouawad e adattato da Lorenzo De Iacovo e Marco Lorenzi, quest'ultimo anche regista dello spettacolo andato in scena dal 12 al 15 marzo al Teatro Sociale. Si parla di identità e radici, sullo sfondo del conflitto israelo-palestinese, ma anche di mitologia e genetica, e ancora di amore e legami familiari. Protagonisti del testo, rappresentato a Parigi per la prima volta nel 2017, sono Eitan e Wahida, lui ebreo e lei araba, lui laureato in genetica, lei alle prese con una tesi sul filosofo Al Wazzan; quella che sembra una storia d'amore assume ben presto una dimensione universale perché coinvolge i membri di una famiglia alle prese con un passato rimosso e con i confini culturali e mentali che ci costruiamo. Una trama complessa - ben tre ore e mezzo di spettacolo - che si intreccia con i principali eventi che hanno caratterizzato il conflitto in Medio Oriente e che si sviluppa su diversi piani temporali, collegati tra loro con vari flash back e scanditi in quattro tempi: Uccello di bellezza, Uccello del caso, Uccello di disgrazia e Uccello anfibio.

L'incontro tra Eitan (Federico Palumeri) e Wahida (Lucrezia Forni) avviene in una biblioteca a New York, dove i due giovani studiano: un amore a prima vista. Ma ben presto la vicenda si complica perché, quando Eitan vuol fare conoscere Wahida alla sua famiglia, al padre David (Elio D'Alessandro) e alla madre Norah (Rebecca Rossetti) che vivono a Berlino, questi ultimi si oppongono perché la ragazza non è ebrea.

Il conflitto deflagra così nella famiglia apparentemente progressista: i genitori non vogliono ammettere che si oppongono per l'etnia di Wahida, ma perché pensano che lei non potrà farlo felice, perché non fa parte della loro cultura. A niente valgono le argomentazioni di Eitan, che di fronte alla chiusura mentale del padre, oppone le leggi delle genetica, per cui secondo lui molecole e atomi non hanno impresse le sofferenze sopportate dagli antenati nelle persecuzioni contro gli ebrei.

“Come gli uccelli” (foto di Giuseppe Di Stefano)

L'amore dei due giovani sfida i confini mentali creati dalla Storia, dall'eterno conflitto medio-orientale; credono in un futuro per loro, e per capire meglio le rispettive appartenenze decidono di fare a ritroso il viaggio dei loro genitori, tornando in Israele. Siamo nel 2013, e Eitan viene coinvolto in un attentato mentre viaggia sull'Allenby Bridge che separa Israele dalla Giordania. È ferito gravemente e al suo capezzale arrivano i genitori dalla Germania e il padre di David, Etgar (Aleksandr Cvjetkovic). Si scopre così che quest'ultimo si è separato dalla moglie Leah (Irene Ivaldi) ed ha cresciuto suo figlio da solo, rifiutandosi di dire al bambino la verità, un segreto che fa crollare la fede granitica dell'ebreo integerrimo, privato della sua identità. Mentre Wahida, nata negli Stati Uniti, ora riscopre la sua appartenenza. È uno scambio di ruoli: David ritroverà la pace interiore per affrontare la morte accompagnato dalle parole in arabo, mentre Wahida si riapproprierà del suo mondo.

Se la trama può sembrare appiattita sulla cronaca, lo spettacolo è molto più che una denuncia contro la guerra, perché intreccia vari piani di riflessione su come gli individui di fronte agli eventi storici reagiscono, assumendosi scelte che sono esse stesse foriere di altri eventi. La potenza della parola è la cifra stilistica del testo, che mescola la contemporaneità alla dimensione epica, come la storia dell'uccello anfibio attratto dal mare e dalle sue creature che si trasforma in pesce attivando le branchie e immergendosi nella coltura acquatica.

Di particolare suggestione è la recitazione adottata dai protagonisti della compagnia “Il Muro di Amleto”, che parlano in italiano, tedesco, ebraico e arabo mentre le loro parti sono tradotte in un testo proiettato sul muro, unico elemento scenico, che è sì simbolica rappresentazione del muro che ha sempre diviso le culture del Medio Oriente, ma è anche una superficie su cui convergono le diverse lingue, in una mescolanza di voci e suoni che accompagnano tutto lo spettacolo.

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