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“Francesca da Rimini”

Zandonai a Milano

Daniele Valersi
“Francesca da Rimini”

Il principale ente lirico italiano ha riscoperto un capolavoro di Riccardo Zandonai, personalità poliedrica, gloria musicale del Trentino, compositore oggi forse non sufficientemente apprezzato. Francesca da Rimini, la sua opera più rappresentata, è stata allestita nell’attuale stagione del Teatro alla Scala, dopo un’assenza di quasi sessant’anni. Una musica, sontuosa, ricca di contrasti e di sfumature, rutilante per varietà timbriche, espressiva nel suo naturale habitat tonale, ha incontrato un interprete ottimale nel direttore Fabio Luisi, che ha fatto dell’Orchestra del Teatro alla Scala l’artefice di maggiore merito del successo dell’opera, alla quale non mancano ulteriori aspetti di pregio. Centrata la regia (David Pountney), ottimi scene (di Leslie Travers) e costumi (di Marie-Jeanne Lecca).

Il libretto di Tito Ricordi è tratto dall’omonima pièce teatrale di Gabriele D’Annunzio, il quale non solo approvò la riduzione, ma vi operò degli interventi di suo pugno. L’allestimento scaligero rende piena giustizia al capolavoro zandonaiano, le scelte stilistiche sono informate all’impronta estetizzante dell’Imaginifico, rilevabile nella scenografia principale (dove domina un’imponente statua femminile che riproduce una delle figure marmoree del Vittoriale), nell’atelier d’artista (teatro dell’uccisione del giullare) e nei costumi di Francesca e delle sue donne, che rimandano allo “stile floreale” e all’illustrazione di Adolfo De Carolis. A D’Annunzio alludono anche oggetti scenici come il biplano in avaria e la torre metallica irta di bocche da fuoco (dov’è ambientata la battaglia), quasi un’esaltazione della guerra in chiave futurista.

L’antitesi tra amore e possesso bruto, rappresentata nei contrasti della partitura, sulla scena si materializza opponendo tinte pastello, oltre al biancore diafano della statua e del libro-letto (latore delle avventure amorose cantate dai romanzi medievali nonché luogo materiale della passione) ai neri costumi dei Malatesta, all’incombente, fumante selva di cannoni, alle lance che trafiggono la statua.

La bella voce di Maria Josè Siri dà vita a una Francesca passionale e intensa, Paolo il Bello è Marcelo Puente, voce suadente ma non sempre ben distinta, a tratti sovrastata dall’orchestra; ineccepibile Gabriele Viviani, rude e impositivo come Giovanni lo Sciancato, così pure Luciano Ganci, un Malatestino dall’Occhio accanito e inquietante; a dovere funziona il coro preparato da Bruno Casoni. La serie positiva continua con Samaritana (Alisa Kolosova), Ostasio (Costantino Finucci), Biancofiore (Sara Rossini), Garsenda (Valentina Boi), Altichiara (Diana Haller), Adonella (Alessia Nadin), Smaragdi la schiava (Idunnu Münch), Ser Toldo (Matteo Desole), Il Giullare (Elia Fabbian), Il Balestriere (Hun Kim), Il Torrigiano (Lasha Sesitashvili).

Si sconfina nel kitsch con l’ingresso di Paolo, completamente ricoperto d’oro come pure il cavallo e la scorta (ma in contesto dannunziano gli eccessi non sono fuori luogo). Di scarsa efficacia scenica il momento clou: i due amanti non sono trafitti insieme dalla lama di Gianciotto, ma sono puntati da una lancia che cala dall’alto e si ferma a metà strada, privando così il dramma (storicamente consumatosi nella rocca malatestiana di Gradara e cantato da Dante nel Quinto dell’Inferno) del suo acme naturale. La sala corrispondeva gli artisti selettivamente, acclamando con entusiasmo Luisi e l’orchestra (protagonisti di una performance grandiosa), Maria Josè Siri allo stesso modo, tributando applausi di prammatica a Marcelo Puente e alle altre parti, nonostante Viviani/Gianciotto e Ganci/Malatestino meritassero qualcosa in più.

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