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QT n. 4, aprile 2018 Monitor: Danza

“Show”, “La morte e la fanciulla”

Passaggi di testimone

“La morte e la fanciulla”

Non ce ne vogliano i rispettivi autori se ci troviamo ad accostare due spettacoli così lontani, da un punto di vista stilistico nonché geo-culturale, ma allo stesso tempo così vicini per la contingenza della loro pubblica rappresentazione sulle scene trentine e per l’affinità del loro “messaggio”: la tragica ineluttabilità delle vicende umane. Uno dagli accenti più lirici, La morte e la fanciulla della Compagnia Abbondanza-Bertoni, l’altro dai tratti più grotteschi, Show di Hofesh Shechter, lavori che restano entrambi impressi nella memoria per la loro atmosfera esteticamente cupa e decadente, ma intimamente lampante nell’illuminazione/rivelazione dell’appartenenza al compiersi di un comune destino.

Hofesh Shecther, coreografo di origine israeliana attivo in Europa da più di 15 anni, dichiara apertamente che tra le proprie intenzioni poetiche c’è quella di voler scioccare il pubblico ponendolo di fronte alla cruda verità della natura umana; effetto ottenuto principalmente attraverso un linguaggio stilistico che cerca di andar oltre la comprensione razionale per colpire direttamente lo stomaco e le emozioni più profonde. Ed è in effetti difficile non rimanere ammaliati dalle danze ipnotiche dei clowns di Hofesh, che con le loro movenze grottesche e scomposte rimandano a un ideale ancestrale di buffone dalla mimicità sgradevole ed ostentata, in grado di trapassare rapidamente dalla dimensione comica a quella tragica in un “macabro circo di commedia, omicidio e desiderio”.

Non c’è una vera storia nello show proposto dai giovani interpreti, ma un reiterarsi ossessivo di movimenti e scene che, nonostante lo spiccare di alcune individualità, trova nella coesione e nella ripetizione di gruppo la propria forza dirompente. Il tutto accompagnato da una colonna sonora creata ad hoc dal coreografo (che nasce artisticamente come musicista), anch’essa ripetitiva, ma al contempo esplosiva, in grado di armonizzare senza eccessivo stacco un sottofondo di ritmi tribali e percussivi con improvvisi assoli di violini barocchi e chitarre rock. Anche la scena è semplice ma di grande impatto visivo: il tendone rosso scuro di un circo, flebilmente illuminato da fili luminosi, fa da fondale a uno sfoggio di costumi che coniugano eleganza e frugalità, accentuando l’effetto grottesco di alcune figure tramite l’uso di accessori come le gorgiere indossate a petto nudo.

Parlando di nudità, il parallelismo con la coreografia interpretata dalle tre “fanciulle” della Compagnia Abbondanza-Bertoni nasce spontaneo. Dopo un breve preludio in cui le interpreti indossano lunghi abiti-sottoveste neri, gli stessi vengono simbolicamente lasciati cadere nel video dietro le quinte per disvelare sul palco la disarmante intimità e fragilità dell’essere umano al cospetto della morte. I riferimenti letterario-musicali sono alti in quest’ultima creazione del duo artistico formato da Michele Abbondanza e Antonella Bertoni, che traggono ispirazione dal lied di Matthias Claudius Der Tod und das Mädchen, musicato da Schubert nel 1824 dopo un momento drammatico della sua vita. I movimenti delle danzatrici si adattano con mirabile precisione a quelli del quartetto d’archi che fa da colonna sonora alla composizione, mentre l’ammaliante presenza/voce fuori campo della morte le trascina in un vortice seducente -e allo stesso tempo struggente- di fisicità ed emozione, che le conduce infine all’incontro tanto voluto e temuto con l’aldilà, non a caso collocato in un imprecisato non-luogo al di là del palcoscenico. Dall’atmosfera crepuscolare e caotica dell’inizio, pervasa di fumi che offuscano la visione, tutto si fa progressivamente più chiaro, fino all’esibizione dei corpi nudi sul proscenio, in un repentino contatto ravvicinato col pubblico che è anche un inconsapevole addio.

Per concludere con un’ultima suggestiva corrispondenza tra i due spettacoli, è significativo il fatto che in scena ci siano dei giovani interpreti a cui è stato affidato l’arduo compito di tradurre in movimento personale le idee e la storia coreutica -anche piuttosto ingombrante- dei loro mentori; compito che in entrambi i casi ci sembra essere stato portato a termine con abilità tecnica ed efficacia espressiva, in un passaggio di testimone inter-gerazionale che non si traduce nello scimmiottamento dello stile dei rispettivi maestri ma nell’introiezione e restituzione delle loro peculiarità artistiche.

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