Inceneritore: i numeri non tornano
Da oltre 35 anni mi occupo di impianti tecnologici,sia come progettista di impianti industriali di produzione di energia elettrica, sia come docente del settore elettrico-elettronico e automazione industriale. Nell'ambito delle mie attività ho approfondito frequentemente i processi industriali relativi alla gestione dei rifiuti, lavorando in passato anche in un'industria mineraria, quindi conoscendo molto bene i sistemi di filtraggio delle polveri.
Qui vorrei sintetizzare uno studio che ho predisposto secondo i dati forniti per la costruzione di un inceneritore. Nel dibattito sulla gestione dei rifiuti urbani si torna spesso a parlare della costruzione di nuovi inceneritori. Tuttavia, analizzando i dati tecnici disponibili, emerge come questa soluzione possa risultare poco conveniente sia dal punto di vista ambientale sia da quello economico, soprattutto in territori dove la raccolta differenziata ha già raggiunto livelli molto elevati, come il nostro Trentino. Analizzando la gestione di circa 50.000 tonnellate annue di rifiuto residuo (in realtà sono meno, ma arrotondiamo per eccesso), in un contesto con raccolta differenziata all’84% circa, si mette a confronto l’incenerimento con il trattamento meccanico-biologico (TMB), valutandone emissioni, costi e prospettive future del sistema rifiuti.

Il primo elemento che emerge riguarda l’impatto ambientale. Le stime indicano che un impianto di incenerimento di queste dimensioni produrrebbe circa 60.000 tonnellate di CO? all’anno, mentre il trattamento meccanico-biologico si fermerebbe intorno alle 15.000 tonnellate. Anche sul fronte delle polveri sottili la differenza è rilevante: le emissioni di PM10 risultano nettamente più elevate negli impianti di incenerimento, mentre nel TMB rimangono molto più contenute, e la stessa cosa riguarda le più pericolose PM2, talmente piccole da legarsi alle molecole del sangue.
L’analisi economica è altrettanto significativa. Il costo di trattamento dell’incenerimento è stimato in oltre 230 euro per tonnellata, contro circa 135 euro per tonnellata del TMB. Si tratta di una differenza consistente che, nel lungo periodo, si traduce in un aumento dei costi complessivi del sistema di gestione dei rifiuti e quindi, potenzialmente, anche delle tariffe per cittadini e imprese.
Ma il vero nodo riguarda la quantità di rifiuti disponibili. Con una raccolta differenziata già all’84%, il rifiuto residuo è relativamente limitato. Secondo i dati noti, con il progressivo miglioramento della differenziata – che potrebbe superare il 90% nei prossimi anni – la quantità di rifiuto residuo potrebbe ridursi ulteriormente fino a circa 20.000 tonnellate annue entro il 2035. In queste condizioni un inceneritore rischierebbe di diventare strutturalmente sovradimensionato rispetto ai flussi reali di rifiuti. Gli impianti di incenerimento, infatti, hanno bisogno di quantità costanti ed elevate di rifiuti per funzionare in modo economicamente sostenibile. Se il combustibile – cioè il rifiuto residuo – diminuisce, i costi fissi dell’impianto si distribuiscono su volumi più bassi, aumentando ulteriormente il costo per tonnellata trattata.
Questo fenomeno può generare una diseconomicità strutturale: un impianto costoso da costruire e gestire che, a causa della riduzione dei rifiuti, rischia di funzionare sotto capacità. In diversi casi europei, quando la produzione di rifiuti residui diminuisce, gli inceneritori devono addirittura importare rifiuti da altri territori per restare operativi. È davvero questo che vogliamo? Ovviamente si deve a tutti i costi "chiudere il ciclo dei rifiuti", anche se la definizione tecnica è impropria, perché qualsiasi scelta implica residui da conferire a discarica; discarica speciale, che da noi non esiste, per i rifiuti da incenerimento, mentre per i TMB si tratta di rifiuti normali.
Alla luce di questi dati, si evidenzia come in territori già avanzati nella raccolta differenziata la costruzione di un inceneritore possa rivelarsi una scelta poco razionale. L’impatto ambientale rimane più elevato rispetto ad altre soluzioni e, soprattutto, la quantità di rifiuti disponibile non garantisce l’equilibrio economico dell’impianto.
In un sistema che punta alla riduzione dei rifiuti e all’economia circolare, la strategia più coerente appare quindi quella di investire in impianti più flessibili e compatibili con la progressiva diminuzione del rifiuto residuo, evitando infrastrutture rigide che rischiano di diventare rapidamente sovradimensionate e costose.