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“Ready Player One”

di Steven Spielberg, Puro divertimento

Ho visto questo film in una multisala a Molfetta, in provincia di Bari. È stata un’esperienza interessante, la dimostrazione di quanto un film sia un prodotto di consumo come altri: videogiochi, patatine, pop corn, cocacola, ecc. Prima della proiezioni ci sono stati poi 25 minuti di pubblicità, con almeno 15 trailer di altri film. A parte lo sfinimento e l’irritazione, mi sono accorto che metà delle prossime programmazioni riguardavano film di fantasia/avventura, dai toni per lo più apocalittici, ispirati ai fumetti e realizzati in prevalenza in videografica. La maggior parte degli altri erano commedie italiane.

Ciò che veramente colpisce è dunque quanto le sconfinate potenzialità dell’elettronica abbiano penetrato questo media, per la realizzazione di grandi quantità di film fantasy con storie e personaggi sempre più irreali.

E proprio sul rapporto immaginazione/realtà è imperniato anche “Ready Player One”, ultimo film di Steven Spielberg. Ma a parte qualche ideuzza sul non porre limiti alla fantasia, e magari metterne alcuni alla realtà, il film non pare proprio un lavoro impegnato, portatore di qualche messaggio, di riflessione filosofica o esistenziale. Al contrario, il totale immaginario tecnologico messo in scena si presenta volutamente come un caleidoscopico e rutilante intrattenimento spettacolare. E forse va pure bene così, visto che in passato a Spielberg quando, con “A.I.” e “Minority Report”, ha provato ad unire fantascienza e contenuto, non è andata poi così bene, in termini di coinvolgimento, per lo meno.

Ambientato nel 2045, il film racconta di una Terra in declino, con la popolazione nettamente divisa fra molti impoveriti e pochi ricchi, e per tutti l’unico svago/desiderio è l’universo virtuale chiamato Oasis. In questo immaginario collettivo è inserito un gioco che, una volta vinto, porterà al suo controllo, conseguentemente al successo e alla ricchezza. Nessuno però ha mai raggiunto nemmeno il primo dei tre livelli previsti, mentre una compagnia privata schiavizza uomini indebitati per creare un esercito di avatar alla ricerca della vittoria. Ma a conquistarla sarà un adolescente con qualche amico che, redistribuite le ricchezze e liberati gli schiavi, finirà per capire che un po’ di realtà (affettiva) non fa poi così male, anzi.

Insomma il film è esso stesso un grande gioco, una banale caccia al tesoro per appropriarsi proprio del gioco, dei suoi proventi e della possibilità di modificarlo, reinventarlo. Ovviamente le prove da superare sono ad alto tasso di fantasia e immaginazione, ma soprattutto di conoscenza della cultura pop che ha prodotto tutto lo sviluppo dell’elettronica da divertimento degli ultimi, per loro, settant’anni. È questo il pretesto per una esplosiva concentrazione di citazionismo, rimandi e riferimenti alla cultura pop prevalentemente anni ’70-80 che contempla film, musiche, videogames, moda…, in un’impressionante, ma anche divertente, impennata di retromania. Sulla quale si innesta poi tutta la subcultura dell’escapismo, l’evasione dalla realtà contemporanea, fatta di luoghi e rappresentazioni virtuali.

Insomma un film strano, puro divertimento sì, ma per chi, visto che ad apprezzarlo a pieno non può essere che un adolescente, ma di almeno 60 anni, abile a cogliere allo stesso tempo il piacere del gioco e il gusto delle citazioni? Ma Spielberg è comunque speciale, soprattutto quando è proprio lui il primo a giocare con il cinema. Ne è dimostrazione la sequenza con la ricostruzione di “Shining” di Kubrick.

Decisamente più divertente la prima parte e più ordinaria la seconda, con la lotta al cattivo e un finale con l’inevitabile ritorno alla realtà, per il successo dell’eroe, ma senza condanna dell’escapismo, senza il quale il protagonista non avrebbe mai compiuto la sua impresa.

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