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“Viaggio in Italia. I paesaggi dell’Ottocento dai Macchiaioli ai Simbolisti”

Dalla mongolfiera all’aeroplano Rovereto, Mart, fino al 26 agosto

Vladimiro Sternini
Giovanni Fattori, Buoi e bifolco in riva all’Arno (1864)

Dopo La coscienza del vero. Capolavori dell’Ottocento. Da Courbet a Segantini (2015), il Mart torna a indagare la cultura figurativa dell’Ottocento, secolo caratterizzato da straordinarie invenzioni, sia scientifiche che industriali, che hanno rivoluzionato innanzitutto la percezione del mondo, aprendo la via della modernità.

La mostra, curata da Alessandra Tiddia in collaborazione con l’Istituto Matteucci di Viareggio, registra questo secolo in fermento attraverso un tema di per sé classico, il Paesaggio. È in particolare la luce, al centro di numerose invenzioni del tempo, a rappresentare l’elemento più dirompente, capace di modificare l’approccio pittorico alla veduta, sia urbana che naturale. Si pensi a invenzioni come la fotografia, al contempo concorrente nella ricerca del vero e utile strumento di ricerca, o la litografia, che offriva nella stampa domenicale paesaggi e dettagliate vedute urbane a basso costo, utilizzate però dagli stessi pittori come fonte iconografica. Anche i nuovi mezzi di trasporto, come la mongolfiera o il treno, modificarono la pratica di questo genere pittorico, introducendo nuovi punti di vista, così come nuovi formati.

Il Paesaggio nell’Italia dell’Ottocento rappresentò anche un mezzo di conoscenza di un territorio che andava recuperando una propria identità politica, attraverso il processo di unità nazionale. Un paesaggio realmente attraversato, conosciuto e vissuto attraverso la nuova pratica della pittura en plein air, lontana anni luce dall’idealizzazione accademica, dal paesaggio d’impronta classica fino ad allora dominante e in parte legato all’esperienza del Grand Tour.

Nell’impari lotta con il realismo fotografico, la pura riproduzione del paesaggio non bastava più: il pittore viene così spinto a filtrare la veduta con il proprio io, con il proprio sentimento e la propria individualità; un processo intimo quanto rivoluzionario che affrancò il genere sia dal puro vedutismo, che dalla pittura di storia.

Il percorso, che procede per scuole regionali, dal Sud al Nord Italia, presenta un’ottantina di opere che affrontano svariate accezioni legate al paesaggio, dalla pittura dal vero alla resa evanescente dell’atmosfera. Una sala introduttiva pone al centro due protagonisti del genere: Ippolito Caffi, modernizzatore del vedutismo anche tramite l’utilizzo di nuovi punti di vista, come i paesaggi in mongolfiera o le vedute notturne, e Giuseppe De Nittis, le cui vedute en plein air dedicate al Vesuvio aprono alle successive sale dedicate alla Scuola di Posillipo, sorta a Napoli all’inizio degli anni Venti dell’Ottocento su iniziativa del vedutista olandese Anton van Pitloo prima e di Giacinto Gigante poi. Questo gruppo di artisti fu il primo ad accentuare gli accenti lirici e sentimentali del paesaggio, alllora considerato genere minore, ma proprio per questo meno codificato e più aperto a possibilità di sperimentazione; al contempo, la Scuola di Posillipo fu la prima ad aggiornarsi a certi esiti europei della pittura di paesaggio, da quella di William Turner - presente a Napoli proprio nel corso degli anni Venti - a quella di Camille Corot, tra i protagonisti della Scuola di Barbizon.

Risalendo verso Nord, il percorso approda alla Toscana dei Macchiaioli, gruppo sorto attorno al 1855 in contrasto all’accademismo storicista, al quale oppose una pittura libera, costruita appunto da macchie di colore. Supportato da critici come Diego Martelli, ebbe come protagonisti Silvestro Lega, Vincenzo Cabianca, Giuseppe Abbati, Odoardo Borrani, Giovanni Fattori e Telemaco Signorini, tutti documentati nel percorso da ampie vedute perlopiù dal taglio orizzontale, il più adatto per catturare vaste porzioni di paesaggio.

Ippolito Caffi, Ascensione in mongolfiera (1847)

Segue un focus dedicato a un altro grande paesaggista, Antonio Fontanesi, abilissimo nel rendere le variazioni atmosferiche tramite una pittura sentimentale, a tratti monocroma, che anticipa la sezione Paesaggi dell’anima, nella quale spicca, oltre ad alcuni capolavori di Giovanni Segantini, Bartolomeo Bezzi e Luigi Nono, una tela di Tammar Luxoro, La via ferrata (1870), nella quale un brumoso paesaggio carico di nubi è attraversato da un treno a vapore.

Un tema topico della pittura di paesaggio è la laguna di Venezia, alla quale è dedicata un’intera sezione, Dalla veduta alla visione, in cui più che i palazzi veneziani che si affacciano sui canali - comunque testimoniati da opere di Bartolomeo Bezzi e Pietro Fragiacomo - troviamo la laguna più silente e immersa nella natura, come in alcune opere di Guglielmo Ciardi, da La pesca delle telline (1874) a Laguna, bassa marea (1875).

L’ultimo capitolo della mostra è consacrato all’approdo simbolista della pittura di paesaggio ed è segnato da opere di Giuseppe Pellizza da Valpedo, Gaetano Previati, Angelo Morbelli e Angelo Maragliano; di quest’ultimo è esposta un’opera, Pianura bresciana (1905-1909), in cui compare un aeroplano nel corso di un volo di ricognizione, quasi a riconnettersi, con un aggiornamento nei mezzi, a quell’Ascensione in mongolfiera (1847) di Ippolito Caffi posta in apertura di percorso.

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