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Porfido: imprenditori soddisfatti; ma gli operai?

Col nuovo contratto un deciso passo indietro per i lavoratori

Enzo Sevegnani e Walter Ferrari (Coordinamento Lavoro Porfido)

Ufficialmente l’11 aprile 2018 è stata annunciata la firma del nuovo Contratto integrativo provinciale per i lavoratori del porfido: “Un passo avanti” - hanno sottolineato, unanimemente soddisfatti, nelle loro dichiarazioni alla stampa locale, Sindacati, Artigiani, Industriali e l’Ente Sviluppo Porfido. Gli stessi non hanno mancato di evidenziare le “innovative logiche nella qualità del prodotto e del processo produttivo” contenute nel nuovo contratto. Ma è proprio vero?

Di fatto la parte normativa, illustrata ai lavoratori in assemblea ad Albiano, prevede due novità sostanziali di cui solo una è stata illustrata alla stampa, vale a dire l’affidamento a Centrofor (ente paritetico dell’edilizia) dei controlli sulle condizioni di lavoro per quanto riguarda salute e sicurezza. Verrà attivato – ha spiegato nell’assemblea Marighetti (Fillea-Cgil) - un servizio tecnico di controllo che, nel caso di violazione delle norme, farà in prima battuta una richiesta all’azienda e nel caso di inadempienza informerà la Commissione bilaterale di settore per gli eventuali provvedimenti del caso.

Ma oltre alle parole di Marighetti non è stato presentato ai lavoratori nulla di scritto nero su bianco su un tema su cui i sindacalisti hanno sempre parlato di trattativa difficile, i dettagli operativi sono decisivi, e in ogni caso la soluzione prospettata va contro la promessa fatta dal Sindacato ancora nell’autunno 2016 relativa alla nomina di un delegato alla sicurezza di settore (così come da anni richiesto dai lavoratori) e di fatto risponde all’esigenza di “addomesticare” i controlli tenendo il più possibile alla larga gli enti preposti, che comunque non hanno fin qui brillato per il loro zelo.

La seconda novità, taciuta alla stampa ma illustrata in assemblea, riguarda una questione ancora più spinosa soprattutto per le possibili implicazioni future, quella relativa alla riduzione dell’orario di lavoro.

Viene introdotta una modifica, potenzialmente pericolosa, e infatti già osteggiata dai lavoratori nell’estate 2016. Perché pericolosa? Per capirlo occorre rifarsi alla memoria dei primi contratti e di come era il settore fino alla metà degli anni Settanta, quando l’operaio veniva licenziato alle soglie dell’inverno e riassunto, se tutto andava bene, nella primavera successiva. L’introduzione della Cassa integrazione invernale, a seguito delle lotte operaie di quegli anni, mise fine a tale sistema e costrinse le ditte ad adottare contratti di lavoro a tempo indeterminato, a garanzia dei quali stava il fatto che per ben 9 settimane, sulle 12 totali potenzialmente coperte da Cig, il lavoratore rimaneva per un’ora al giorno (corrispondente alla riduzione d’orario retribuita) a carico dell’azienda. L’INPS interveniva quindi coprendo le rimanenti 7 ore e l’operaio non rimaneva mai di fatto per più di tre settimane con una sospensione totale dal lavoro, che se superiore ai due mesi potrebbe far scattare l’interruzione dell’attività lavorativa in un settore considerato usurante e quindi di fatto comprometterne i vantaggi a livello pensionistico (gli anni di lavoro per il conteggio relativo devono essere continuativi).

Ora, attraverso una modifica che qui non illustriamo nei dettagli, si perde quella conquista. Non solo: si apre la porta alla possibilità di contratti stagionali qualora insorgessero difficoltà e contestazioni rispetto al riconoscimento della cassa integrazione invernale da parte dell’INPS e i lavoratori non fossero disposti a lavorare con condizioni atmosferiche solo parzialmente avverse o non vi fosse la convenienza da parte della ditta a proseguire l’attività con orari ridotti.

Per quanto riguarda poi la parte economica, il nuovo contratto ha soppresso il “premio presenza” (in media 134 euro al mese) e diminuito l’indennità di settore di 25 euro mensili. Anche il “premio di risultato” viene legato a parametri che dipendono in buona sostanza dalle scelte aziendali e per di più sono difficilmente verificabili.

Dove sono dunque le tanto sbandierate novità? Tutto si riduce alla nuova voce contrattuale “Cottimi di qualità” che sulla base dell’esperienza assomiglia molto ad un ossimoro. Di che si tratta? Si tratta di un aumento di pochi centesimi di cottimo che passerebbe da euro 2,25 con un punteggio individuale da 0 a 2, a euro 2,29 con punteggio da 3 a 8 e infine a euro 2,32 con punteggio pari a 9; come si vede, sono 7 centesimi se viene raggiunto il massimo del punteggio.

Ora il termine “di qualità” è una presa in giro. Infatti i punteggi vengono assegnati in base alla resa individuale del lavoratore, alla presenza sul lavoro e all’assenza di provvedimenti disciplinari. Ma che c’entrano queste voci con la qualità della lavorazione? L’unica voce attinente è un’altra, relativa ai controlli aziendali per il marchio “Porfido Trentino Controllato”: ma qui siamo di fronte a scelte aziendali, che cosa c’entra il singolo lavoratore, come si può fare dipendere da esse il suo salario?

Ridicola poi appare una remunerazione maggiore di 7 centesimi al quintale qualora venga raggiunto il punteggio massimo. Appare dunque evidente che il vero carattere innovativo sta nell’aver tolto circa 160 euro mensili dal salario fisso, dando per il momento lo zuccherino dei 108 euro di “premio di risultato territoriale” e lasciando la possibilità al lavoratore di recuperare parzialmente attraverso il lavoro a cottimo la quota di salario fisso persa. Considerando che quest’ultimo rappresenta non solo uno dei principali fattori di rischio per la salute e la sicurezza di chi lavora in un settore particolarmente usurante come il porfido, ma anche una modalità produttiva da sempre in conflitto con la qualità del prodotto, pare evidente che con questo contratto si sia voluto andare nella direzione opposta rispetto a quella tanto sbandierata.

L’unica reale novità consiste infatti nelle due modifiche alla parte normativa sopra descritte e all’assoggettamento ancora maggiore dei lavoratori alle pressioni padronali, ben dimostrato dai parametri di resa, presenza (con penalizzazione per chi si ammala) e provvedimenti disciplinari a cui è assoggettato il premio relativo al “cottimo di qualità”.

Perché i lavoratori hanno approvato?

Perché dunque i lavoratori, che nel luglio-agosto 2016 erano insorti nei confronti del Sindacato, hanno questa volta approvato docilmente? Va riconosciuto certo che l’arretramento sul piano economico che era stato paventato nell’assemblea del 15 luglio 2016, quando ai lavoratori era stato chiesto un mandato a chiudere una trattativa iniziata a loro insaputa, prevedeva la cancellazione dell’indennità di settore e quindi avrebbe comportato una perdita salariale secca assai maggiore, nell’ordine dei 500 euro. Risultato evitato dalla mobilitazione operaia, di cui si era fatto portavoce il delegato della Filca-Cisl Ernesto Muhlbacher e sostenuta in maniera decisa dal Comitato Lavoratori Porfido con la raccolta di oltre 200 firme su un documento che chiedeva al Sindacato di sospendere immediatamente ogni trattativa in corso senza mandato dei lavoratori.

Va anche considerato che la trattativa è stata condotta sotto la spada di Damocle della disdetta unilaterale del contratto vigente (quello sottoscritto nel 2004 e non più rinnovato) comunicata dagli imprenditori nel dicembre 2016, mossa che poteva essere prevista e per certi versi prevenuta, come chiedeva il C.L.P., e che invece il Sindacato ha permesso.

Basti dire che il rinnovo contrattuale è avvenuto senza alcuna azione di lotta da parte dei lavoratori, eccettuato uno sciopero a marzo 2017.

La chiave per comprendere i mutamenti successivi sta paradossalmente nelle stesse affermazioni fatte dai sindacalisti nell’ultima assemblea di Albiano del 13 marzo scorso, secondo i quali con la nuova legge Olivi-Viola i lavoratori avrebbero maggiori tutele derivanti dall’applicazione dell’art. 33, che prevede l’introduzione di un vincolo occupazionale che le aziende avrebbero dovuto rispettare per la durata della concessione stabilita con i provvedimenti di proroga adottati dai Comuni nel 2011. Peccato che tale norma fosse in realtà contenuta nella L.P. 7/2006 e sia stata fin qui disattesa da tutti i Comuni, oltre ad essere stata sistematicamente aggirata da ben 3 Protocolli d’intesa sottoscritti dai Sindaci e dai sindacati, ed infine scardinata dalla L.P. 1/2017 (Olivi-Viola) rinviandone l’adempimento al 31.12.2017. Una decisione probabilmente presa per mettere al riparo gli amministratori locali e provinciali, oltre ai concessionari, dalle possibili conseguenze derivanti dagli esposti presentati alla Procura della Repubblica da parte del C.L.P. in merito a tali gravi inadempienze.

L’adempimento entro i nuovi termini, che da quanto riportato dalla stampa è avvenuto solo da parte del Comune di Albiano, ha fissato nell’ordine del 60% la riduzione occupazionale possibile da parte dei concessionari rispetto ai livelli del 2011 e ha di fatto scardinato ogni tutela reale dell’occupazione.

Una vera beffa, se si pensa che la necessità di una ulteriore proroga delle concessioni agli stessi concessionari, peraltro di ben 18 anni anziché di 9 come avveniva in precedenza, era stata nel 2006 sostenuta sulla base della necessità di tutelare i livelli occupazionali!

Cosa c’entra tutto questo col consenso dei lavoratori sul contratto? C’entra, perché così facendo il legislatore provinciale e l’amministratore locale hanno dato alle imprese concessionarie e ai sindacati, sulla base dell’ultimo protocollo siglato nel 2012, un ampio potere sul licenziamento degli operai. In tale accordo infatti è previsto che di concerto le parti, dopo un confronto con i Sindaci, possono concordare riduzioni occupazionali: ai lavoratori interessati viene proposto di sottofirmare una liberatoria nella quale rinunciano ad impugnare il licenziamento e in cambio viene garantito loro l’accesso agli ammortizzatori sociali. Per chi non accetta rimane l’impervia via dell’impugnazione individuale cercandosi un avvocato disponibile per trovarsi poi contro non solo l’azienda ma anche i sindacati, e per di più senza alcun appiglio legislativo che gli consenta di far leva sui disciplinari di concessione nei quali, in teoria, sarebbe previsto il rispetto dei livelli occupazionali indicati nei piani di coltivazione.

Che la pressione in tal senso sia stata e sia forte lo dicono gli stessi lavoratori; anche il già citato Muhlbacher (passato nel frattempo alla Fillea-Cgil) ha dichiarato in assemblea di essere oggetto di “attenzioni” non proprio benevole da parte della Odorizzi Cave, l’azienda per la quale lavora. Uno degli scriventi è testimone indiretto del trattamento non proprio di favore che una ditta di Albiano riserva ad un giovane operaio marocchino (iscritto alla Fillea-Cgil e facente parte del C.L.P.) che ha partecipato coraggiosamente allo scontro con il Sindacato dell’estate 2016, tra l’altro denunciando nella conferenza stampa tenuta davanti alla mensa di Albiano il 3 agosto 2016 i soprusi subiti. Da allora è stato un susseguirsi di continue piccole contestazioni, trattamenti discriminatori, fino agli insulti razzisti e all’aggressione sul posto di lavoro, con la beffa della denuncia da parte degli stessi datori di lavoro.

Questo il clima che si respira nelle cave e che ha determinato la diserzione delle ultime assemblee da parte degli operai più combattivi, ormai sfiduciati, lasciando così che la componente più passiva e ricattabile determinasse l’esito delle stesse, dando via libera alla firma di un contratto che rischia di riportare le condizioni di lavoro agli anni ‘70. Non dobbiamo stupirci se dentro questi lavoratori cova un rancore che trova quale unica espressione l’appoggio e il voto a forze politiche xenofobe, prendendosela magari con l’operaio immigrato, in condizioni di debolezza ancora maggiori, anziché trasformarsi in volontà di resistenza per difendere i diritti e la dignità di tutti.