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QT n. 9, settembre 2019 Monitor: Cinema

“Festival di Venezia”, I parte

Quattro film italiani

Al Festival del cinema di Venezia vengono proiettati circa 150 film divisi in varie sezioni. Quelli italiani son poco più di una trentina. Di questi ne ho visti (purtroppo) solo sei: due in concorso, un cortometraggio e tre in sezioni diverse.

Il mio discorso quindi è molto parziale e riguarda alcuni film in sala proprio a settembre, ma quello che ho visto lo posso sintetizzare con un: più estetica che sostanza.

“Il sindaco del Rione Sanità”

Mario Martone, in concorso con “Il sindaco del rione Sanità”, porta sullo schermo un riadattamento del testo di De Filippo, già realizzato in teatro. Tutti a criticare, bu bu bu: che ci fa in concorso un film così teatrale? Ma quanti adattamenti teatrali shakesperiani abbiamo visto al cinema, con sfasature d’epoca, di personaggi, di contesti, eccetera? E non è legittimo fare lo stesso con De Filippo? Dipende da come si fa. Ebbene, Martone non si sforza di dimostrare che il lavoro non è teatrale, anzi, certi monologhi e la parte finale - inquadratura fissa dalla platea - sottolineano proprio la teatralità del film.

Su questo impianto ecco il sincretismo con le serie tv di camorra: epoca contemporanea, comportamenti e costumi malavitosi, pistoloni, giubbotti di pelle nera, linguaggio aggressivo… Il sindaco, qui un boss criminale, redime a suo modo problemi e conflitti degli abitanti della sua zona. L’atmosfera e i prototipi umani sono quelli degli odierni quartieri cittadini, ma le parole sono di De Filippo. Un testo messo alla prova dalla contemporaneità priva dei confini morali del passato, dove emerge un’umanità feroce e ambigua. Così come sono ambigui, stilisticamente e contenutisticamente, certi monologhi e sequenze che si scontrano sul bene e male. Operazione riuscita o maquillage opportunistico sull’onda dei successi del genere televisivo? Personalmente ho apprezzato proprio certe pieghe ed evidenti forzature.

“5 è il numero perfetto”

Parlando di generi (cinematografici) c’è un film che ne affastella parecchi, è “5 è il numero perfetto” di Igor Tuveri (il cartoonist Igort). Anche qui siamo a Napoli, ma è una città notturna, vuota, pulita e tetra, pura scenografia devitalizzata. Nera e intensamente colorata dai tagli di luce chandleriani.

Qui si muovono killer tarantineschi, sparatorie alla Peckinpah, situazioni da “Sin City”, movimenti alla Hong Kong noir… Il regista, che porta sullo schermo una sua graphic-novel, ci tiene tanto a dire che non si tratta di un cine-fumetto, ma lo è, e non c’è niente di male. Costumi, scenografia, fotografia: l’estetica è OK, la storia una banalità al suo servizio (solita vendetta).

“Vivere”

“Vivere” di Francesca Archibugi è un prodotto classico della premiata ditta Virzì, Archibugi, Ramazzotti (Micaela). Ha un bel dire la regista che non si tratta di un film familiare (e anche qui non si capisce perché ci tenga tanto a smentire), perché questo invece è proprio un film familiare. E non sarebbe per nulla un difetto, un vizio di forma pregiudiziale, se i vizi di forma non ci fossero poi davvero nell’opera, più che nella sua definizione. Gli uomini: tutti, indistintamente sono inadeguati, deboli, infantili, vittime delle loro pulsioni sessuali. Cheppalle!

La Ramazzotti è carina, spettinata, ingenua, affettuosa, sempre di corsa, sbadata, troppo sincera e un po’ burina. E daje!

La Roma delle prime periferie e dei villoni in centro, e le classi sociali che si incontrano e mescolano ma poi… Ebbasta!

Il film funziona pure, può intrattenere e divertire, ma appena finito ti chiedi: ma embè? E non c’è risposta.

“Martin Eden”

Altro film in concorso, e già nelle sale, è “Martin Eden” di Pietro Marcello, liberissimo adattamento del romanzo di Jack London. Le vicende sono ambientate a Napoli (anziché a San Francisco) e il protagonista si muove attraverso tutto il Novecento (anziché il solo primo Novecento) diversificato di scenografie, costumi, personaggi, situazioni, riferimenti storici. Le sequenze sceneggiate sono costantemente inframezzate da materiale di repertorio di tutto il secolo che evocano ambienti, atmosfere, stati emotivi, metafore. Il racconto poi però è lineare, segue il romanzo, ma il film risulta squilibrato tra la prima parte, il percorso di emancipazione personale, e la seconda, con il raggiungimento del successo e la soddisfazione effimera che porta il protagonista ad una crisi d’identità e senso profonda. Se ne perdono così i passaggi e le ragioni, col rischio di inficiare parte del senso di tutto il film.

Decisamente apprezzabile la grande libertà estetico-stilistica, che associa materiali diversi, epoche, personaggi, ideologie, situazioni; ma qualche insistenza e forzatura (i fascisti del finale) fanno pensare di essere entrati in uno di quei locali oggi tanto alla moda, arredati con sedie, tavoli, specchi, quadri totalmente diversi in forme e materie, studiatamente scombinati, al punto da costituire già uno stile, una maniera, proprio nel loro improprio accrocchio.