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“I cavalieri”

Aristofane il veggente e la satira del populismo

“I cavalieri”

Leggendo molte sue commedie, viene da fare di Aristofane un veggente, tanta è l’attualità dei temi. “I Cavalieri” (un testo da competizione, come vedremo), con la sua pungente satira politica, dopo quasi due millenni e mezzo non perde i suoi aculei ed è in grado di parlare perfettamente dell’oggi. Questa la forza che ha fatto emergere l’allestimento diretto da Roberto Cavosi (che firma traduzione, adattamento e regia) per lo Stabile di Bolzano, in scena dal 3 al 20 maggio nella “casa” del Teatro Studio e poi a Bressanone, Vipiteno, Brunico e Merano.

Aristofane, convinto conservatore, scrive “I Cavalieri” nel 424 avanti Cristo per mettere alla berlina la deriva demagogica della democrazia ateniese, in particolare prendendo a bersaglio Cleone, reo ai suoi occhi di essersi ingraziato le classi sociali più umili con atteggiamenti ipocriti ed adulatori. Lo Stabile riprende e attualizza l’istanza: attraverso i personaggi caricaturali di Paflagone e del Salsicciao si possono scorgere protagonisti della scena politica italiana degli ultimi decenni e, ancor di più, di questi giorni.

Se si pensa che le ultime elezioni politiche hanno visto per la prima volta nella storia della Repubblica vincere forze populiste, che si dichiarano tutrici degli interessi del popolo, si capisce la necessità di riproporre una commedia simile.

Cavosi pone l’azione in una scena (opera di Andrea Bernard) da teatro dell’assurdo, grigia e sporca, una discarica con cassonetti e sacchi delle immondizie, con elementi praticabili. In questo contesto i due servi (Loris Fabiani e Michele Nani), messi in ombra da Paflagone (Fulvio Falzarano), si rivolgono, per rovesciarlo, al Salsicciaio (Antonello Fassari). Si apre un’aspra disputa a suon di invettive e promesse tra il primo, pellaio arricchito scaltro e sornione, piacente nel suo lungo ed elegante cappotto con ricami in pelle, e il secondo, popolano rozzo e volgare che sa tenergli testa a livello di bassezze, superandolo anzi ricorrendo a mezzi ancora più meschini. La rapida ascesa politica del Salsicciaio è spalleggiata, con tanto di tifo da stadio, dai dinamici servi e dal coro dei Cavalieri (o degli Onesti: un ammiccamento all’attualità?), un duo effeminato (Giancarlo Ratti e Mario Sala) forse un tantino stereotipato. Al commento della vicenda c’è inoltre da registrare l’aggiunta del personaggio di Aristofane (Emanuele Dell’Aquila), che da dentro un cassonetto, chitarra elettrica al braccio e fare da rockstar, accompagna musicalmente alcuni passaggi chiave.

Tornando allo scontro, l’ultima parola spetta al “padrone di casa”, il Popolo (Andrea Castelli), rintronato e prono alle profferte dei contendenti, ma in realtà pronto a togliere il potere a chi lo raggira per darlo a chi gli riempie meglio il piatto e la pancia (con una scena calcata alla “Masterchef”) e soddisfa i suoi bisogni e istinti, come sembra dire il finale pop, leggero ma amaro, che Sara Ridolfi (che impersona la Tregua) impreziosisce con il suo canto d’argento.

Uno spettacolo godibile e straordinariamente attuale, capace di sollevare domande sulla contingenza politica. Si ride, anche grassamente a certe trivialità, ma più spesso il riso è quello di una situazione senza uscita, amaro, grottesco. Soprattutto però, “I Cavalieri” del Teatro Stabile di Bolzano è un fatto culturale di rilievo per il progetto all’interno del quale è nato: l’innovativa Wordbox Arena ideata dal direttore artistico Walter Zambaldi. Un moderno agone teatrale che – come alle Lenee del 424 avanti Cristo – ha visto prevalere la commedia di Aristofane.

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